TUTTO (O QUASI) QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SUGLI ETF. INTERVISTA A MASSIMO SIANO, RESPONSABILE PER L’ITALIA DI ETF SECURITIES

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Anche il mondo degli Etf (azioni, obbligazioni, indici), Etc (quelli legati alle materie prime) ed Etn (simili a una sorta di cambiali si comportano come “replicanti” ma senza la garanzia di un sottostante e quindi ci si fida “ciecamente dell’emittente) è stato scosso nel 2011 dalla crisi finanziaria e dalla voglia di sicurezza di un numero crescente di investitori.

Se si guarda alle statistiche presentate da Borsa italiana in occasione della ultima Morningstar Etf invest conference, il mercato degli Etp (ovvero Exchange traded product, come si definiscono ora tutti insieme questo genere di strumenti finanziari indicizzati) sembra in forma quasi smagliante con contratti medi giornalieri in aumento del +9,21% nei primi dieci mesi dell’anno, mentre il turnover medio è salito del 12,62%. Oltre 670 Etp (in aumento del 18,6% rispetto all’anno precendente) quotati e che coprono oramai quasi tutte le aree geografiche o temi d’investimento.

 

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Ma è tutto oro quel che luccica? In realtà nel mercato degli Etp sono in atto forti sommovimenti fra società di gestione che guadagnano o perdono importanti quote di mercato e il dibattito (e non solo) ferve soprattutto fra Etp sintetici e fisici. Una questione che un tempo poteva sembrare di pura lana caprina, ma ora che nemmeno le banche si fidano fra loro assume una notevole importanza se si preferisce prevenire che curare (o passare un brutto quarto d’ora e scoprire che il proprio denaro si è in parte volatilizzato per effetto di qualche strano “derivato”).

 

 

Etf fisici (lisci) e sintetici (gassati). E niente Ferrarelle…

Per “replicare” l’andamento di un titolo o di un indice o un paniere gli emittenti hanno, infatti, due strade principali per strutturarli. Con replica fisica o sintetica. E’ l’emittente che decide quale “motore” mettere in base alle proprie preferenze e dal tipo di benchmark che deve replicare.

Gli Etf più facili da capire e trasparenti sono quelli a replica fisica. In questo caso il paniere di titoli contenuti nell’Etf è identico a quello dell’indice o settore che si vuole replicare. Gli Etf “sintetici”, per offrire la replica dello strumento a cui sono agganciati per ottenere questo risultato, ricorrono all’ingegneria finanziaria e contengono quindi uno swap (ovvero un contratto derivato) che garantisca l’esatta replica dell’indice.

Questa “evoluzione” può consentire magari di eliminare alcuni problemi di questi strumenti (come il “tracking error”) ma apre il mondo degli Etp ad altre insidie come quello di controparte. Che succede se colui che fornisce lo “swap” (e garantisce quindi l’esatta replica del sottostante) fallisce?

Domande che fino a qualche tempo fa sembravano puramente accademiche ma che con il 2011 (dopo lo spettro di quello che era accaduto nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers e il salvataggio per il rotto della cuffia di Aig) sono tornate drammaticamente d’attualità con le stesse banche europee più importanti che non si prestano i soldi fra loro come dimostra il livello dei prestiti alla Bce.

Definire quindi genericamente gli Etf come prodotti semplici e trasparenti è un filino esagerato e lo stesso Financial Stability Board, l’organismo per la stabilità del sistema finanziario, ha lanciato una sorta di allarme proprio sul problema del rischio di  controparte per gli Etf sintetici (che usano derivati) e per quelli fisici che prestano titoli a  terzi.

Perché viene utilizzata questa metodologia con contratti derivati ovvero swap? Ovviamente perché risulta più conveniente da implementare per le banche e gli emittenti  rispetto all’acquisto dei titoli fisici. E anche perché, col passare degli anni, lo scenario finanziario si è evoluto come l’offerta di prodotti (azioni, obbligazioni, materie prime, valute…) sempre più sofisticati. E in molti casi è stato quasi un passo obbligato per alcune categorie ricorre al “sintetico” per poter offrire dei “replicanti”.

Altro problema, il prestito titoli.

Ma i problemi degli Etf non sono creati solo da quelli di tipo “sintetico” poiché un altro problema può essere generato dal “prestito titoli”,  una  pratica che è entrata anch’essa nel mirino dei regolatori. E che consiste, da parte degli emittenti, nel prestare a terzi i titoli in portafoglio,  in cambio di una commissione. In genere, chi  prende a prestito (spesso hedge fund) spera di  trarre profitto dal declino dei prezzi. Anche questa operazione comporta inevitabilmente dei rischi: cosa potrebbe capitare se chi ha preso i titoli a prestito fallisce e non restituisce più i titoli?

Per  questa ragione, gli emittenti di Etf chiedono a garanzia un collaterale e si assicurano che il  valore di quest’ultimo ecceda quello del prestito ma il risparmiatore non è quasi mai al corrente di tutte queste operazioni di “back office” che comunque diminuiscono la “sicurezza” del suo investimento. Con un rischio di controparte che più sono numerosi questi passaggi più aumenta e varia in funzione della solidità di ciascuno degli “anelli”.

Come ha scritto correttamente Sara Silano, direttore di MorningStar Investor, “il timore è che questi strumenti e il modo  in cui vengono utilizzati mandino in cortocircuito il sistema finanziario”.

Cosa può accadere infatti se in un Etf a replica sintetica l’emittente (A) ha stipulato uno swap con una controparte (B) e questa salta o ha seri problemi finanziari? E magari la banca depositaria (C) sia espressione dello stesso gruppo dove A, B e C di fatto sono riferibili allo stesso gruppo bancario?
Sia chiaro le regole attuali del mercato degli Etp consentono (entro certi limiti) tutto questo e non stiamo parlando di comportamenti illegali o fuori dalle regole da come sono scritte attualmente le normative del settore.

E’ stato qualche mese fa il Financial Stability Board (presieduto da Mario Draghi) e il Fondo Monetario Internazionale ad attirare l’attenzione sui rischi legati alla tendenza di crescita eccessiva dell’acquisto di ETF sintetici in alcuni mercati di Asia ed Europa. Poiché di solito la controparte è la banca, che fa non solo da promotore, ma anche da fornitore degli ETF (e spesso pure da banca depositaria), se questa fallisce, gli investitori possono essere esposti a molti pericoli.

Certo è vero che il patrimonio custodito negli Etf è “segregato” rispetto a quello dell’emittente in “veicoli speciali”.

Per entrambi i tipi di Etp (fisici o sintetici) se fallisce l’emittente gli investitori dovranno rivolgersi alla banca depositaria. Però, mentre per gli ETF fisici i risparmiatori potrebbero avere in mano delle obbligazioni oppure delle azioni, nel caso degli ETF sintetici potrebbero ritrovarsi in mano con un contratto swap che potrebbe essere anche “carta straccia” se è fallita la controparte (che spesso e volentieri è legata all’emittente). Certo i detentori dell’Etf “sintetico” possono rivalersi sul “paniere sostitutivo”.

Ma anche qui possono uscire fuori nei casi peggiori delle strane sorprese. Negli Etf a replica sintetica sono, infatti, due i modelli seguiti:

a) nel metodo un-funded, quello originario, la liquidità viene usata dal provider per costruire un paniere di titoli, detto substitute basket;
b) nel metodo funded, invece, la liquidità  viene trasferita alla controparte dello swap in cambio della performance dell’indice.

E’ evidente che questi due sistemi determinano conseguenze differenti in caso di default della controparte, perché nel primo caso l’accesso al paniere sostitutivo è diretto (ma c’è da sperare che sia il più vicino alla “realtà” da replicare); nel secondo caso invece, non è immediato e potrebbe diventare un serio problema.

Insomma, raccontare come si faceva all’inizio dello sbarco dei primi Etc che questi sono prodotti “semplici e trasparenti” è oramai una dichiarazione un po’ ingenua e oramai anzi alcune tipologie di Etf (come quelli con swap o sintetici) sono considerati una possibile e temibile fonte di contagio e di rischio “sistemica”.

 

Ci sono anche gli Etf “Zombi”. Quelli che scompaiono e vengono ritirati dagli emittenti perchè gli scambi sono bassi e non ne giustificano la quotazione magari passata di moda

 

Gli Etf “bunga bunga”…

E può certo destare qualche inquietudine scoprire per esempio che in un Etf  titoli con scadenza a 5-7 anni del debito americano il 18,5% del patrimonio sia investito in Btp italiani! Sul blog del Financial Times dello scorso mese a questo “strano ma vero” ci hanno dedicato un gustoso pezzo da titolo che è tutto un programma: “L’investimento nei titoli di Stato americani con un tocco di Bunga Bunga” (si veda qui l’articolo originale comprensivo di replica).

La società emittente nel caso in questione è Lyxor (Societè Generale) che naturalmente ha spiegato la piena liceità di questo comportamento  e anzi l’ha difesa per quanto personalmente da investitore (e non credo solo al sottoscritto) queste soluzioni alla “Frankestein” non mi convincono appieno. Come l’utilizzo massiccio degli Etf nelle gestioni e nei portafogli (soprattutto di tipo attivo e flessibile) come avremo modo di spiegare insieme a Roberta Rossi nelle due conferenze che svolgeremo il 21 gennaio e il 18 febbraio a Milano (vedi qui per iscriverti). C’è fin troppa “mitizzazione” sugli Etf, sui loro vantaggi e sui presunti costi “ridotti” da parte di molti operatori che vendono ancora la “favoletta” che gli Etf sono prodotti semplici, trasparenti e poco costosi… Ma purtroppo sempre più non è così (e lo scriviamo da qualche anno poco ascoltati in verità) e occorre fare delle valutazioni un po’ più articolate per ciascun prodotto e ciascun cliente se non si vogliono dire delle fesserie o delle banalità.

E sarà forse un caso ma dopo questo articolo del Financial Times qualcosa è cambiato nel portafoglio di questo Etf di Lyxor poiché se si va a guardarne oggi la composizione al 20 dicembre si scoprirà che dei Btp italiani non ce n’è più traccia mentre la stessa Lyxor da qualche tempo si sta sempre più impegnando (http://www.etfinfo.it/carta) per rassicurare gli investitori su questi aspetti.

Va detto però che il mercato sembrerebbe accorgersi degli emittenti che soprattutto nel passato (più o meno recente) hanno puntato o meno sul modello “fisico” o “sintetico”. Se si guarda ai flussi degli emittenti dove si evidenzia come nei primi undici mesi del 2011 l’emittente che ha registrato i maggiori deflussi netti a livello europeo è stato Lyxor (-5,1 miliardi), che ha accusato il colpo delle fuoriuscite dagli emergenti e dai governativi dell’area Euro ma anche, secondo alcuni osservatori, il contraccolpo di questa “fuga” dai sintetici.

Mentre fra le società emittenti che hanno avuto i migliori flussi positivi si evidenziano  iShares (11,2 miliardi),  Ubs (2,9 miliardi) ed Etf Securities (2,6 miliardi).

La guida per i “tonti”. Il libro di divulgazione sugli Etf più venduti negli Stati Uniti.

Da una interessante analisi pubblicata sul sito Morningstar si evidenzia come l’analisi dei “flussi netti stimati” (calcolati come la differenza dei patrimoni netti, aggiustata per il rendimento di periodo), nel terzo trimestre mostra un saldo netto negativo di circa 2 miliardi di euro per gli Etp (Exchange traded product) swap-based e uno positivo per 5,74 miliardi per quelli fisici. Una divergenza sempre più significativa.

Nel periodo luglio-settembre, il 96% del totale dei deflussi è imputabile agli strumenti sintetici, contro il 51% del trimestre precedente; mentre il 72% della nuova liquidità è finita in quelli fisici (53% il dato precedente). Sempre nei mesi estivi, gli swap-based hanno perso quote di mercato rispetto ai fisici.

Per Jose Garcia-Zarate, analista sugli Etf di Morningstar, “la paura del sintetico” non è sufficiente da sola a spiegare questi dati. E’ vero, la percezione dell’intera industria degli Etp è cambiata radicalmente nel corso dell’anno, per effetto degli allarmi lanciati dalle autorità di vigilanza (come il Financial stability board) e dagli organismi internazionali (tra cui il Fondo monetario internazionale), per i quali la rapida crescita di questi strumenti è una possibile fonte di rischio sistemico. In particolare, il problema si pone per chi fa uso di derivati o del prestito titoli, pratiche che comportano un “rischio di controparte”.

Un’altra lettura di questi dati la si può, infatti, avere valutando le scelte di asset allocation degli investitori dove si evidenzia come Deutsche Bank con i suoi Db X-Trackers (un emittente che usa molto il “sintetico”) ha comunque avuto flussi positivi grazie al forte interesse per il mercato locale (replicato dal db x-trackers Dax) mentre Lyxor, per contro, non forte su Francoforte, ha subito le fuoriuscite dai mercati emergenti e dai titoli governativi dell’Eurozona, per i quali ha una vasta gamma dedicata.

L’intervista (tutta da leggere) a MoneyReport.it a Massimo Siano, responsabile per l’Italia di ETF Securities

Laureato in economia aziendale all’ ESCP Europe ed in Scienze Politiche all’ universita’ di Torino, Massimo Siano è il responsabile del mercato italiano per ETF Securities, uno dei leader mondiali che si caratterizza per l’indipendenza (non appartiene ad alcun gruppo bancario) e per la specifica competenza nei prodotti su commodity. E’ stata la prima società a quotare il primo exchange-traded commodity sull’oro al mondo (era il 2003) e successivamente molte altre soluzioni di investimento diventate leader del proprio mercato di riferimento.

E l’indipendenza sicuramente si avverte, parlando a ruota libera con questo protagonista del mercato degli Etp che non si nasconde (a differenza dei suoi colleghi) dietro un dito o sotto le gonne del proprio gruppo bancario e/o dei regolamenti.

Partiamo subito dall’oro, il vostro Etc sull’oro fisico, il Phau, è il best seller sul mercato. Gli investitori possono dormire sonni tranquilli?
Nella scorsa settimana il forte il ribasso dell’oro è stato spiegato anche da una sorta di eccessiva finanziarizzazione dell’oro fisico che sarebbe anche utilizzato come collaterale o re-ipotecato da alcune banche per finanziarsi. Ed è da diverso tempo negli Stati Uniti e anche su diversi siti alcune ombre vengono gettate anche sugli Etc legati all’oro fisico. Il pensiero “ultimo” dei sostenitori dell’oro fisico (come un lettore del libro di Maloney sull’investire in oro e argento) rispetto a quello contenuto in quello degli Etc è che di fatto l’oro viene considerato una sorta di bene rifugio di “ultima istanza” il cui valore dovrebbe apprezzarsi soprattutto in caso di “apocalisse finanziaria”.
Ma in caso di “apocalisse finanziaria” (è questa la critica principale) o in una situazione di “gravi turbolenze sui mercati” con magari banche importanti che possono fare “default” chi può garantire che il prezzo degli Etc come anche il Phau rifletta il reale andamento del prezzo dell’oro e il sottoscrittore non abbia limitazioni, subisca condizioni svantaggiose o possa non liquidare le proprie posizioni?

 

Massimo Siano: “Nel caso di EtfSecurities non esiste possibilità che diamo in prestito l’oro contenuto nell’Etc Phisical Gold (Phau) o nel Gold Bullion Securities (Gbs). Quindi possiamo rassicurare gli investitori su questo punto e anzi siamo lieti che si faccia chiarezza su questi aspetti che riteniamo molto importanti per questa industria. Ed è evidente che non tutti gli emittenti intendono gli Etf o Etp allo stesso modo. Anzi a dirla tutta mi sembra che alcuni emittenti considerano i replicanti di fatto come uno strumento per piazzare prodotti strutturati”.

 

Immagino che ti riferisca agli Etf a replica sintetica utilizzati soprattutto nelle asset class di tipo finanziario. Consentiti ma sicuramente una potenziale “bomba”. I tuoi concorrenti ne fanno un massiccio ricorso ma a vedere i dati di Lyxor (Societè Generale) non sembra che il mercato li stia premiando a vedere le quote di mercato e i deflussi… Stiamo andando verso un “redde rationem”? Sarà prima il mercato piuttosto che il regolatore a cambiare il quadro?
“In effetti ci sono cose che quasi non capisco nemmeno io che sono del settore e a mio parere rischiano di creare cattiva immagine per tutto il mercato degli Etf. Un caso eclatante è quello suscitato dal Financial Times su un Etf sui titoli del Tesoro Americano a tripla A nel cui paniere si trovava una quota importante di Btp italiani. Certo il regolamento consente questo ma cosa accadrebbe se i Btp saltassero veramente? Un’ipotesi certo che non mi auguro ma che pone tutta una serie di lecite domande su questi strumenti in termini di sicurezza e solidità. Ci sarà certo un contratto di swap con qualcuno che garantisce la performance in questo Etf dei titoli governativi Usa ma cosa accadrebbe se questo “qualcuno” non fosse in grado di onorare questo contratto? E se fosse necessario rivalersi sul paniere dell’Etf sintetico, “scoprendo” in sede di liquidazione che un titolo di Stato italiano non vale come uno americano? Per queste ragioni la discussione in atto su una maggiore trasparenza di questo mondo mi vede molto favorevole e sicuramente il fatto che la nostra società sia indipendente garantisce maggiormente gli investitori”.

Cosa significa questa indipendenza? Come si esplica e cosa comporta?

“Per esempio che la banca depositaria dei nostri Etp sia un’entità esterna e non del nostro gruppo mentre invece tipicamente in questo settore gli emittenti appartengono a banche che giocano molto ruoli. Compreso quello di intermediario, banca depositaria e controparte nella vendita degli swap ovvero dei contratti derivati. Tutto va bene se non succede nulla ma se qualcosa di serio accadesse tutto questo meccanismo potrebbe dimostrarsi altamente contagioso”.

Mi ha colpito la pubblicità di un Etf sulla liquidità di un vostro concorrente. Per pubblicizzare il proprio Etf sull’Eonia (Euro Cash) usa da tempo una cassaforte nelle proprie pubblicità. Non è un poco esagerato? Se si guarda nel patrimonio dell’Etf (al 16 dicembre) ci si trova di tutto: dai Bund ai Btp, dai bond di Dexia a quelli del Banco Santander, da quelli dell’inglese Lloyds alla Bank of Scotland…
“Sì tratta di un Etf a replica sintetica coperto da uno swap venduto da Societè Generale che e’ anche azionista di Lyxor e l’emittente oggi può fare anche questo: è tutto legale. Certo io non credo che mia nonna sappia che comprando un prodotto pubblicizzato come una cassaforte e che investa sull’Eonia (ovvero sul tasso interbancario) contenga anche bond non proprio considerati dal mercato della massima sicurezza assoluta. Ma questo è un problema che dovrebbe toccare più Ucits o la Consob nell’intervenire o meno su un certo tipo di messaggio pubblicitario da parte degli emittenti”.
Oro fisico e oro finanziario. Soprattutto negli Stati Uniti (ma sempre più anche in Europa) ferve il dibattito sull’oro come bene rifugio supremo in caso di “apocalisse finanziaria”. E i detrattori e critici degli Etf (o più propriamente degli Etc) sostengono che in caso di “collasso” del sistema l’oro di “carta” potrebbe rivelarsi un boomerang. Possiamo chiarire alcuni aspetti sul vostro Etc più noto, il Phisical Gold (Phau)?

“Non c’è trucco e non c’è inganno nei nostri Etc. Il metallo prezioso non può essere, infatti, dato da nessuno in garanzia: né dalla nostra società, né dalle banche depositarie o eventualmente sub-depositarie. Tutto il metallo fisico prezioso è custodito nei caveau della nostra banca depositaria (Hsbc) a Londra e non è prevista alcuna forma di prestito per “moltiplicarne” il valore. Inoltre alcuni intermediari (nel prospetto definiti i “Partecipanti autorizzati”) possono anche richiedere a determinate condizioni il riscatto del metallo prezioso ovvero in cambio degli Etc ricevere l’oro fisico. Ritengo quindi la sicurezza dei nostri Etc sui metalli preziosi molto alta, al massimo standard per il settore”:

Dal prospetto sintetico dell’Etc sull’oro fisico (Phau) si rileva che il depositario non ha l’obbligo di assicurare il metallo prezioso contro perdite, furto o danni e l’Emittente non intende assicurarsi entro tali rischi. Inoltre “l’accesso ai caveau del Depositario o in quello dei sub depositari può essere limitato da eventi naturali quali alluvioni o azioni umane come un attacco terroristico” è scritto correttamente nel prospetto. Vuoi dire qualcosa su questi rischi?

“La banca depositaria che custodisce l’oro è la più importante al mondo nel settore. E crediamo che offra una garanzia di primo livello nella protezione di questi asset. Riguardo i rischi “estremi” questi sono tali e possono  riguardare anche chi possiede oro fisico. Se per ipotesi in Gran Bretagna il governo decidesse di nazionalizzare tutto l’oro depositato nel suo suolo ci sarebbe certo qualche problema per i partecipanti a questo Etf. Ma questo potrebbe avvenire anche in Italia, negli Stati Uniti o in un’altra nazione del mondo e per qualsiasi cosa dal conto bancario alle case…”.

Esiste poi un ulteriore rischio che però non è imputabile a voi emittenti. Se io detengo questo Etc presso la mia banca che fa default… Altra ipotesi certo da Apocalisse. In quel caso sono sempre il legittimo proprietario delle quote degli Etf (come dei fondi, delle azioni, delle obbligazioni o di qualsiasi strumento detenuto il cui patrimonio è distinto da quello della banca nei guai) ma per liquidare questo investimento devo aspettare che la mia banca o sim fallita o con qualche problema (magari commissariata) mi trasferisca i titoli presso un altro intermediario più in salute. E questi tempi possono anche essere lunghi (magari settimane, mesi…), giusto?

“Sì in linea teorica è giusto e questi tempi non certo dipendono da noi se si dovesse verificare questa circostanza. Si dimostra però anche in questo esempio come sia importante come nel mercato finanziario ci siano meno commistioni possibili fra emittenti, banca depositaria, intermediari etc… Altrimenti il risparmiatore si trova ad affrontare rischi esponenziali..”.

A proposito di Etc sarebbe forse opportuno ricordare quello che è accaduto dopo il fallimento di Lehman ad alcuni dei vostri “replicanti” che avevano come controparte il colosso assicurativo Aig che fu salvata appena in tempo prima che facesse il “botto”. I detentori di alcuni vostri Etc per qualche settimana non dormirono sonni proprio tranquilli…
“Sì questo è un bellissimo caso e va giustamente ricordato. Quel settembre 2008 mi ricordo proprio quando appresi del fallimento di Lehman e della riunione del lunedì mattina della mia società. ‘Avete visto il valore dei cds di Aig’ feci notare insieme ad altri colleghi di altre nazioni ma gli analisti cercarono di rassicurarci: ‘il valore dei Cds non conta, conta il rating” E quello di Aig allora era doppia A. Peccato che nel pomeriggio i market maker smisero di prezzare i nostri Etc. La ragione? Non si fidavano che Aig che era la società che garantiva il loro pagamento avrebbe avuto le risorse necessarie nei 3 giorni successivi! Il regolamento, infatti, prevedeva per i market maker il pagamento a 3 giorni (T3). E così non quotandoli non si assumevano alcuna responsabilità e rischio. Allora quel genere di prodotti (e non solo i nostri) non erano collaterizzati ovvero non vi erano titoli a garanzia e di fatto ne rispondeva quindi Aig. Per 20 giorni quindi non ci fu nessun market maker che si assunse il rischio di fornire liquidità ai prezzi degli Etc dove c’era dietro Aig e le quotazioni quindi iniziarono a diventare fortemente volatili e a discostarsi dai benchmark. In 20 giorni il mio capo di allora riuscì però nell’impresa di realizzare e far approvare un nuovo prospetto (anche europeo) per i nostri Etc dove si fornivano garanzie molto importanti agli investitori con la creazione del collaterale. Inoltre si riusciva a convincere Aig (che nel frattempo riceveva dal governo degli Stati Uniti un maxi prestito di oltre 80 miliardi di dollari) a uscire dal settore, facendo subentrare UBS mentre banca depositaria diventava Bank of New York Mellon, la prima al mondo. Nasceva così il concetto di collaterale anche per gli Etc (uno standard che poi altre società del settore adottavano) e così a fine novembre 2008 i market maker riprendevano a garantire la liquidità a questi Etc. Sette mesi dopo il nostro business tornava a risalire e nel frattempo Aig cedeva il business degli Etc ad UBS. Peraltro poi non fidandoci di avere solo una controparte abbiamo coinvolto anche Merrill Lynch in questo ruolo al fine di tutelare in modo ancora maggiore i nostri clienti con più pilastri. Certo il collaterale costa e aumentano le fee di gestione ma questo è un costo che oggi quasi tutti gli investitori vogliono sostenere. In conclusione la vicenda Aig non ci ha ucciso ma ci ha reso sicuramente più forti e sensibili sul tema della sicurezza e trasparenza”.
Un’ultima domanda riguardo la vostra presenza in Italia. Oggi voi gestite circa 2 miliardi di euro nel mercato degli Etp. In questa torta quanto incidono gli asset legati alle attività finanziarie e quanto invece quelle legate ai metalli preziosi?

 

“Siamo quasi al 50% e 50% e questo ci rende come EtfSecurities molto equilibrati ad affrontare l’attuale mercato. L’oro e i metalli preziosi sono, infatti, il classico bene rifugio che viene riscoperto e sale quando a soffrire sono le attività più tipicamente finanziarie o legate al buon andamento dell’economia come molte materie prime, petrolio in primis. Siamo quindi molto ben diversificati come gamma sia nell’ipotesi che l’economia e i mercati ripartano che di fronte allo scenario di un ulteriore acuirsi della crisi che vedrebbe magari di nuovo l’oro e i metalli preziosi favoriti. Soprattutto nell’ipotesi che i governi centrali tornino a stampare massicciamente carta per uscire da questa situazione. Come è accaduto nel 2008 dove dopo un temporaneo sbandamento del prezzo dell’oro ai tempi della crisi Lehman (quando gli operatori hanno bisogno di liquidità vendono qualsiasi cosa e anche l’oro) il prezzo dei metalli preziosi ha iniziato a salire quasi vertiginosamente”.

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