PECHINO, ABBIAMO UN PROBLEMA. CHE COSA STA ACCADENDO AI LISTINI CINESI? (seconda parte)

(clicca qui per leggere la prima parte di questo articolo)

I dati economici dicono che la locomotiva cinese sta decelerando. Con una crescita più “modesta” del +7% / 7,5% su base annua contro previsioni del + 8% che si facevano per il 2012 a inizio anno.

I dati diffusi negli scorsi giorni dicono che la produzione manifatturiera in Cina resta in contrazione per l’11esimo mese consecutivo. L’indice Pmi manifatturiero Hsbc cinese ha registrato a settembre un rialzo a 47,8 punti (dato preliminare) rispetto ai 47,6 punti del dato definitivo di agosto. Un livello sotto la soglia dei 50 punti separa una fase espansiva da una contrazione economica ed è questa ora la situazione del caso cinese.

E’ allarme “rosso”?

La colpa di questo rallentamento produttivo deriva principalmente dei nuovi ordinativi che arrivano dall’export, che hanno messo a segno il calo maggiore su base mensile dal marzo del 2009, fermati dalla crisi che blocca l’economia a livello globale. Se l’Europa e il resto del mondo soffrono anche la Cina evidentemente ne risente perché le merci contenute nelle navi porta-container fanno sempre più fatica a essere smaltite. E se soffre l’export anche la domanda interna cinese ne risente poiché girano meno soldi per tutti.

I dati su import e export sono solo gli ultimi di una lunga serie che ha evidenziato un chiaro rallentamento del passo della Cina. Nel secondo trimestre la crescita del Pil della Cina ha segnato un rallentamento al 7,6 per cento su base annua, il valore più contenuto dalla recessione mondiale del 2008-2009, e da allora diversi altri indicatori hanno confermato questa tendenza.

 

“Il quadro si complica – sostengono gli economisti di Global Insight Ren Xianfang e Alistair Thornton – L’attuale piano del governo appare del tutto inadeguato davanti alla perdita di abbrivio, più rapida del previsto, dell’export”.

L’effetto domino del rallentamento della crescita cinese è una cosa che preoccupa tutti i governi anche europei perché anche la Germania avrebbe solo da perdere se la Cina continuasse a rallentare. Le esportazioni “made in Germany” sono fortemente dipendenti dall’andamento dell’economia orientale e la forte diminuzione nella domanda dei macchinari, auto e altre componentistiche specializzate di alta qualità, vanto dell’industria tedesca, potrebbe mettere seriamente in difficoltà la locomotiva tedesca. L’Europa è il principale mercato di sbocco della Cina ma anche l’Australia in queste settimane sta risentendo del rallentamento cinese (come valuta ed economia) visto che l’economia dei canguri esporta in Cina buona parte delle proprie materie prime.

Fra poco più di un mese in Cina si eleggerà la nuova squadra di timonieri

La situazione è così grave? Dobbiamo preoccuparci (e detta da noi italiani la cosa ha un sapore quasi comico) della Cina che sale ora solo del 7% all’anno come Pil?

Un proverbio cinese dice “chi cavalca una tigre ha timore di scendere” e sicuramente il paese del Dragone deve fare i conti con una decelerazione anche perché non è facile sostenere per oltre 30 anni tassi di crescita del Pil di oltre l’8% annuo.

Capire quello che accadrà non è facile agli stessi timonieri cinesi e figuriamoci per noi occidentali.

Ma si può dare anche una lettura non solo economica ma anche politica di questa fase di discesa dei mercati azionari cinesi.

Molti gestori internazionali spiegano la sotto-performance del mercato azionario cinese come effetto della scarsa velocità d’intervento delle autorità cinesi nel gestire l’andamento dell’economia.

“Un sacco di persone sono state deluse dalla velocità di intervento cinese sul lato fiscale e monetario”, dice Willem Sels, capo del Regno Unito della strategia d’investimento in HSBC Private Bank soprattutto rispetto alla iperattività relativa in Occidente e in altri mercati emergenti come il Brasile, che ha tagliato i tassi di interesse nettamente .

Sels pensa che la cautela delle autorità cinesi in materia di intervento è legata a due fattori: la paura dell’inflazione, e gli imminenti cambiamenti politici . “Anche se l’inflazione in Cina è piuttosto bassa, il governo si preoccupa di componenti specifici, quali il prezzo dei prodotti alimentari (riso e carne di maiale soprattutto)”, ha detto.

A novembre di quest’anno si svolgerà il congresso del Partito Comunista cinese, nel quale ci sarà l’avvicendamento tra il gruppo dirigente uscente guidato dal ticket Hu Jintao/Wen Jabao e il nuovo gruppo dirigente dove presidente della Repubblica e Segretario del partito dovrebbe diventare Xi Jinping (59 anni) e capo del governo Li Keqiang (57 anni), la cosiddetta quinta generazione in carica.

 

E vi è chi vede questa scarsa velocità d’intervento delle autorità cinesi (che in verità nelle ultime settimane ha subito un’interruzione parziale) in una precisa volontà politica:“Un partito di governo, per rimanere in cima in occasione di un importante congresso di partito che segnerà la politica della Cina per i prossimi 10 anni, non vuole creare risentimenti“, spiega Perry Link, professore alla University of California. In pratica attuare forti politiche espansive da parte dei vertici cinesi secondo questa corrente di pensiero non è politicamente furbo a ridosso di un congresso politico dove si eleggeranno i vertici e dove la peggiore accusa da cui difendersi nell’assise di quello che resta comunque un Partito Comunista è quella di aver favorito gli strati più ricchi, i miliardari del partito e la speculazione finanziaria. Per questo motivo i milionari “rossi” hanno fiutato l’aria e diserteranno per motivi di opportunità quasi massicciamente la partecipazione al prossimo congresso del Partito Comunista nonostante

Nei cinque anni a partire dal 2007, il numero dei miliardari in dollari statunitensi nel paese del Dragone è salito a 251 da 106 e anche il numero dei delegati al Congresso nazionale del popolo, l’organo legislativo del Paese è quasi raddoppiato nel frattempo, raggiungendo quota 75 super ricchi mentre diverse ricerche dicono che il divario di ricchezza fra la base e i vertici in Cina ha raggiunto livelli molto elevati.

 

Roberto Malnati, gestore di Cb Accent Asian Century

Un’opinione che è condivisa da Roberto Malnati, gestore del fondo d’investimento CB Accent Asian Century che non si unisce al coro di coloro che si preoccupano per le sorti dell’economia cinese e che la considera invece ancora come il locomotore dell’economia mondiale. E che considera questa fase di apparente scarsa visione e interventismo del governo cinese come una mossa astuta dei vertici per farsi consegnare il potere al prossimo Congresso senza fomentare scontri politici e sociali per poi riprendere saldamente la cloche dell’economia mondiale.

 

Il governo cinese secondo questa corrente di pensiero non deve dare l’impressione di eleggere i più ricchi, visto che ai vertici del partito ci sono moltissime persone che si sono arricchite (e di molto) in questi anni. Ma quali sono le prospettive per il dopo voto? I listini cinesi invertiranno la tendenza?

“Siamo in una fase molto delicata per il potere cinese ed è evidente che la sperequazione fra la casta al potere e il popolo è molto aumentata in questi anni – spiega Roberto Malnati – per evitare tensioni sociali eccessive la cosa più saggia che può fare (e ha fatto in questi mesi di avvicinamento verso le elezioni che determineranno il corso della politica cinese per i prossimi 10 anni) chi muove le leve al comando è di ‘mimetizzarsi’ e adottare un basso profilo. Ma dopo le elezioni mi aspetto un approccio cinese all’economia decisamente più interventista e a tutto campo”.

Nel suo fondo Malnati seleziona le migliori azioni dell’Estremo Oriente e della Cina in base ai fondamentali e ai suoi modelli quantitativi e quindi ha un approccio molto dinamico, facendo anche ricorso a strategie di copertura, e in questi anni (dal 2007 data di lancio del fondo) a fronte di un indice in forte discesa (di circa il -50%) ha nettamente sovraperformato con una discesa contenuta al -14% circa.

 

“Trovo fuori luogo spesso come la stampa soprattutto italiana racconti l’economia cinese e parli di rallentamento o addirittura crisi. Il tasso di crescita interno ovvero le vendite al dettaglio della Cina si aggirano sul +13-14% all’anno. E sono spesso fuorvianti anche gli allarmi lanciati sull’andamento del Baltic Dry Index la cui discesa verso i minimi viene descritta troppo superficialmente come il segnale che l’economia mondiale e soprattutto cinese stanno crollando. Questo indice fornisce l’andamento dei costi del trasporto marittimo e dei noli mondiali (nonostante il nome baltic) delle principali categorie delle navi dry bulk cargo e raccoglie le informazioni relative alle navi cargo che trasportano materiale “dry”, quindi non liquido (petrolio, materiali chimici,ecc) e “bulk”, cioè sfuso. In questi ultimi anni l’offerta di navi è cresciuta a dismisura e la contrazione dei costi non coincide con una riduzione dei trasporti. In ogni casola Cina ha segnato nel primo trimestre il picco di trasporti in entrata, raggiunto solo in precedenza per le Olimpiadi. Ma sono trasporti “liquidi” (ossia di approvvigionamento di olio combustibile) che non vengono rilevati da questo indice. Comparare dunque un indice di redditività di un settore maturo e in eccesso di offerta come quello dei noli marittimi, con l’economia cinese è una forzatura giornalistica, nonché una palese ingenuità”.

Secondo Malnati la discesa borsistica degli ultimi mesi dipendono molto non solo dalla congiuntura mondiale ma anche dalla particolare situazione politica che sta attraversandola Cina in prossimità di un appuntamento importante come la rielezione dei vertici del Partito Comunista.

L’andamento del Baltic Dry Index, il prezzo mondiale dei noli delle navi con carichi secchi

 

“I P/E sono al minimo storico e al di sotto della media di un buon 50% e le assicurazioni nazionali stanno solo aspettando il via per fare il pieno di titoli lasciati sul mercato dagli stranieri. Senza che se ne sia dato grande risalto negli anni scorsi la grande borsa merci londinese (il London Metal Exchange), nelle cui sale si svolge oltre l’80% delle contrattazioni sui metalli di base è stata acquistata dalla Borsa di Hong Kong per 2,15 miliardi di dollari. E va ricordato chela Cinaconsuma oggi intorno al 40% dei metalli industriali”.

Una visione quella tutto sommato ottimistica di Malnati sull’economia cinese o sul fatto che comunque il Drago sta solo facendo finta di dormire ma che è ancora più vivo che mai che è condivisa da altri gestori inglesi che si aspettano un momento verità per i listini cinesi subito dopo il Congresso del Partito Comunista.

“Dopo il congresso del partito, ci aspettiamo un maggior allentamento monetario e fiscale della spesa, che probabilmente includono tagli dei tassi di interesse bancari e le riserve obbligatorie, e l’accelerazione dei progetti di infrastrutture“, spiega Ryan Tsai, analista finanziario senior del mercato cinese della banca privata Coutts.

 

E la crisi dell’Europa sta costringendo comunque i vertici cinesi a fare anche qualcosa di immediato per rilanciare l’economia come la decisione recente della Cina di allentare un po’ le briglie al controllo valutario, intervenendo 2 volte sullo yuan renminbi per consentire una maggiore libertà commerciale.

E proprio pochi giorni fa quando l’indice di Shanghai aveva toccato i minimi dall’inizio del 2009 portandosi sotto la soglia psicologia dei 2 mila puntila Banca Popolare della Cina ha annunciato un’iniezione di liquidità pari a 365 miliardi di yuan (57,9 miliardi di dollari) per sostenere l’economia, l’intervento più consistente nella storia della banca cinese, che ha fatto rimbalzare dai minimi il listino cinese.

Naturalmente non tutti i gestori e gli analisti sono ottimisti sulle sorti dell’economia e delle Borsa cinese e sui risultati positivi che un’azione di massiccio allentamento e stimolo perché come si è visto anche in Europa recentemente non basta solo concedere liquidità a pioggia per far ripartire di colpo l’economia e i consumi. Per alcuni economisti e osservatori (come ad esempio il professore Aldo Giannuli, ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano) la Cina, la grande locomotiva mondiale, non può permettersi di crescere a tassi inferiori all’8% all’anno poiché la sua struttura sociale interna ne risentirebbe pesantemente. Ovvero un sensibile rallentamento dell’economia potrebbe portare a una forte instabilità sociale se si pensa chela Cina ha bisogno di trovare una sistemazione ai 20 milioni di contadini che ogni anno lasciano le campagne per la città.

Fra gli strategist che seguono questo mercato le opinioni sulle prospettive sono spesso diametralmente opposto pur se le valutazioni di questo mercato in termini di rapporto prezzo/utile ai livelli più bassi dal 1997 e l’economia cinese è vista crescere al ritmo più lento degli ultimi 13 anni.

Per Jim O’Neill di Goldman Sachs Group (il money manager a cui si deve la stessa definizione del termine Bric) le azioni cinesi sono ancora fra le più interessanti dei listini dei Paesi Emergenti mentre Ruiming Chen, un apprezzato analista di Haitong Securities Co. che ha correttamente previsto il 1 ° agosto la discesa dell’indice sotto quota 2000 vede la Borsa cinese poter scendere quest’anno di un ulteriore 14 per cento.

 

Riusciranno i vertici del più grande partito Comunista cinese del mondo a dare un’ulteriore lezione di capitalismo? La risposta al dopo XVIII congress del “Communist Party of China” il cui appuntamento è fissato a partire dall’8 novembre.

 

I nostri sistemi intanto che adottiamo sui portafogli modello e quelli della consulenza personalizzata intanto non sono investiti su quest’area (vedi grafico sotto) e dal maggio 2011 sono in posizione neutrale.
Seguire una strategia prestabilita all’interna di una logica di portafoglio ci sembra per un investitore un opzione migliore rispetto
al “compra, tieni e spera”. E nel tempo (lo dimostra l’andamento di tutti i nostri portafogli nel tempo)

Shangai Indicatore

 

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