Lo scudo anti spread non risolve ma aiuta. Italia: allarme finito?

Il Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno ha portato a varare una serie di misure per rilanciare l’euro e l’Eurozona che, sebbene non risolutive, possono costituire una interessante road map per arrivare a un’unione bancaria ed economica a livello europeo. Sono stati rotti sicuramente dei tabù per i paesi triplamente virtuosi (insomma quelli col rating tripla AAA) dell’Eurozona, stanziando risorse per 120 miliardi a favore della crescita economica accantonando per un momento la ricetta tutta austerity e rigore della Germania. Inoltre grazie all’asse italo-spagnolo è stato varato un meccanismo che mira a contenere la spesa per interessi dei Piigs che si stanno impegnando sul fronte del rigore. Senza dover sottostare a ulteriori diktat sulle proprie politiche nazionali. Per come è stato congegnato, il sostegno ai paesi euro periferici tra cui l’Italia è sicuramente un passo avanti. Lo scudo anti spread prevede che i fondi salva stati Efsf ed Esm potranno acquistare titoli pubblici italiani, spagnoli, portoghesi e irlandesi sul mercato primario e secondario, senza condizioni aggiuntive per il Paese coinvolto. Ovvero senza richiedere interventi da lacrime e sangue per i paesi che stanno già facendo i “compiti in casa”. Nessun salvataggio insomma solo un sostegno. Quindi nessuna troika a decidere insieme ai Governi il futuro di una nazione. E soprattutto nessun Fondo Monetario Internazionale tra i piedi a dettare le sue ricette per uscire dalla crisi. Nessuna perdita quindi come ci tiene a precisare il nostro premier di sovranità nazionale. Ma anche nessun meccanismo che mette il paese (l’Italia) completamente al riparo dalla speculazione. Vediamo perché.

Piigs in regola: lo scudo anti spread non risolve ma aiuta

I fondi salva stati Efsf/Esm non hanno risorse illimitate e non possono esaurite le risorse rifornirsi direttamente presso la Banca Centrale Europea. Proteggono i paesi deboli ma non hanno la forza nei numeri per vanificare (e quindi scongiurare a priori) qualsiasi assalto speculativo ribassista. Oggi le risorse di questi organismi di intervento assommano a 700 milioni di euro. Questi soldi dovrebbero servire per far rimanere i prezzi dei nostri titoli di stato entro determinati range in modo tale che la nostra spesa per interessi non diventi eccessiva ovvero tanto elevata da costringere il paese a richiedere un salvataggio internazionale o una ristrutturazione del proprio debito. Quando i rendimenti dei nostri titoli di stato salgono oltre una determinata soglia il governo italiano può chiedere l’intervento dei fondi Efsf ed Esm che grazie alla loro dotazione di capitale comprano i titoli di stato italiani e ne riducono il prezzo. Il problema, secondo quanto scrive su Linkiesta Paolo Manasse, docente di Macroeconomia e politica economica all’Università di Bologna, è che questo regime di fissazione dei prezzi secondo la teoria economica è destinato a collassare se i fondi di intervento non hanno risorse illimitate e gli squilibri persistono. Secondo Manasse “a meno che la dinamica del debito pubblico italiano venga chiaramente invertita (con un aumento del rapporto tra avanzo primario sul PIL, un aumento del tasso di crescita, un’inflazione non anticipata, una riduzione dello stock esistente di debito, mediante default parziale o usando gli incassi di privatizzazioni), l’ESM crollerà in un tempo finito: gli investitori decideranno in blocco di vendere i titoli in loro possesso (quasi 2 trilioni ovvero quasi 2 mila miliardi di lire) all’ESM, che, dopo aver esaurito tutta la sua dotazione (700 milioni) per comprarli e sostenerne il prezzo, non sarà più in grado di intervenire e dovrà lasciar salire gli spread. Questo a meno che l’ESM possa accedere ad un credito illimitato della BCE (o che la dinamica del rapporto debito/PIL venga invertita).” Ora la Germania ha chiaramente escluso che i fondi salva stati possano finanziarsi presso la Bce e su questo non è pronta a fare concessioni di sorta. Rimane il secondo baluardo. Ovvero che il governo italiano riesca a invertire la dinamica del debito pubblico italiano tagliandone in qualche modo lo stock. E qui la partita è tutta politica e tutta da giocare.

Italia: allarme finito?

Per questo se oggi grazie a questo meccanismo salva spread possiamo sentirci temporaneamente più sicuri nei confronti di un attacco speculativo contro il nostro Paese (ovvero contro i nostri titoli di stato e le nostre banche) dobbiamo sapere che non siamo ancora in una situazione di sicurezza. Per questo qualche cautela su portafogli fortemente sbilanciati su titoli di stato italiani, su emissioni bancarie italiane, o grossi depositi di liquidità su banche italiane devono essere ancora valutati con attenzione e analizzando i titoli caso per caso, considerandone la duration, l’importo sul proprio investimento totale e il bilanciamento offerto da investimenti alternativi che possano fare da contrappeso.

Banche non sono tutte uguali e alcune rischiano la bancarotta

E’ del resto da anni che ripetiamo l’importanza di appoggiarsi per i propri investimenti e la propria operatività su banche solide. Il rischio non è necessariamente quello di perdere tutto il proprio capitale ma quello evidentemente di trovarsi in situazioni poco piacevoli. Come sanno coloro che hanno aperto un conto con Banca Network e che avranno i loro conti congelati fino a fine mese. Poi si vedrà. I pm stanno valutando l’ipotesi di bancarotta. 28 mila correntisti di Banca Network nata nel 2003 da Bipielle Net, una costola della ex Banca Popolare di Lodi, se emettono assegni risultano scoperti, non possono pagare le rate del mutuo, non possono prelevare soldi, non possono vendere azioni e obbligazioni che hanno in portafoglio anche se il mercato crolla. Per le somme depositate si sta muovendo il Fondo Interbancario di Tutela dei depositi che provvederà a rimborsare ogni depositante per la cifra massima possibile: 100 mila euro. E per chi aveva depositato somme maggiori? Dovrà aspettare molto più tempo e non è detto che il tempo sia galantuomo.

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