NIENTE ZUCCHERINO FISCALE (MA SOLO CARBONE) PER I PIR FAI DA TE

Se a livello mondiale è stato il Bitcoin a registrare l’exploit che ha attratto il maggior interesse sulle pagine finanziarie in Italia, il vero fenomeno anche in termini di raccolta sono stati i PIR, i Piani Individuali di Risparmio.

Se a inizio 2017 si stimava in circa 2 miliardi di euro la raccolta nell’anno (a inizio dicembre ne ha raccolti di più la sola Banca Mediolanum), adesso si veleggia verso i 10/11 miliardi di euro. Un vero boom. E come nel caso del prezzo del Bitcoin qualsiasi stima, anche per i PIR, viene superata al rialzo.

Lo “zuccherino” fiscale offerto dalla normativa sui PIR che prevede tasse azzerate in caso di plusvalenze (ed esenzione dalle tasse di successione) per i risparmiatori che si impegnano a mantenere per almeno 5 anni questo tipo di investimento, ha dato spazio alle reti di vendita di banche e promotori per fare uno “sfracello” in termini di raccolta.

approfondimenti: COSA SONO I PIR

Dalla parte di chi li colloca, vendere fondi Pir è un modo eccezionale per fare “retention” (lo ha capito e spiegato per primo a tutti gli addetti ai lavori Ennio Doris, n.1 di Banca Mediolanum che ha focalizzato su questo prodotto quasi tutte le energie della sua rete con risultati eclatanti nonostante storicamente i fondi azionari di Mediolanum sull’Italia non si sono collocati ai livelli più alti della categoria come rendimenti storici) , ovvero fidelizzare i clienti ed evitare che cambino gestore. Ma anche per fare profitti “super”, visto il livello di commissioni che si possono applicare su questo tipo di fondi (commissioni di ingresso, gestione e performance magari calcolate in modo fantasioso) a fronte di sottoscrittori che spesso l’unica cosa che valutano è solo l’appeal fiscale.

 

ENNIO DORIS, presidente di Banca MEDIOLANUM, la società che ha guidato la raccolta dei fondi Pir in Italia nel 2017

 

Risultato: il supposto e presunto vantaggio fiscale (l’esenzione sul capital gain avverrà se c’è gain…) viene pesantemente aggredito dai costi (certi) che le società di gestione potranno caricare e in 5 anni un 10-15% (2,5% annuo per 5 anni) della ricchezza degli italiani che hanno sottoscritto fondi o prodotti assicurativi agganciati ai PIR si trasferiranno in modo elegantissimo ai collocatori.

Per ripagarsi di tali costi i fondi Pir dovrebbero, infatti, rendere oltre il 7,7% annuo medio composto ed è un’ipotesi molto, ma molto ottimistica…significherebbe dopo cinque anni guadagnare almeno il 31,93% (al netto  delle commissioni applicate ogni anno) affinchè il beneficio fiscale (esenzione dalla tassa sul capital gain) compensi i costi di gestione pagati (2% medio annuo) rispetto a un investimento azionario diretto senza essere Pir “conformi”. E comunque se si crede alla Borsa italiana non ci sono solo i fondi PIR collocati da banche e promotori per cavalcare questo tema anche se si è molto patriottici.

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In pratica per ottenere il “biglietto” del vantaggio fiscale si paga al bigliettaio (i gestori dei fondi) una taglia altissima. E così il beneficio fiscale che lo Stato diventa un potentissimo strumento di vendita e che consente alle società del settore di incamerare, comunque vada, una bella dose di commissioni a fronte anche di gestioni puramente passive.
Col paradosso che molti risparmiatori potranno scoprire fra qualche anno che i costi pagati per lo strumento sono nettamente superiori a quello che avrebbero pagato senza ricorrere allo strumento PIR e senza quindi lo specchietto fiscale. 

Dei difetti e degli svantaggi di questo strumento ne abbiamo già diverse volte parlato (ad esempio qui) . E anche del fatto che questa normativa, così strutturata, è stata evidentemente un enorme regalo alle banche e alle società di gestione del risparmio da parte del governo.

In una conferenza tenuta qualche mese fa a Roma ho espresso in modo semplice il motivo di questo “dono” e come mi immagino siano andate le cose. Da una parte la lobby bancaria e dall’altra il governo. Con la lobby bancaria che fa un semplice ragionamento: “volete un sistema bancario più sicuro? Fateci guadagnare e dateci uno strumento per generare un bel po’ di di commissioni in tempi di vacche magre con i tassi d’interesse addirittura negativi”. Et voilà …i PIR.

E’ evidente la forte sperequazione che con i PIR si fa nei confronti degli investitori “fai da te”. Gli eventuali benefici sono sostanzialmente previsti solo per i sottoscrittori di prodotti del risparmio gestito mentre un risparmiatore che volesse farsi un PIR da solo trova tutte le difficoltà possibili. Dopo un anno dall’approvazione della normativa è ancora quasi impossibile per un risparmiatore comune andare dalla propria banca e dirgli che vuole farsi un Piano Individuale di Risparmio da solo, richiedendo al proprio istituto di rendergli disponibile un dossier conforme.

Per le banche è molto più redditizio proporre la vendita dei propri fondi Pir e nessuno ci trova nulla di strano. Pochissimi gli intermediari che consentono di creare in modalità fai da te un deposito PIR fiscalmente compliant (Directa, Invest Banca…).

Ma quello della difficoltà di accesso non è l’unico aspetto curioso della normativa sui PIR e che appare penalizzante per i privati. Se un risparmiatore italiano vuole farsi il PIR da solo nel caso che movimenti il portafoglio e venda i titoli “PIR compliant” anzitempo, la normativa prevede che se lo fa prima dei 5 anni di detenzione minima perde tutti gli eventuali benefici fiscali.

Il gestore all’interno del PIR può fare, invece, quello che vuole e disinvestire quando vuole. Questo perché il legislatore ha fatto proprio il principio che i fondi comuni (in base al principio della gestione attiva a tutela dei sottoscrittori) possono disinvestire in qualsiasi momento.

O almeno questa è stata l’interpretazione prevalente della normativa. Invece a ottobre di quest’anno (e curiosamente la cosa è passata quasi sotto silenzio) il Ministero per l’Economia e le Finanze ha fornito alcune linee guida (mentre da molti mesi si aspettano ancora quelle dell’Agenzia delle Entrate) dove ha detto che un risparmiatore può movimentare, analogamente a quello che fa un gestore, il proprio conto Pir compliant, a patto che se rivende un titolo ivi contenuto provveda poi entro 90 giorni a reinvestirne il controvalore.

Secondo il Mef (mica cotiche..) se per esempio avevo le azioni Juventus in portafoglio pagate a 0,34 euro e il titolo balza a 1 euro e voglio rivenderle posso farlo all’interno del conto PiR fai da te presso la banca a patto che entro 30 giorni riacquisti un titolo conforme alla struttura dei PIR e senza così pagare alcuna tassazione sulla plusvalenza.

L’interpretazione prevalente precedente era invece che se vendevo delle azioni all’interno del deposito PIR fai da te prima dei 5 anni dovevo tornare alla casella di partenza e pagavo il 26% di tassazione sul capital gain.
Quello che ha detto in questa fattispecie il MEF è in realtà quanto già previsto dalla normativa francese dei P.E.A. (Plan d’Epargne en Actions), lo strumento d’investimento più simile lanciato in Francia nel lontano 1992 e che prevede forti vantaggi fiscali per chi investe per almeno 5 anni a fronte di investimenti azionari diretti in titoli azionari dell’Eurozona (non solo locali come nei Pir italiani e che creano il rischio di creare un effetto bolla su un segmento ristretto di titoli).

Inutile dire che i “chiarimenti” del Mef hanno provocato ancora più confusione tanto che Assogestioni (l’associazione del risparmio gestito) ha chiesto ulteriori chiarimenti e mostrato dubbi “alla luce delle molteplici variabili di cui l’intermediario presso il quale è aperto il Pir deve tener conto al fine di rispettare i vincoli qualitativi, quantitativi e temporali previsti dalla normativa di agevolazione”.

Insomma dopo quasi un anno dall’approvazione della normativa su PIR sul fai da te siamo ancora all’anno zero.

E a questo punto per un risparmiatore fai da te rivolgersi a una banca e chiedere di poter aprire un deposito PIR compliant effettivo risulta ancora più difficile di estrarre la spada di Re Artù dalla roccia.

La solita legge all’italiana dove si è creata una doppia corsia. Velocissima per le banche e le società del risparmio gestito se devono collocare prodotti della casa o del risparmio gestito; lentissima o addirittura bloccata se si deve consentire a un privato risparmiatore il PIR fai da te.

«Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri» è il motto finale del libro “La fattoria degli animali” di George Orwell e non c’è dubbio che in Italia che l’animale “bancario” è al vertice della catena.

(parte di questo articolo è stato pubblicato su ItForum News)

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