SE MILANO PIANGE, FRANCOFORTE NON RIDE

Manovre per arginare la crisi se ne vedono molte e in preoccupante successione, tanto nei singoli Paesi quanto a livello globale, ma la situazione non sembra cambiare e lo spettro di qualche default imprime una accelerazione al ribasso in tutti i mercati finanziari. Si parla tanto di speculazione come se questa fosse la vera causa di tutti problemi economici e finanziari che stanno colpendo quasi tutto il globo.La verità, tuttavia, sta’ nel fatto che la speculazione va ad addentare le parti molli, quelle più in difficoltà, e cosa c’è più in difficoltà ora di economie che non riescono a crescere dopo anni di stagnazione e vivono rinnovando le cambiali? Cosa c’è di più debole di una manciata di Stati che solo grazie all’intervento della Bce non chiudono i battenti con alla porta il cartello con su scritto “Chiuso per inventario”? Cosa ha più l’odore del sangue di una politica che non riesce a essere coesa per cercare di risolvere dei problemi che, gravi sì, ma pur sempre risolvibili con una semplice unità di intenti?

E’ tutto sotto controllo – dicevano le autorità politiche non più di due anni fa – e tempo qualche trimestre torneremo a crescere. Ora sembra che la situazione sia più grave del previsto e l’allarmismo che è scoppiato in tutti i mass media è necessario per giustificare le recenti manovre che stanno bruciano i risparmi degli italiani. E quando di risparmi si tratta se si è più fortunati…

Intanto le vendite sui mercati azionari stanno facendo tornare le quotazioni ai livelli minimi raggiunti nel 2009 e tecnicamente (vedasi il grafico sottostante relativo all’Indice FTSE All Shares del mercato italiano) non si vede al momento una base su cui poter sperare in un nuova crescita stabile. L’area dei 13.400 punti è poco lontana e potrebbe produrre un rimbalzo, ma solamente una ritrovata fiducia da parte degli investitori potrebbe far tornare l’indice verso i 16.800 punti prima e 18.600 punti subito dopo. Se cedesse invece la base dei 13.400 punti si potrebbero innescare delle vendite prodotte dal panico con elevata volatilità e situazione decisamente delicata.

Su Piazza Affari i sistemi di “allerta” che utilizziamo sui portafogli di SoldiExpert SCF hanno dato il segnale “rosso” fra i 19.200 e il 19.500, il 30% sopra questi livelli e al momento attuale, visto l’andazzo, non consigliano certo di rientrare sul mercato. E fino a quando i prezzi non si stabilizzeranno o ritorneranno a salire per alcune settimane fornendo l’indicazione di una vera base di accumulazione (e non di un semplice rimbalzo) non c’è da aspettarsi certo un’inversione a brevissimo, se dobbiamo guardare al passato e cosa è accaduto in situazioni simili.

Ma a confermare il fatto che se l’Italia piange anche gli altri non ridono mostriamo l’andamento dell’indice tedesco Dax. Anche qui la tendenza è decisamente ribassista anche se la distanza rispetto ai minimi del 2009 è molto più ampia (35% contro il 16% dell’Italia).

Da agosto in poi il ribasso del listino tedesco è peraltro perfino più inquietante di quello italiano. Francoforte ha perso, infatti, il 22,14% mentre Milano “solo” il -19,29%.

Rispetto ai commentatori che attribuiscono tutto il calo della Borsa italiana allo spread Btp/Bund, all’indebitamento pubblico italiano e alle vicissitudini del governo italiano e del suo premier Silvio Berlusconi, un dato su cui riflettere. Salvo non attribuire totalmente anche al governo italiano la discesa del listino di Francoforte…

Nel caso della Borsa tedesca parliamo dell’economia più in forma di tutto il continente europeo, con un’elevata vocazione all’export e una componente bancaria-finanziaria sicuramente meno rilevante di quella presente sul listino di Piazza Affari. Che cosa sta accadendo quindi a Francoforte e dintorni?

Diverse le spiegazioni che cercano di darsi i gestori ma nessuna convince fino in fondo in verità. Molti gestori e investitori per fare cassa hanno sicuramente deciso di chiudere le posizioni e portarsi a casa i profitti o bloccare le perdite; il fatto poi che il provvedimento che vieta le vendite allo scoperto non è stato adottato dalla Consob tedesca si è rivelato poi probabilmente un clamoroso autogol: non potendo andare short in Francia o in Italia molti investitori e gestori hanno pensato bene di andare “corti” sulla Germania. Resta sullo sfondo poi un’altra spiegazione più banale per quanto forse più delicata: la locomotiva tedesca sta rallentando.

Già ad agosto l’indice dell’istituto Ifo si è deteriorato in modo significativo ancora una volta con una discesa superiore al previsto. L’istituto di ricerca economica, con sede a Monaco di Baviera, ha comunicato che il suo indice -compilato dalle risposte di circa 7.000 imprese – è pari a 108,7 questo mese, contro i 112,9 del mese di luglio. In confronto gli economisti si aspettavano un indice diminuito, ma nei limiti di 110.

“L’economia tedesca non è immune dalle attuali turbolenze dell’economia mondiale”, ha commentato l’Ifo, che rileva un degrado in ogni settore considerato (produzione, distribuzione al dettaglio e all’ingrosso, costruzione). La componente che misura la percezione delle condizioni attuali è scesa a 118,1 nel mese di agosto, contro 121,4 nel mese di luglio. La componente delle aspettative è scesa a 100,1, in forte calo da 105.

E oggi la Bundesbank ha spiegato di prevedere un terzo trimestre 2011 con una forte crescita del Pil in Germania grazie allo sviluppo positivo della produzione industriale e dell’attività edilizia, anche se le prospettive future sono peggiorate. Nel suo bollettino mensile la Banca centrale tedesca aggiunge che anche i consumi privati nel terzo trimestre in Germania aumenteranno “sensibilmente”, ma mostra cautela per le previsioni successive al periodo in quanto “resta da vedere” l’impatto del deciso calo dei mercati azionari e il “cospicuo peggioramento delle attese” sul bilancio pubblico e delle imprese. “Le attese nel medio termine sono peggiorate di recente più delle attese in presenza di un aumento dell’incertezza”, afferma il bollettino.

Crisi borsistica e finanziaria chiama crisi economica. E sembra così ripetersi il copione del 2008 dove nessun bene rifugio era più un rifugio sicuro.

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