Oltre alla Borsa c’è di più: il Private Equity

Il private equity? Rende di più. Parola di Tim Jenkinson, professore di finanza all’Università di Oxford. Secondo una ricerca condotta su 1400 fondi specializzati in questo settore Jenkinson sostiene che chi punta sul private equity guadagna all’anno tra il 3 e il 4% in più di chi investe in Borsa. Un giusto premio al rischio secondo il professore di Oxford perché questa asset class ha un grande punto debole: la minore liquidità rispetto all’investimento “public” ovvero quotato.

Il private equity: l’alternativa alla Borsa

Il private equity punta dritto al cuore delle imprese non quotate per favorirne lo sviluppo e sostenerne la crescita. Può trattarsi di imprese mature che hanno bisogno di sostegno finanziario per fare acquisizioni o di start up che non generano ancora utili.

Con operazioni di private equity si può modificare l’assetto proprietario di un’azienda target acquisendo una partecipazione di minoranza o assumendo il controllo (anche ostile) della società. L’obiettivo è sempre lo stesso: entrare nell’azienda target, risanarla, fornirle capitali per crescere, a volte farne uno spezzatino e rivendere la partecipazione o quote di essa dopo qualche anno ad altri investitori istituzionali o ad altre imprese. O al mercato intero, portando la società in Borsa. Ma secondo l’ultima edizione dell’Italy Private Equity Confidence Survey curata da Deloitte la quotazione è sempre più un miraggio: nessuno degli operatori intervistati giudica probabile il disinvestimento tramite operazioni di IPO. I rendimenti in questo settore sono di lunghissimo termine, si parla addirittura di decadi, ma secondo i sostenitori del private equity vale la pena aspettare.

Tamburi, un private equity molto “public”

I bei nomi dell’imprenditoria italiana mostrano di avere una particolare predisposizione per il private equity. E grazie ai “club deal” organizzati da Giovanni Tamburi, banchiere d’affari di lungo corso in Euromobiliare e oggi al comando di Tamburi Investment Partners, riescono ad acquisire partecipazioni di minoranza in società quotate e non. Tamburi Investment Partners, società quotata dal 2005 alla Borsa di Milano, è una holding con partecipazioni in diversi settori: si va dal lusso (Moncler) all’high tech (Datalogic) al settore industriale (Interpump) alla cosmetica (Intercos) all’arredamento (Roche Bobois). “Veniamo considerati una società di private equity e oggi nel nostro portafoglio le società quotate pesano per circa il 65% e quelle non quotate per il 35% – spiega Giovanni Tamburi Presidente di Tamburi Investment Partners – Gli investimenti più importanti fra le aziende non quotate sono ora quelli fatti su Moncler e poi il secondo è quello in Intercos, società specializzata in profumi e cosmetici che di fatto è il leader mondiale nelle forniture per i più grandi marchi da Lancome a L’Oreal a Procter&Gamble. Il nostro portafoglio di società quotate comprende invece diverse società di cui deteniamo direttamente e indirettamente importanti quote come Amplifon, Bolzoni, Datalogic, Servizi Italia, Prysmian fra le più note”. Tutte aziende leader a livello mondiale nel loro settore e con una redditività elevata. Ma che necessitano di mani forti per crescere. E sul fronte dei mezzi freschi, se c’è l’operazione giusta, a Tamburi i soldi non mancano. All’ultima operazione (Moncler) hanno partecipato grazie ai club deal (partnership fra la società e altri imprenditori) numerosi investitori privati con gettoni di 5 milioni di euro ciascuno. “Ci sono alcune delle più importanti famiglie di imprenditori in Italia che sono nostre socie – spiega Giovanni Tamburi – e possono essere interessate di volta in volta a entrare con altre quote delle casseforti di famiglia in singole operazioni come è accaduto ora con Moncler ”. L’ultima operazione di Tamburi nel brand famoso in tutto il mondo nell’abbigliamento invernale potrebbe precludere a un futuro ingresso in Borsa di Moncler con una valutazione fra i 2 e i 3 miliardi di euro se si tiene conto dei multipli che girano oggi nel settore del lusso. L’ingresso in Moncler è avvenuto tramite Clubsette S.r.l., società controllata da Tamburi, che ha rilevato il 14% di Ruffini Partecipazioni, società che fa capo a Remo Ruffini e detiene il 32% del gruppo Moncler.

Il vantaggio grazie a Tamburi Investment Partners è poter diventare azionisti di peso di piccole e medie società anche quotate selezionate e seguite poi nel loro sviluppo. Come nel caso di Amplifon. “E’ una società che seguivamo da tempo e ci piaceva ma non volevamo entrare acquistando le azioni in Borsa perché avremmo spostato troppo il titolo – racconta Tamburi – la società ha varato un aumento di capitale riservato per 100 milioni per la realizzazione di un’operazione importante in Australia”. L’obiettivo è come avvenuto con Printemps, venduta a un importante investitore del Qatar con una plusvalenza di 33 milioni di euro, quello di sostenere lo sviluppo della società e poi rivenderla, se ci sono le condizioni, ad altri investitori (privati, altri fondi di private equity, Borsa).

Secondo i report sulla società Tamburi è a sconto sul nav (il valore intrinseco) che viene stimato intorno a 2,2-2,3 euro contro gli attuali 1,8 di quotazione. E sul fronte borsistico negli ultimi anni la società ha nettamente sovraperformato sia il Ftse Mib sia gli indici a Piazza Affari che rilevano l’andamento delle small e medium cap. Nei periodi peggiori della crisi finanziaria, a cavallo tra il 2007 e il 2008 la società ha perso il 65% del proprio valore, in linea con il mercato italiano. Di solito, quando si parla di private equity, va molto peggio nei momenti di crisi poiché i titoli di queste società sono spesso a forte leva finanziaria (nel caso di Tamburi la strategia è invece di puntare soprattutto su capitali propri e questo si è rivelato adeguato ai tempi).

 

Un investimento per capitali coraggiosi

La crisi finanziaria che ha travolto le Borse mondiali tra il 2007 e il 2008 non ha risparmiato gli etf allora quotati (emessi da IShares, Powershares e Lyxor). E’ il brutto rovescio di un investimento che in mercati che riprendono quota ha sovraperformato in modo eclatante il mercato azionario.

ll  è l’unico Etf quotato sulla Borsa Italiana che investe nel private equity ed è denominato in euro. Dall’aprile 2007 al marzo 2009 ha perso l’82% del proprio valore.“Il Lyxor Etf Privex ha sofferto più del Lyxor Etf Msci World la crisi Lehman – commenta Marcello Chelli, Referente per i Lyxor ETF in Italia – infatti dal lancio (avvenuto il 13/04/2007) al suo minimo di borsa (06/03/2009) ha sottoperformato l’indice Msci World del -31,10%. Al contempo, però, il Lyxor Etf Privex ha beneficiato più del Lyxor Etf Msci World della ripresa delle borse sovraperformando il Lyxor Etf Msci World del +119,82% dal minimo di borsa, toccato dall’ETF a marzo 2009 al 10/09/2013”.

L’etf replica il Privex Index, ovvero l’indice delle 25 società più capitalizzate del ramo private equity. E’ un etf a replica sintetica. Una sorte di Frankestein finanziario con l’utilizzo di strumenti derivati? “La replica sintetica del benchmark da parte di un Etf – spiega Marcello Chelli – è un modo moderno ed efficiente di fare gestione passiva”.

Il vero problema dell’ETF Privex è lo spread denaro-lettera e la liquidità dello strumento. Pur scambiando decisamente di più dell’altro etf quotato su Borsa Italiana ma denominato in dollari, l’IShares Listed Private Equity, l’ETF Privex ha scambiato secondo i dati forniti da Borsa Italiana 4,8 milioni di euro di controvalore nei primi sei mesi del 2013 con uno spread denaro lettera dello 0,575%, quando l’Etf Msci World nello stesso periodo ha effettuato scambi per 175,6 milioni di euro e uno spread denaro lettera pari allo 0,126%.

Esiste un etf più scambiato del Lyxor Privex che opera sul settore private equity: è il PowerShares Global Listed Private Equity Portfolio denominato in dollari ma quotato sul Nyse, quindi non armonizzato. Con tutte le conseguenze fiscali che questo comporta.

Fondi molto “private” ma quotati in Borsa

Per chi preferisce i fondi agli etf vi sono due Sicav specializzate nel private equity. Duemme SICAV Private Equity Strat C Acc è gestita da Duemme SGR, una delle società prodotto di Banca Esperia, la private bank di Mediobanca e Mediolanum. Ha un patrimonio di 20 milioni di euro gravato da spese correnti abbastanza elevate a causa della ridotta dimensione degli asset in gestione: 2,17%. Nel caso delle sicav le spese sostenute dalla sgr per la gestione, commercializzazione e distribuzione del fondo vengono addebitate ai sottoscrittori e minori sono gli asset under management maggiore è il peso di questi costi. Nel caso dell’altro OICR specializzato in private equity, SEB Listed Private Equity Fund C, gestito da Skandinaviska Enskilda Banken, con un patrimonio di 271 milioni di euro, le spese correnti sono state più basse: l’1,65%. Ma le spese non sono tutto. Da inizio anno e anche dal 2010 il fondo gestito dall’italiana Duemme nonostante le maggiori spese correnti ha sovraperformato il fondo della banca scandinava: +62,81% contro una performance del +40,45%.

 

Il private equity? Rende ricco chi lo fa

Negli ultimi cinque anni il S&P Listed Private Equity Index ha sottoperformato lo S&P 500. Ma su tempi lunghi secondo le ricerche del professore Jenkinson dell’Università di Oxford dovremmo aspettarci una overperformance del dell’indice S&P Listed Private Equity Index rispetto allo S&P 500. Quel che è certo è che il private equity rende ricco chi lo fa. Nel 2012 i tre fondatori del gruppo Carlyle hanno guadagnato 300 milioni di dollari ciascuno; il fondatore di Blackstone 200 milioni di dollari mentre Henry Kravis e George Roberts della KKR si sono dovuti accontentare rispettivamente di 200 e 130 milioni di dollari.

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