Migliori e peggiori investimenti: Turchia che botta! Cina: vendite auto +76,2% nel primo bimestre

Europa ormai dipendente dalla Cina e dall'Asia e lira turca precipitata in Borsa: questi sono solo alcuni dei temi della Lettera Settimanale

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Nella settimana passata a leggere molti commenti nel “durante” sembrava che fosse successo chissà che cosa ma nella realtà non è successo granché a livello di variazioni settimanali dei principali indici azionari europei e mondiali.

Una buona ragione per cui sosteniamo da molto tempo che la cosa migliore che può fare un investitore è non stare troppo attaccato al chiacchiericcio quotidiano, perché si perde spesso solo tempo e soldi a cercare ogni giorno di capire che cosa succederà l’indomani e chi investe, invece, deve guardare come dicevano gli americani alla “big picture”, al quadro generale.

Che resta al momento comunque positivo supportato dalla luce in fondo al tunnel della campagna vaccini che dove sta funzionando ed è già in uno stadio avanzato sta dimostrando una ripresa a V dell’economia.

Fra i dati della settimana colpisce ancora il balzo della produzione industriale cinese nei primi 2 mesi del 2021: +35,1% (dopo il modesto +4,6% di dicembre) seppur dai bassi livelli registrati nello stesso periodo dello scorso anno quando era crollata.

Dati superiori alle attese e che confermano come la Cina, che è diventato di fatto il cantiere quasi di tutto (dalle turbine eoliche alle schiume plastiche), stia raccogliendo ordini “per la qualunque”.

Come ha acutamente osservato David Barroux sulle colonne del quotidiano francese Les Echos: “Mentre il resto del pianeta – e in particolare l’Europa – è ancora alle prese con Covid, l’Impero di Mezzo ha ampiamente controllato questa minaccia. I suoi stabilimenti sono in piena produzione e le esportazioni sono aumentate di oltre il 60% a gennaio e febbraio 2021. Solo in questo periodo, il surplus commerciale della Cina ha superato i 100 miliardi di dollari e in particolare è raddoppiato con gli Stati Uniti, che si credeva fossero diventati più protezionisti. L’industria cinese sta riempiendo le sue casse e nei prossimi mesi non cambieranno le sorti. Innanzitutto perché le aziende cinesi dominano sempre più un mercato interno che è stato uno dei pochi a registrare una crescita del PIL lo scorso anno, ma anche perché è in aumento la proliferazione di piani di stimolo in tutto il mondo”.

La crisi ci ha fatto scoprire che noi europei soprattutto dipendiamo ora sempre più dalla Cina e dall’Asia. Dalle mascherine ai semiconduttori, dalla schiuma per realizzare i divani ai cavi di plastica.

I prezzi delle memorie Dram sono aumentate del 60% dall’inizio dell’anno ai massimi da marzo 2019.

Un aumento inaspettato della domanda di semiconduttori, innescato dalle vendite in forte espansione di personal computer e altri prodotti elettronici di consumo, oltre a una rapida ripresa nella produzione di automobili, è alla base dell’aumento dei prezzi.

E tutto questo sta creando dei colli di bottiglia nelle consegne con linee di produzione ferme in mezzo mondo, perché mancano i chips che non sono le patatine, complice anche un incendio in Giappone a uno dei mega produttori del settore (Renesas).

Sempre a febbraio le vendite si sono attestate a 1,46 milioni di veicoli in Cina registrando l’undicesimo aumento mensile consecutivo. Le vendite si sono attestate a 1,46 milioni di veicoli a febbraio, registrando l’undicesimo aumento mensile consecutivo. Le case automobilistiche, tra cui Toyota e Geely, hanno registrato una crescita delle vendite a tre cifre il mese scorso.

 

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Le vendite di veicoli a nuova energia (Nev), inclusi i veicoli elettrici a batteria, gli ibridi plug-in benzina-elettrici e i veicoli a celle a combustibile a idrogeno, sono aumentate del 585% a febbraio.

La Cina non è però un libero mercato, ma il comando sull’economia del Partito Comunista Cinese è ben saldo e può arrivare a influenzare qualsiasi cosa comprese società quotate e persino la Borsa.

Il presidente Xi Jinping ha ordinato alle autorità di regolamentazione di intensificare nelle scorse settimane la supervisione delle società di Internet e reprimere i monopoli e un potere alternativo in mano ad Alibaba (Jack Ma), Tencent o ByteDance (Tik Tok) non è tollerato.

Quasi 2 settimane fa quando la correzione dei mercati era sembrata eccessiva le autorità cinesi sono perfino arrivate a far scomparire il termine “mercato azionario” dai social cinesi come Weibo censurando le ricerche per non fagocitare un umore ribassista fra i piccoli investitori cinesi e la cura al momento sembra aver funzionato a differenza di quello che sta succedendo in Turchia dove ogni volta che il presidente Recep Tayyip Erdogan si muove crea casini.

La lira turca è infatti di nuovo precipitata dopo essere faticosamente risalita perché il governatore della Banca Centrale Turca, Naci Agbal, è stato rimosso per avere alzato i tassi d’interesse (la lira turca si era apprezzata di oltre il 15% rispetto al dollaro da quando Ağbal ha preso il timone) ed è stato sostituito con Sahap Kavcioglu, ex membro del partito di governo, teorico dei bassi tassi, ex professore di economia bancaria all’Università Marmara di Istanbul.

La Borsa turca ha perso il 10% circa e poco meno la lira turca e i bond e fare il governatore centrale della banca turca (4 cambi di guardia negli ultimi 2 anni) si conferma fra i mestieri più pericolosi al mondo insieme al domatore di leoni, l’incantatore di cobra e i tecnici dell’alta tensione.

Sui rischi della Turchia (che ha attirato in questi anni molti risparmiatori italiani a caccia di cedole e che per questo hanno sovrappesato questo paese) ne abbiamo spesso parlato e messo in guardia da un eccessivo posizionamento.

La cedola elevata poco copre una valuta che in questi 10 anni si è deprezzata di oltre l’80% e al di là di Erdogan un grosso problema per la Turchia in questo momento è l’elevata inflazione che a febbraio era del 15,6% su base annua.

Per l’economia turca, una lira più debole è ambigua. Da un lato, ciò rende le esportazioni dalla Turchia più economiche e quindi più competitive sul mercato mondiale. D’altra parte, questo è associato a grandi rischi. Molte aziende turche sono indebitate in valute estere come dollari ed euro. Pertanto, una lira più debole ha su di loro un effetto simile a una politica monetaria più restrittiva. Man mano che la lira scende, i suoi costi di finanziamento e il peso del suo debito aumentano.

Pertanto, il governo turco difficilmente può restare a guardare una drastica svalutazione della lira e potrebbe valutare anche per un tempo limitato di controllare il mercato dei capitali ma in un mercato globale e considerato che le riserve valutarie turche non sono infinite, la mossa di Erdogan appare sicuramente ardita. Come si diceva una volta: cose da turchi.