Nonna milionaria fa causa ai nipoti consulenti finanziari e a JP Morgan e ottiene mega risarcimento

"Se fossero stati leali, avrebbero potuto avere il mondo da me": la 93enne non ci sta e denuncia i nipoti e l'intermediario per "cattivi investimenti"

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Tutti dovrebbero imparare dalle azioni della signora che pur di dare una lezione a tutti i coinvolti, non ha esitato a denunciare i propri consulenti finanziari, nonché l’intermediario per cui lavoravano.

Beverley Schottenstein aveva 93 anni quando, dopo aver scoperto che i suoi consulenti finanziari, falsificando la sua firma, avevano accumulato moltissime commissioni e fatto perdere milioni di dollari di guadagni, decise di “entrare in guerra” con la più grande banca degli Stati Uniti, JP Morgan.

Anche se alcuni dei suoi parenti hanno esortato Beverley a non fare nessun tipo di azione, ma non è servito, era risoluta e decisa: “Quello che hanno fatto i gestori era sbagliato e dovevano pagare anche se erano i suoi nipoti”.

E hanno pagato. Con l’aiuto dei suoi avvocati, Beverley ha trascinato i suoi nipoti e JP Morgan davanti alla Financial Industry Regulatory Authority (Finra), la società privata americana che agisce come un’organizzazione di autoregolamentazione. L’iter giudiziale si è esteso per mesi e si è conclusa a inizio anno, quando la giuria ha emesso la decisione a favore di Beverley.

 

 

 

 

 

 

Beverley Schottenstein con i nipoti Avi, a sinistra, ed Evan, a destra, da una fotografia di famiglia.
Cathy Schottenstein, scrittrice, è un’altra nipote della nonna milionaria e sul suo blog e in un libro di prossima uscita racconterà tutta la storia della sua famiglia. Nella foto Beverley Schottenstein, la nonna “tosata” con i nipoti Avi, a sinistra, ed Evan, a destra, da una vecchia fotografia di famiglia prima della causa e che si rendesse conto di come venivano gestiti i suoi soldi dai nipoti.

 

Ma facciamo un passo indietro per capire come tutto è iniziato

 

Una delle sue nuore, Caroline, aveva suggerito a Beverley di cedere il suo portafoglio finanziario a Evan, suo nipote e allora giovane consigliere di Citigroup Global Markets Inc. Beverley ricorda sua nuora che le diceva: “Lascialo andare a lavorare e guadagnerai una fortuna”.

La signora in realtà la fortuna già l’aveva: Alvin, il suo defunto marito, era uno dei quattro figli di Ephraim Schottenstein, un immigrato dalla Lituania che aprì il suo primo negozio nel 1917. I figli ampliarono Schottenstein Stores Corp., con Alvin come presidente, contribuendo a trasformare una catena di mobili di famiglia nel Midwest in quello che oggi è un impero multimiliardario che ha incluso Value City, Big Lots, Designer Brands e American Eagle Outfitters, fino alla sua morte nel 1984. Circa un lustro più tardi, la parte della famiglia di Alvin ha incassato l’azienda per 90 milioni dollari, circa 18 milioni di dollari ciascuno per Beverley e i suoi quattro figli.

Evan e Avi Schottenstein, figli di Bobby, si sono laureati e a partire dal 2006, Beverley, per evitare preoccupazioni ad alcuni membri della sua famiglia, ha lasciato che Evan gestisse parte del suo patrimonio. Più tardi la nonna decise di affidargli una quota maggiore. Questo nel 2014, quando Evan ottiene il posto presso JP Morgan, dove dichiara di trasferire il conto della nonna senza addebitare commissioni. Nello stesso periodo, Avi, il fratello, iniziò il programma di formazione nella stessa azienda.

Le promesse fatte dai nipoti non sono state rispettate: infatti, non solo non sono stati trasparenti riguardo agli investimenti, falsificando la firma della nonna, ma hanno accumulato moltissime commissioni a sua insaputa.

Inoltre, il lavoro di Evan aveva portato alla società un bonus di 1,5 milioni di dollari sotto forma di prestito. Beverley ha appreso solo durante la causa cosa ha reso Evan e Avi così preziosi: erano i suoi soldi. Almeno l’80% dei beni che i fratelli hanno portato a JP Morgan per la gestione erano suoi.

Le preoccupazioni della signora aumentarono quando le fu recapitato un avviso da parte della banca americana, e dopo aver chiesto spiegazioni insieme al suo custode, a Beverley venne detto che c’era stata troppa attività sulla carta di credito collegata al suo conto corrente. Perplessa, la signora chiese le ricevute cartacee, visto che non arrivavano da più di un anno.

Le richieste di bonifici provenivano da un account di posta elettronica creato nel 2014 che portava il nome di Beverley, ma lei non aveva un computer e non sapeva dell’account. I suoi estratti conto mensili e tutte le comunicazioni obbligatorie, quelli che non arrivavano più per posta dall’inizio del 2017, non arrivavano perché venivano inviati per email a quell’account.

La signora, quando ha capito di essere stata fregata, iniziò ad annotare i suoi sfoghi su un diario: “Non desidero ferire nessuno, ma devo esprimere i miei sentimenti su come vengo usata”. E ancora: “Ogni mese, dal 2016 al 2018, migliaia e migliaia di dollari sono stati utilizzati dal mio conto a mia insaputa”, stimando in definitiva la spesa a più di un milione di dollari.

 

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Tramite amici di famiglia, Beverley è stata messa in contatto con alcuni gestori patrimoniali di un’altra grande banca che hanno esaminato le sue finanze riscontrando un turnover eccessivo, una selezione di titoli ad hoc e molte operazioni che Beverley ha detto di non aver approvato.

Beverley è entrata in azione all’inizio del 2019: ha inviato a Evan e Avi una nota, tramite la banca, per interrompere le negoziazioni sul suo conto e ha lasciato messaggi vocali per il loro manager. Addirittura, non sentendo nessuno di loro per più di un giorno, ha deciso di chiamare la sede della banca a New York e di voler parlare con Jamie Dimon, CEO di JP Morgan e ricevendo come risposta che qualcuno sarebbe andato da lei.

Dopo aver affidato ad Evan la sua vita e il suo patrimonio, gli scrisse che intendeva trasferire il suo patrimonio a un consulente finanziario indipendente. Nel testamento ufficiale conservato presso Finra, è stato dichiarato la distruzione di alcuni documenti e anche altri sospetti.

Il documento conteneva anche un’accusa su una cassetta di sicurezza che teneva in un’altra banca. Beverley ha scritto che Evan o suo figlio Bobby, che avevano la chiave, avrebbero tolto circa un milione di dollari in gioielli, regali dal suo defunto marito, incluso il suo anello di fidanzamento con diamanti da 7 carati.

I rapporti familiari, già tesi, sono esplosi quando una sua nipote, Alexis, per aiutare la nonna a ricevere le giuste attenzioni, ha inviato l’emendamento testamentario, dove erano presenti i sospetti, a JP Morgan. Il giorno in cui Beverley aspettava che qualcuno dalla banca le rispondesse non sapeva che sua nipote avesse sollevato le accuse verso la banca.

A quel punto il danno per i nipoti era stato fatto.

Bobby, il padre di Evan e Avi, si precipitò a casa della madre per indagare sulle affermazioni che aveva fatto nel suo documento. Preoccupato per la sorte dei suoi figli ha spinto la madre su una sedia, ha afferrato carta e penna e iniziò a dettare: “Le accuse sono false, mi sono arrabbiata senza motivo” per inviare il documento alla banca.

Peccato però che la “nipote buona” (Cathy Schottenstein)  fosse presente e riuscì a scattare una foto che provarono che il figlio aveva costretto Beverley a scrivere il tutto.

 

Le accuse e la reazione della banca

 

Sebbene Beverley abbia incolpato i suoi nipoti per aver infranto le regole, ha anche incolpato JP Morgan per non averli fermati. Nel rapporto con Finra, ha affermato che la banca ha raccolto milioni di dollari in commissioni trasferendo i suoi soldi in investimenti inappropriati per un novantenne, senza sorvegliare i suoi nipoti e ignorando, per quasi cinque anni, i segni che veniva sfruttata finanziariamente. “Sembra che il broker della signora Schottenstein le abbia venduto questi prodotti rischiosi e illiquidi senza riguardo per il suo benessere finanziario per generare entrate straordinarie per lui e per il suo datore di lavoro” ha scritto un perito dopo aver esaminato il portafoglio della “nonnetta” milionaria gestito dai nipoti in JP Morgan.

Di contro, JP Morgan, nei documenti ufficiali, ha dichiarato che il trading effettuato sul conto di Beverley ha fruttato denaro, e che era supervisionato e in linea con la strategia di investimento da lei dichiarata, senza alcun addebito di commissioni.

La banca americana ha affermato che, nel 2014, quattro mesi dopo che Evan e Avi sono entrati a far parte della banca, il loro manager ha chiamato Beverley, ha parlato con lei dei suoi obiettivi di investimento e ha confermato la sua tolleranza al rischio, ha detto JP Morgan.

Nel suo documento, la banca sostiene che Beverley aveva confermato di investire da oltre 10 anni e che Evan stava facendo un ottimo lavoro con il suo conto. Anche il manager verificava che la signora ricevesse in modo corretto gli estratti conto bancari e tutti gli altri documenti.

Questo è ciò che la banca ha dichiarato, ma internamente, nel 2015, sembra che JP Morgan abbia riconosciuto potenziali problemi nell’investire il denaro di Beverley in strumenti finanziari e bloccando il nipote Evan dall’acquistare determinati titoli per lei. Secondo gli avvocati la negoziazione di alcuni strumenti sarebbe stata troppo complessa e rischiosa per l’età della signora: circa 72 milioni di dollari investiti in strumenti finanziari che tra il 2014 e 2015 avrebbero, secondo gli avvocati, portato a perdite di circa 10 milioni di dollari.

I due nipoti non sono stati trasparenti riguardo agli investimenti fatti per suo conto: hanno registrato più di 500 transazioni come richieste dirette da Beverley nel 2015 fino al 2018 di cui non era a conoscenza. In tutto, gli acquisti e le vendite non autorizzati hanno raggiunto la somma di 400 milioni di dollari di transazioni nel corso degli anni. Gli avvocati di Beverley hanno detto a Finra che circa due terzi delle transazioni di acquisto riguardavano titoli il cui trading andrebbe a vantaggio di JP Morgan, come le IPO che stava offrendo o titoli per i quali era un market maker.

Questa non è stata l’unica accusa a JP Morgan: anche una chiesa dell’Indiana aveva precedentemente affermato che la banca anteponeva i propri interessi a quelli dei clienti o dei beneficiari, senza rivelare in che modo trasse profitto dai prodotti che vendeva. La banca ha raggiunto un accordo segreto con la chiesa ma ha anche ammesso di non essere stata abbastanza trasparente con i clienti su come i prodotti che ha venduto generassero commissioni. Definendo non intenzionali le sue debolezze nella divulgazione, la banca ha pagato più di 300 milioni di dollari per risolvere la questione nel 2015.

Ritornando al caso principale, anche i due nipoti si sono difesi dalle accuse ma invano.

Evan Schottenstein era il principale intermediario di sua nonna, il che significa che riceveva commissioni investendo i suoi soldi ma nei documenti ufficiali ha sempre affermato di agire negli interessi della nonna. Avi, ha detto di aver fornito al fratello maggiore un supporto e di non essere stato coinvolto in alcuna presunta cattiva condotta. Addirittura, i due fratelli rimarcano che la gestione del patrimonio di Beverley ha ottenuto dei guadagni e soprattutto che era in linea con quelli che erano i suoi desideri e obiettivi.

Evan e Avi ovviamente hanno negato alla giuria di aver falsificato la firma della nonna ma comunque di essersi presi alcune “libertà” che la nonna le aveva detto.

Ovviamente JP Morgan non poteva rimanere ferma a guardare: poco prima che il caso fosse archiviato ha licenziato i due fratelli affermando che i due consulenti non facevano più parte dell’azienda perché il loro comportamento non rappresentava i valori su cui è fondata la loro banca.

Anche il padre dei due consulenti è intervenuto alla fine del caso. Oltre a sostenere che i figli non fossero due criminali ha scritto una lettera a Beverley per scusarsi per la perdita dei gioielli presenti nella cassetta di sicurezza di cui la signora aveva denunciato la scomparsa.

 

La sentenza CLAMOROSA

 

Le udienze di Finra sono iniziate nell’ottobre 2020 e la giuria ha emesso la sentenza poche settimane fa intorno ai primi di febbraio. La giuria ha riconosciuto Evan Schottenstein e Avi Schottenstein come responsabili di aver abusato del loro dovere fiduciario e di dichiarazioni fraudolente.

I giudici hanno anche ritenuto sia la banca che Evan responsabili per abusi sugli anziani ordinando a JPMorgan e ai banchieri di pagare a Beverley circa 19 milioni di dollari a titolo di risarcimento danni, spese legali e la restituzione del denaro investito in un fondo di private equity.

In particolare, a JP Morgan è stato ordinato di pagare 4,7 milioni di dollari a titolo di risarcimento danni, oltre a rimborsare il denaro investito in un fondo di private equity. Avi è stato condannato a pagare alla nonna circa 600 mila dollari, mentre Evan è stato condannato a pagare la maggior parte dei danni: 9 milioni di dollari.

La signora Beverley ha affermato che, sebbene il premio in denaro fosse inferiore a quello che voleva, è stato positivo che Finra abbia deciso a suo favore su tutte le accuse.

E riguardo la sua famiglia ha detto: “Eravamo vicini. L’intera famiglia lo è. Non avevano il diritto di rubare alla nonna. Se avessero avuto bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, che doveva essere fatto con i soldi, io ero lì. Li aiuterei fino in fondo”

“Se fossero stati leali, avrebbero potuto avere il mondo da me” ha concluso Beverley.

Questa storia ha molto da insegnare e mostra come una relazione finanziaria fra “parenti” possa anche culminare in una lotta finanziaria intergenerazionale se il conflitto d’interesse è presente e che il concetto che basti affidare il patrimonio a qualcuno di “molto ricco e fidato” equivalga a fare la scelta migliore per il proprio patrimonio “perché chi conosci o ha molti soldi non ti potrà fregare” è molto sopravvalutato come sanno molti che conoscono a fondo questo mondo e non si lasciano incantare dagli uffici in mogano, dalle sedi faraoniche in molte parti del globo e dai money manager dai gusti ricercati e con al polso orologi da decine di migliaia di euro.

Non sono tutti questi gli elementi rivelatori di essersi affidati in buone mani (anche se hanno gli stessi geni della famiglia) ci racconta l’incredibile storia di Beverley Schottenstein.