MARCHIONNE PUO’ FARE ORA L’AMERICANO. MA ORA BISOGNA SFORNARE LE AUTOMOBILI GIUSTE E NON FARE PIU’ SOLO INGEGNERIA FINANZIARIA. A MENO CHE…

fiat-chryslerSe si riguarda alla storia della Fiat degli ultimi 10 anni è impressionante vedere la capacità della casa torinese di stipulare accordi finanziari di grande successo per un’azienda che più volte è stata dichiarata completamente decotta.

L’accordo nel 2005 con le banche per il prestito convertendo di 3 miliardi di euro, la General Motors che decide di regalare letteralmente a Fiat 1,55 miliardi di dollari, pur di non averci a che fare grazie anche agli accordi sapient stipulati all’origine dall’ex presidente Paolo Fresco.

Poi l’ingresso incredibile da salvatori nella Chrysler nel 2009 dove Sergio Marchionne negozia con Obama condizioni molto convenienti per entrare in una casa automobilistica che sembra sul punto di fallire e invece dopo pochi mesi si trasforma in una gallina dalle uova d’oro per i conti di Fiat. E salva letteralmente quelli della casa madre torinese.

Il “salvatore” che viene salvato dal “salvato”. E infine l’accordo di questo finale d’anno con la conquista definitiva della Chrysler dove Marchionne, per pagare i conti al sindacato americano, tira fuori come carta un pagamento con gli stessi soldi (pagati come dividendo straordinario) della cassa della società americana.

Tutto bello, fantastico, ma… Ora la Fiat, Fabbrica Italiana Automobili Torino, è attesa a una sfida importante per un costruttore di automobili: produrle e venderle, soprattutto in quei mercati che mostrano tassi di crescita significativi.

Il nuovo piano di Fiat- Chrysler è atteso entro aprile 2014 e a questo punto la vera sfida è realizzare anche alleanze industriali, soprattutto in mercati come Cina, Russia, India o Indonesia dove la quota di mercato del gruppo è bassa e dove la crescita del mercato dell’auto è vista come più che promettente.

Il mercato europeo, e soprattutto quello italiano, in questi anni hanno fornito ben poche soddisfazioni alla casa automobilistica torinese che ha scelto di non lanciare nuovi modelli fino a oggi per non bruciare cassa.

“Puoi portare un cammello alla fonte ma non puoi costringerlo a bere” e sulla base di questo proverbio arabo Sergio Marchionne ha pensato che in un mercato flagellato dalla crisi economica fosse inutile proporre nuovi modelli a consumatori come quelli italiani restii in questa fase a valutare il cambio della vecchia autovettura.

Cosa farà ora la Fiat- Chrysler? Investirà pesantemente sui nuovi modelli e punterà sulla crescita internazionale?

Ci dobbiamo aspettare un Marchionne ingegnere automobilistico?

Oppure un Sergio Marchionne ancora ingegnere finanziario che cercherà di giocare di melina per un po’ di tempo e prima della fine del suo mandato concluderà un altro mega accordo, cercando di fare il grande colpo e negoziare per la famiglia Agnelli-Elkann la cessione di tutto il gruppo o l’aggregazione con un altro big produttore automobilistico mondiale?

Molti anni fa l’Avvocato, ovvero Giovanni Agnelli (scomparso il 24 gennaio 2003), vaticinò che solo 7 sarebbero stati i produttori di peso nel mondo per effetto di concentrazioni, fusioni, alleanze o fallimenti nel settore. Una profezia destinata ad avverarsi visto che con questo accordo Fiat è diventato il settimo produttore mondiale ed è meglio non restare in coda!cop_ebook_3D

Intanto mentre ne osserviamo gli sviluppi, l’operazione FIAT-CHRYSLER non si può dire che ci abbia stupiti e i titoli Fiat, Exor o le obbligazioni Fiat erano state consigliate in diversi nostri portafogli di SoldiExpert SCF e anche nello Special Report completo che è ancora acquistabile (clicca qui) e mantenute nei portafogli con approccio soprattutto discrezionale.

Di seguito potete leggere cosa avevamo scritto di FIAT molti mesi fa oppure scaricare gratis qui il PDF

E riletto alla luce di quanto è avvenuto il testo pubblicato allora, a fine agosto 2013, appare ancora, crediamo, interessante e attuale.  Ma giudicatelo voi.

 

ESTRATTO DAL NOSTRO SPECIAL REPORT SU FIAT pubblicato a fine agosto 2013:

Puntare sulla fusione e Ipo di Chrysler e la sottovalutazione delle partecipazioni detenute. Come il marchio del Cavallino Rampante per esempio e non solo la controllata Usa.

Da diversi mesi il nostro consiglio è di accumulare posizioni o direttamente su Fiat o sulla controllante Exor, la holding di casa Elkann e Agnelli, che oltre a detenere il pacchetto di controllo di Fiat detiene altre interessanti partecipazioni.

Ma perché consigliare di puntare sul gruppo Fiat nonostante l’andamento pessimo delle vendite in Europa scese ai livelli di 20 anni fa e addirittura per il mercato italiano (dove il Lingotto è leader come quota di mercato) con immatricolazioni ai livelli del 1964?

La prima banale considerazione da fare è che con l’ingresso della Fiat in Chrysler avvenuta nel 2009 la casa automobilistica torinese non significa solo mercato automobilistico italiano ed europeo.

Fiat non vuol dire più Fabbrica Italia Automobili Torino

 “La Fiat – come ha ricordato Giovanni Tamburi, presidente di TIP e banchiere d’affari di lungo corso, intervistato su MoneyReport.it nelle scorse settimane – è una società considerata legata al mercato italiano e alla difficile situazione del mercato automobilistico continentale ma di fatto è oramai una società americana con un redditività e un fatturato soprattutto estero. Se non fosse quotata a Milano ma a Wall Street o in Olanda (come sarà per Fiat Industrial e con la fusione con CNH) il mercato la valuterebbe in modo più congruo”.

 Tutto il fatturato di Fiat Auto sul mercato Emea (acronimo dell’inglese Europa, Medio Oriente e Africa) incide, secondo i dati dell’ultima semestrale 2013, meno del 22% delle vendite.

 Oggi il gruppo Fiat Auto significa per oltre il 51,5% delle vendite il mercato nordamericano (Stati Uniti e Canada), il 12,5% il mercato dell’America Latina, il 4,9% il mercato asiatico. E se si guarda invece  alla redditività quasi il 70% dell’utile prima delle tasse (ebit) viene dal mercato nordamericano.

 E ancora nel mese di agosto le stime indicano una crescita del 12% con 1,5 milioni di veicoli venduti mentre il bassissimo valore delle vendite del gruppo Fiat in Asia potrebbe essere ricoperto se andasse in porto con la cinese Guangzhou, già partner dal 2010 nella produzione di Fiat Viaggio, per produrre in Cina Chrysler Jeep e rafforzare la propria presenza in quell’area con un marchio dalle notevoli potenzialità.

 In Italia la figura di Sergio Marchionne è oggetto spesso di feroci polemiche ma se si guardano i bilanci Fiat degli ultimi anni se questa azienda ha ancora un futuro lo deve sicuramente a quella mossa apparentemente ardita fatta nella primavera del 2009 quando negoziò con il presidente degli Stati Uniti Obama l’ingresso in una delle aziende automobilistiche statunitensi che sembrava sul punto di fallire.

 Oggi la Chrysler è tornata a essere un’azienda che macina utili e nel solo mese di giugno negli Stati Uniti vale quasi 157.000 auto vendute con i marchi Chrysler, Jeep, Dodge, Ram Truck e Fiat: il miglior dato dal giugno 2007 e il  trentanovesimo mese consecutivo di crescita con sette modelli che hanno stabilito record di vendita.

 E se è vero che Sergio Marchionne si è molto arricchito anche personalmente in questi anni grazie alle stock option che è riuscito a ottenere è pur vero che la capitalizzazione del gruppo Fiat (inclusi autocarri, macchinari e componenti poi confluiti in Fiat Industrial) è salita da 6 a 19,6 miliardi (+226%), molto meglio del +80% del settore europeo.

 Pesano certo probabilmente contro Marchionne, nel giudizio di parte dell’opinione pubblica italiana, soprattutto i piani poi rientrati del maxi investimento col progetto Fabbrica Italia. Prima annunciato nel 2010 come un maxi investimento sull’Italia poi non portato avanti per motivi sindacali e di perdita di fiducia sulle prospettive di recupero immediato del mercato italiano. Ma vista sotto l’aspetto economico per gli azionisti Fiat questo dietrofront ha evitato probabilmente (vedendo come è andato finora il mercato continentale dell’auto) un bagno di sangue finanziario.

 Considerando quello che è accaduto alle case automobilistiche europee che maggiormente avevano investito in nuovi modelli (ad eccezione del gruppo Volkswagen che comunque è uno dei leader mondiali del settore e che solo sul mercato cinese ha venduto nel primo semestre 2013 oltre 1,5 milioni di autoveicoli) hanno visto poi le vendite comunque non decollare e la redditività crollare e parliamo di  concorrenti diretti in Europa come Peugeot, Opel, Ford, Renault che sono anche più in crisi di Fiat, nonostante un’ ondata di nuovi modelli.

 L’andamento poi dell’ultima trimestrale conferma molti dati positivi del gruppo Fiat con molti dei principali indicatori in miglioramento. E  anche l’Europa, pur rimanendo in rosso, riduce la perdita a 74 milioni rispetto ai 184 milioni del corrispondente periodo dell’anno scorso.

 Scorrendo i numeri, i ricavi nel secondo trimestre di Fiat ammontano a 22 miliardi con un +4% sullo stesso periodo dell’anno scorso mentre il risultato di gestione registra una crescita del 9% superando quota un miliardo di euro. L’utile netto di periodo e’ quasi raddoppiato a 435 milioni. Senza Chrysler, Fiat avrebbe registrato una perdita di 247 milioni di euro nel secondo trimestre.

Le previsioni di Marchionne per il 2013 e la conquista di Chrysler

 L’indebitamento netto industriale scende a 6,7 miliardi rispetto ai 7,1 miliardi di fine marzo. E sulla base della performance del trimestre Fiat conferma i target per il 2013 che vengono indicati in:

  • Ricavi nell’intervallo tra 88 e 92 miliardi di euro;
  • Utile della gestione ordinaria nell’intervallo tra 4 e 4,5 miliardi di euro;
  • Utile netto nell’intervallo tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro;
  • Indebitamento netto industriale di circa 7 miliardi di euro.

 Il gruppo del Lingotto continua a puntare un marchio sempre più globale e sta cercando di acquistare le restanti azioni di Chrysler e fondersi con la casa automobilistica statunitense per poi quotare in Borsa la controllata americana. Un’operazione che potrebbe contribuire a far emergere il vero valore di Fiat, considerata da diversi analisti il produttore di auto fra i più sottovalutati al mondo, dato che per  il valore del 100% di Chrisler si parla di una valutazione superiore ai 10-15 miliardi di dollari se si guardano i multipli dei concorrenti General Motors e Ford.

Per fondersi con Chrysler, Fiat deve prima acquistare la quota del 41,5% di proprietà del fondo sanitario gli “United Auto Workers” o VEBA. Le due parti hanno in corso da diverso tempo un procedimento in tribunale nel Delaware dove Veba ha contestato il prezzo di esercizio delle opzioni che Fiat ha in mano per rilevare il pacchetto di Chrysler detenuto dal sindacato dei lavoratori.

 Si contesta il valore giudicato troppo basso (le clausole firmate nel 2009 all’atto dell’ingresso di Fiat in Chryser lasciano spazio ad alcuni dubbi  valutativi) e il giudice del Delaware dovrebbe definire entro il luglio 2014 qual è il prezzo giusto che Fiat deve pagare ma questo non esclude che le parti possano arrivare nel frattempo (si ipotizza entro la fine del 2013) a un accordo transattivo dove definire tutta la questione. E’ questa evidentemente una partita molto importante (la Fiat punta a non versare più di 2 miliardi di dollari per la quota del 41,5% mentre i sindacati ne vorrebbero almeno 4,5 miliardi) che vale moltissimo sia per la fusione che Fiat potrebbe fare con Chrysler che per l’Ipo che potrebbe fare sul mercato americano.

 Fiat, che detiene il 58,5%, ha diritto nell’accordo originario a rilevare partecipazioni di circa il 3,3% ogni sei mesi fino a raggiungere il 75% di Chrysler, un processo lento e oggi ostacolato dalle divergenze sul prezzo. Le opzioni, per questo 16% complessivo, sono scattate dal luglio 2012 e finora Fiat ne ha esercitate tre, senza però che il Veba cedesse i titoli detenuti. Il disaccordo, infatti, è scoppiato fin dalla prima tranche: Fiat ha offerto 140 milioni, citando preesistenti accordi sul valore di Chrysler raggiunti nell’ambito dei piani con i quali ha guidato il gruppo fuori dall’amministrazione controllata: il sindacato ha chiesto quasi il triplo spingendo Fiat a rivolgersi al tribunale.

Il tesoro Ferrari sotto il motore

 Il “tesoro nascosto” (e ancora sottovalutato da parte del mercato) di Chrysler è quindi sicuramente uno dei motivi di interesse sul gruppo Fiat ma non è il solo e fra gli altri ci sembra importante ricordare come il gruppo Fiat detenga fra le proprie partecipazioni una quota dell’85% in Ferrari.

Un’azienda con uno dei marchi più conosciuti al mondo e che rappresenta il “luxury brand” per eccellenza.

 Un’azienda in perfetta salute che ha chiuso i primi sei mesi del 2013 con un utile della gestione ordinaria in crescita a 176 mln euro (+22% a/a) mentre l’utile netto ha toccato i 116,2 mln (+20% a/a) e ricavi saliti a 1,177 mld (+7,1% a/a) a fronte di vetture consegnate nel primo semestre di 3.767.

La strategia della Ferrari è da qualche tempo di ridurre le consegne e puntare su una sempre maggiore esclusività a fronte di prezzi e di una redditività sempre più elevata.

Sono attualmente gli Usa (incluso il Canada) il mercato più forte (+9% a/a) con 1.048 vetture omologate mentre in Europa la Gran Bretagna diventa il primo mercato del Continente (+6% a/a, 415 vetture consegnate), sorpassando almeno temporaneamente una Germania che con 388 consegne conferma (+1% a/a) i numeri del 2012. Incrementi a doppia cifra in Medio Oriente (+39% a/a, 264 vetture) e in Giappone che con le 172 consegne di questo primo semestre (+28% a/a) torna vicino ai livelli antecedenti la recente crisi economica.

 Rallenta invece la Grande Cina (Repubblica Popolare Cinese, Hong Kong e Taiwan) dopo anni di crescita impetuosa. Sono state quasi 350 le vetture vendute, cinquanta in meno rispetto allo scorso anno, in virtù principalmente della decisione di diminuire le consegne a Hong Kong, un mercato che era salito molto negli ultimi tempi, e dei timori per un inasprimento delle politiche fiscali sui beni di lusso. Nessuna sorpresa dall’Italia, in persistente diminuzione con 116 vetture, un numero che rappresenta ormai soltanto il 3% dei volumi totali.

Il valore inespresso dal mercato su Ferrari, secondo il nostro giudizio, è notevole come quello in Chrysler e rappresenta un altro asso che la Fiat di Marchionne potrebbe calare nell’ipotesi (remota) che il gruppo avesse bisogno di soldi e volesse procedere a una cessione di parte delle quote per una società che non fatichiamo a pensare che potrebbe ottenere da un eventuale quotazione in Borsa una valutazione siderale.

 Già qualche anno fa il valore del 100% Ferrari veniva stimato superiore ai 4,4 miliardi di euro e questo valore non appare fuori luogo considerando i multipli con cui sono passati di mano marchi esclusivi legati al mondo del lusso (2 volte il fatturato e anche 20 volte l’ebitda).

 

IN SINTESI: Per le ragioni sopra esposte (possibile fusione e Ipo di Chrysler, sottovalutazione quote nella casa automobilistica americana e nella casa del Cavallino) riteniamo che il gruppo Fiat possa essere ancora interessante e molto sottovalutato e come alternativa azionaria alla posizione sul titolo Fiat vi è anche la possibilità di passare ai piani alti, puntando sulla controllante Exor che offre uno sconto nello sconto, essendo come holding sotto quotata rispetto alla partecipazioni detenute (il 30,05% di Fiat, il 31% di Fiat Industrial, il 69,16% di Cushman & Wakefield, una delle maggiori società private del mercato immobiliare mondiale oltre a diverse altre partecipazioni minori) di oltre il 25%.

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