GLI AMERICANI POMPANO LIQUIDITA’ A GOGO’. E GLI USA STANNO TORNANDO AI LIVELLI PRE-CRISI. MA CI SONO ANCHE ALCUNE CONTROINDICAZIONI

A guardare l’andamento dei mercati azionari degli ultimi anni il detto “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso” sembra clamorosamente smentito.

L’onda lunga della crisi finanziaria del 2007 partita dall’America ha tramortito l’Europa, con le Borse ancora sotto del 30% rispetto al picco di luglio 2007 (quella italiana è sotto del 61%), mentre i mercati azionari degli Stati Uniti hanno quasi riassorbito interamente le perdite e distano pochi punti percentuali dai massimi assoluti. Merito della cura Bernanke che inondando di liquidità il sistema finanziario a stelle e strisce con le manovre di “alleggerimento quantitativo” (quantitative easing), cerca da qualche anno di stimolare i consumi e quindi la crescita e l’occupazione. Con successo per gli Usa a giudicare dall’andamento delle Borse ma facendo correre qualche rischio al resto del pianeta.

Mutui spazzatura
Nel novembre 2008 la Fed lancia per combattere la crisi post Lehman il QE1 (il primo quantitative easing) un programma di riacquisto di titoli e bond legati ai mutui erogati delle agenzie governative Fannie Mae e Freddie Mac, compra T-bond Usa e titoli garantiti da mutui ipotecari (mortgage backed securities), spesso di categoria “subprime” (quindi non propriamente di ottimi pagatori) che sono poi stati venduti in mezzo mondo grazie ai derivati mettendo in crisi non poche istituzioni finanziarie.

Il contagio
Pochi se lo ricordano ma allora una delle banche che aveva fatto man bassa di mutui subprime era la svizzera Ubs, la piú grande banca europea, che fu costretta a pesanti svalutazioni e a varare anche un aumento di capitale, tanto che non pochi investitori decisero all’epoca di riportare i soldi dalla Svizzera all’Italia. Del resto i dati erano allarmanti. Nel 2008 UBS riportò una perdita di CHF 4,4 miliardi; la sua esposizione al mercato dei mutui ipotecari ad alto rischio americani era ancora pari a $27,6 miliardi. Nel 2008 un altro bilancio in profondo rosso con 20 miliardi di franchi svizzeri persi. La banca svizzera subì a causa di questi risultati un deflusso di capitali di 226 miliardi. Si salvò grazie all’aiuto della Banca Nazionale Svizzera che stanziò 6 miliardi di franchi per salvare la banca e ricompro circa 40 miliardi di franchi di asset tossici.

Ma Ubs era in buona compagnia visto che altre istituzioni finanziarie come Deutsche Bank, Citigroup, Merrill Lynch, Morgan Stanley e Barclays avevano lo stesso problema: aver comprato dosi massicce di crediti impacchettati dentro ai quali c’erano non solo mutui di qualità variabile (mutui prime e subprime) ma anche altri tipi di debiti per esempio obbligazioni societarie (tra cui Parmalat e Worldcomm poi fallite). Era proprio questo assemblaggio di crediti di serie A e B a rendere difficile la valutazione dei rischi di questi titoli, spesso venduti come crediti “sicuri” visto che avevano anche il bollino tripla A (massima affidabilità creditizia) delle agenzie di rating. Prova ne è che anche grandi banche insieme a piccoli risparmiatori (come quelli che negli anni ’90 acquistarono alcune polizze vendute dalle Poste Italiane) ne fecero pesantemente le spese. E solo un aiuto pesante e soprattutto sonante (inteso come un sacco di quattrini) da parte dei governi a favore delle banche e a spese dei contribuenti evitò il crollo del sistema finanziario mondiale.

Cittadini un po’ indignados
Gli aiuti alle banche americane ed europee dal 2007 ad oggi ammontano a quasi 5 trilioni di euro, 4.700 miliardi per l’esattezza. Lo afferma l’ultimo rapporto R. e S. di Mediobanca.

La cifra è stimata per difetto (mancano 100 miliardi per le banche spagnole o i 114 miliardi di prestiti agevolati dallo Stato italiano alle nostre banche). Secondo Luciano Gallino, saggista, sociologo del lavoro e studioso dell’economia italiana, soltanto in Europa gli aiuti alla finanza ammontano al 37% del PIL continentale. In Italia gli aiuti (tra le banche che ne hanno beneficiato Mps) sono stati più contenuti ma comunque sempre pari al 5,5% del nostro PIL.

God save the banks
Qual è stato l’effetto di questo fiume di denaro che ha permesso alle banche di liberarsi di molti asset tossici? Difficile dirlo perché nessuno può rispondere alla domanda cruciale: cosa sarebbe successo se i governi non fossero intervenuti? Esaminiamo il caso americano e gli effetti delle tre tranche di “quantitative easing” della Fed. Anche se alcuni discorsi valgono purtroppo per tutti (come il concetto di favorire il cosiddetto “moral hazard” se non sono responsabile ovvero non pago per le mie azioni sconsiderate sono più portato a farne).

Per gli Usa una cura da cavallo
Con il quantitative easing 1 la Fed spende 1.700 MLD (mediamente 106,25 MLD al mese) da dicembre 2008 a marzo 2010 e li impiega per comprare mutui subprime. Con il QE2 chiamato operazione “Twist” da novembre 2010 a giugno 2011 la Federal Reserve Bank compra 600 MLD (75 al mese) di titoli di stato americani. Con il QE3 inaugurato lo scorso 14 settembre 2012 e di cui non è stata fissata una scadenza Bernanke ha dichiarato che comprerà 40 miliardi al mese di dollari di titoli garantiti del lavoro Usa non ripartiranno e estenderà almeno fino al 2015 la politica dei tassi a zero.
Risultato della cura da cavallo: le Borse Usa si sono lasciate alle spalle la crisi del 2007. Il dollaro rispetto all’euro si è svalutato dal 2007 del 5,33% e le merci Usa sono diventate più convenienti.

Il Pil Usa in rallentamento nel 2008 (+1,1%) rispetto al 2007 (+2%) dopo essersi contratto nel 2009 (-2,6%) è tornato a crescere nel 2010 (+2,8%) e nel 2011 (+1,7%). Ma le azioni di stimolo hanno anche delle controindicazioni. Il debito pubblico rispetto al Pil degli Usa è raddoppiato: dal 62,2% del 2007 al 102,9% del 2012. E il denaro facile e poco costoso rischia di produrre una nuova bolla. Alimentando comportamenti speculativi da parte di istituzioni e individui.

Il denaro “easy” e il rischio bolla

Guido Mantega, ministro delle Finanze brasiliano

Negli Usa nel 2011 un quarto del credito concesso per comprare auto a rate era di categoria subprime. E recentemente gli analisti di Royal Bank of Canada ha segnalato come il mercato statunitensi degli autoveicoli è tornato a poggiare in misura crescente sul credito a consumo, le care e vecchie rate…

A settembre negli States quasi un quarto di coloro che hanno acquistato un auto usata si sono indebitati e circa la metà (l’11,5%) è la percentuale invece di coloro che hanno acquistato un’auto nuova con rate, ricorrendo a prestiti subprime.

Quando il denaro costa poco si è più portati a indebitarsi e a speculare anche in Borsa facendo lievitare i corsi azionari. Le banche sono più invogliate a concedere mutui anche non a ottimi pagatori visto che la Fed ha varato un programma di acquisto di mutui, rivitalizzando anche gli asset tossici come le obbligazioni frutto di cartolarizzazioni di mutui impacchettati. Solo nell’ultima settimana sono state emesse 24 nuove obbligazioni legate a mutui o acquisti di auto a rate anche non di categoria “prime”. Poiché questo fiume di denaro e di acquisti sui titoli di stato ne riduce i rendimenti, gli investitori alla ricerca di investimenti più redditizi dei titoli governativi Usa, sono incentivati a comprare asset più rischiosi che offrano un premio maggiore rispetto a titoli piu’ sicuri. Anche per combattere l’inflazione.

Perché tutte queste politiche normalmente tendono normalmente nel tempo a creare inflazione e fanno aumentare il costo della vita per i cittadini. E non è un caso che l’oro sia ritornato a risalire. Il dollaro svalutato rende poi le merci americane più competitive ma mette in crisi quelle europee, sud americane o dei paesi emergenti che a questo punto diventano meno convenienti. Ma l’effetto principale di questa liquidità pompata dalla Fed molti osservatori concordano non è quella di alimentare l’economia reale ma soprattutto Wall Street e la finanza. Questo spiega anche perché non si è vista l’iperinflazione che si temeva e a esserne favoriti sono stati così i listini americani, i bilanci delle banche americane (è di ieri il nuovo record dei profitti di Goldman Sachs) e la concentrazione delle ricchezze in sempre più poche mani.

In Europa di fronte a questa “droga” i governi non sembrano preoccuparsi ma le conseguenze anche per le economie reali esistono e spiegano anche parte delle difficoltà dell’Europa e dell’euro. Altrove in Brasile e in Cina i ministri finanziari stanno iniziando a protestare contro tutti questi soldi pompati dalla Fed che se cercano di salvare l’economia americana da una parte dall’altra producono conseguenze, non sempre positive, in altri Stati. Il ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, ha accusato apertamente la politica di Bernanke e della Fed di provocare una vera e propria “guerra valutaria” e di alimentare in questo modo solo bolle.

“Il QE3 ci preoccupa seriamente” ha detto senza mezzi termini Mantega: “risolverà diversi problemi negli Stati Uniti, ma il deprezzamento del dollaro avrà gravi conseguenze sulle nazioni emergenti” ha aggiunto.

Secondo Mantega, peraltro, i vantaggi che la mossa di Bernanke assicurerà all’economia americana “non andranno alla produzione” Usa. Mantega osserva che, sulla scia della Fed, anche il Giappone ha deciso un allentamento della politica monetaria con nuova immissione di liquidità. “Questa – dice – è una guerra valutaria”. L’affetto della mossa della Fed, secondo il ministro brasiliano è quello di deprezzare il dollaro e favorire l’export Usa, a scapito delle valute dei paesi emergenti, che di riflesso subiscono un apprezzamento.

 

Thomas Gresham

Gli effetti a catena generati da queste politiche accomodanti americane, che fanno salire i mercati azionari e creano forti conseguenze sul mercato valutario, sono quindi potenzialmente molto rischiose perché sono anche una droga che porta gli individui e le istituzioni finanziarie e bancarie ad assumersi rischi maggiori di quelli che avrebbero corso in condizioni normali. Sono quindi forse un rischio non solo per la stabilità del sistema finanziario mondiale ma hanno anche il deprecabile effetto collaterale di tarpare le ali all’Europa dove la Bce non può rendere pan per focaccia alla Fed stampando moneta e abbassando il ri-apprezzamento degli ultimi mesi dell’euro rispetto al dollaro. Anche perché i tedeschi con il loro sacro terrore dell’inflazione bloccano qualsiasi manovra molto prima che sia anche solo concepita.

A metà del 1500 l’inglese Thomas Gresham, agente di commercio al servizio della monarchia britannica enunciò una teoria economica che è ancora studiata e attuale : “la moneta cattiva scaccia quella buona”. Il problema ai giorni nostri è in verità anche capire qual è quella veramente buona…

Per conoscere in modo più approfondito i portafogli e le strategie di SOLDIEXPERT SCF clicca qui

oppure
Se desideri conoscere senza impegno la consulenza personalizzata di SoldiExpert SCF e richiedere gratuitamente un appuntamento telefonico con i nostri consulenti clicca qui

Il Blog di SoldiExpert SCF

Cerchi consigli per investire in modo
intelligente i tuoi risparmi?

Affidati ai professionisti della
consulenza finanziaria indipendente di
SoldiExpert SCF

PARLA CON NOI

Scopri cosa possiamo fare per il tuo piccolo o grande patrimonio e contattaci per fissare un primo appuntamento telefonico gratuito con uno dei nostri consulenti

PARLA CON NOI