Ma dove vai se il patrimonio perfetto non ce l’hai?

Stamattina ho ricevuto una telefonata da una mia, diciamo così “simpatizzante”, che da tre anni partecipa alle mie conferenze e ora ha deciso di diventare cliente.

Tre anni può essere anche il tempo di osservazione di un mio potenziale cliente prima che si decida a fare il “grande passo”. Mio marito su questo è un po’ contrariato. Dice che è un tempo esagerato e se non avessimo avviato quest’attività oltre 10 anni fa oggi saremmo “morti”. E quando sente qualcuno che racconta (in modo spesso poco disinteressato) che il settore della consulenza finanziaria indipendente ha grandi prospettive in Italia per un giovane o meno giovane professionista che vuole buttarsi in questo campo gli viene il sangue alla testa.

Io che sono una che “pensa positivo” sempre penso invece: se dopo tre anni una persona si ricorda ancora di una nostra conferenza dobbiamo averla colpita. Mio marito dice che sono troppo “overconfident”, credo troppo in me stessa e vedo il mondo con i miei occhiali rosa. Secondo lui dovrei fare un corso di de-motivazione. Per lui 3 anni restano troppi. E’ probabilmente vero perché nel frattempo succede di tutto. L’unica cosa che mi spiace veramente quando passa così tanto tempo è capire che se uno avesse iniziato prima a essere seguito dal nostro Studio qualche scoppolata gliela avrei evitata (l’ho detto che soffro di overconfidence no?).

La signora in questione, che mi ha chiamato stamattina, la fan che mi segue nelle conferenze da tre anni e che ora farà il grande passo, nel 2010 e nel 2011 ha comprato in emissione obbligazioni della sua banca. In tutto 70.000,00 euro. Prezzo di acquisto 100. Tutto bene? No. Le obbligazioni sono di tipo subordinato e la sua banca è attualmente commissariata. Se anche la signora volesse vendere questi titoli perché le servono i soldi non può farlo. In banca le hanno detto che non glieli ricomprano. Possono solo venderli ad altri clienti della banca.

Ma quanti comprerebbero un titolo subordinato di una banca commissariata? La signora ha i soldi congelati fino alla scadenza dei due titoli (2015 e 2016). Fino ad allora deve incrociare le dita. E se avesse bisogno di questi soldi? Per il momento non sono più suoi, ma della banca, fino a quando scadono (uno nel 2015 uno nel 2016). E se la banca fallisce? Bel dilemma: ha in mano titoli subordinati. In Europa i detentori di titoli subordinati sono ormai visti in cagnesco: ormai sono equiparati a speculatori, quindi se la banca ha dei problemi sono i primi insieme agli azionisti che rischiano di saltare (come successo recentemente ai detentori di obbligazioni subordinate della banca olandese SSN che hanno visto passare da un giorno all’altro il valore dei propri titoli da 77 a 0).

Ma se la banca non fallisse, la signora recupera tutto, no? Può darsi. Ma che senso ha mettersi in queste situazioni senza uscita? Il problema di questi titoli è a monte: non sono quotati. Quindi l’unico che te li può comprare è la banca. E se la banca ha dei problemi non li puoi vendere più nessuno. La tua ricchezza è solo sulla carta. Ce l’hai ma non ci puoi fare niente.

Il rischio più grande che corre il tuo patrimonio
Secondo Zweig firma del Wall Street Journal e autore de “Il piccolo libro che salva i tuoi soldi” (Chw Edizioni) uno dei rischi più grandi che un investitore può correre è quello di stare seduto su una fortuna illiquida. Come i nobili di un tempo, che avevano immense proprietà terriere ma poca liquidità e quindi sposavano i borghesi che lavorando avevano dei redditi, così la ricchezza se solo di tipo immobiliare può diventare una trappola.

Perché tutte queste proprietà prosciugano liquidità. E quando si vuole venderle si può scoprire che nessuno è disposto ad acquistarle, indipendentemente dal prezzo. “Il rischio più grande per il vostro patrimonio – dice Zweig – è l’eventualità che abbiate bisogno di trasformare in liquidità un’attività dall’oggi al domani, e non possiate farlo; una cosa alla quale molti investitori non pensano mai, se non quando è troppo tardi”.

La grana degli investimenti illiquidi
La liquidità di un investimento è una componente fondamentale per valutare se si è fatto un buono o un cattivo affare. Vale per gli immobili ma anche per i titoli. Le obbligazioni e gli immobili sono sicuramente investimenti meno volatili delle azioni ma se hanno determinate caratteristiche sono poco liquidi. E’ un difetto e bello grosso.

In più uno non va come per le azioni a vedere tutti i giorni quanto valgono. Nel caso delle obbligazioni quando il prezzo scende la maggior parte delle persone pensano “tanto mi rimborsano 100”. Nel caso degli immobili solo se uno mette la casa in vendita sa veramente quanto vale. E non solo nella sua testa. Per le azioni invece, la discesa si vede subito e non c’è nemmeno la consolazione di pensare che poi te le rimborsano a 100 ma forse è meglio sentire puzza di bruciato quando l’investimento sta per andare in fumo che accorgersene quando la frittata è fatta no?

Che si mangia per cena?
A Wall Street circola una battuta. “Due lupi e un agnello si incontrano e i due lupi chiedono provocatoriamente all’agnello: che si mangia per cena?” Secondo voi come va a finire? Le banche vendono la loro merce, le loro emissioni obbligazionarie, puntando alla pancia delle persone, che cercano la sicurezza a tutti i costi. Ma quando si investe bisogna ragionare soprattutto con la testa: se ho bisogno di soldi prima della scadenza del titolo posso venderlo o è una condanna a vita? Immaginatevi di trovarvi nella bruttissima situazione di avere tutti investimenti solidissimi ma nessuno liquido ovvero liquidabile. Potete considerarvi veramente ricchi?

Il patrimonio ideale è quello equilibrato dove non solo c’è un po’ di tutto (da investimenti di tipo mobiliare come azioni, fondi, etf, obbligazioni a immobili) ma deve essere solido e liquido al tempo stesso. Un patrimonio composto solo da investimenti poco liquidabili non è in equilibrio. Perché non permette all’investitore di poterne disporne veramente, rinunciando a delle opportunità o minacciando il suo stile di vita. E le banche italiane, come dimostrano tutte le ricerche, sono abilissime nel piazzare titoli propri alla propria “affezionata” clientela. Che nella maggior parte dei casi rendono meno di quello che dovrebbero e inoltre sono spesso poco liquidi.

Gli investimenti solidi sono quelli che – secondo la definizione di Jason Zweig ne “Il piccolo libro che salva i tuoi soldi” – “decenni di evidenze storiche indicano come altamente probabile che gran parte del loro valore di mercato vada perduto”. Gli immobili e gli investimenti di tipo obbligazionario hanno questa caratteristica: sono solidi. Ma può capitare in particolari contesti di mercato che non siano liquidabili. La situazione presente del mercato immobiliare fa del mattone un investimento da cui è difficile drenare liquidità se se ne ha bisogno. Ciclicamente chi punta sul mattone corre questo rischio. In alcuni momenti (che durano anni e a volte decenni) la domanda di case, indipendentemente dal prezzo, si rarefà. Non ci sono compratori.

Anche le obbligazioni bancarie, o societarie o anche quelle emesse da stati possono avere questo problema di illiquidità. La prima regola è non comprare nessun titolo obbligazionario (nemmeno se ve lo propone la banca sotto casa guidata dal direttore con cui avete fatto l’asilo) che non sia quotato. Perché il rischio che un’obbligazione non quotata diventi illiquida è molto elevato. E’ come dare a me una Ferrari e sperare che non mi schianti. Mi schianto.

Le azioni, che a molti sembrano la cosa più rischiosa del mondo, non pongono normalmente questi problemi (salvo che non facciate indigestione di qualche titolino che non scambia quasi nulla). Un compratore disposto a comprare si trova. Si dovranno fare sacrifici sul prezzo ma la trappola dell’illiquidità dell’investimento non si pone.

Anche le polizze assicurative non sono dal punto di vista della liquidità l’investimento migliore del mondo perché sono costruite apposta per bloccare i soldi del cliente per anni, gravate come sono da alti costi iniziali e penali di uscita. Però danno sicurezza o vendono vendute come investimenti sicuri che si rivaluteranno nel tempo. Poi normalmente se va bene in molti casi quando le si riscatta ci si trova con gli stessi soldi versati. Senza alcun recupero dell’inflazione. In pratica ci si è impoveriti. E nessun allarme è scattato prima perché mica uno va a chiedere al proprio assicuratore ogni giorno quanto gli liquiderebbe la compagnia!

Il portafoglio perfetto
Nel suo libro Zweig lo descrive il portafoglio perfetto. “Il portafoglio ideale è solido e liquido allo stesso tempo. Un investimento è solido se decenni di evidenze storiche indicano come altamente probabile che gran parte del suo valore di mercato vada perduto. Un investimento è liquido se potete trasformarlo in denaro contante tutte le volte che volete, perdendone solo qualche goccia. Alcuni investimenti sono solidi senza essere liquidi.

A meno che non abbiate sottoscritto un mutuo per il 90% del vostro immobile, probabilmente la vostra casa vale ancora alcune centinaia di migliaia di euro, anche dopo la recente correzione dei prezzi degli immobili. Ma se la dovete vendere di corsa è un’altra faccenda. Non c’è niente di intrinsecamente sbagliato nel fatto di avere parte dei propri soldi investiti in attività non liquide, in quanto spesso danno performance maggiori a lungo termine. E’ assolutamente obbligatorio però avere sempre delle riserve di liquidità nel portafoglio.

Come un viaggiatore che resta senza acqua nel deserto muore, l’investitore che non ha liquidità è destinato a soccombere” dice Zweig.

Risparmiatore avvisato, mezzo salvato.

 

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