QUELLE OMBRE SULL’OPS DI INTESA SANPAOLO SU UBI CHE POCHI HANNO IL CORAGGIO DI ANALIZZARE

Alessandro Penati, per lunghi anni docente universitario di finanza presso Università italiane e straniere nonchè presidente e fondatore della Quaestio Capital Management, ha spiegato questa settimana su “Affari&Finanza” di Repubblica in modo elegante ma inequivocabile le ombre (e non solo le luci) della ratio dell’offerta pubblica di scambio (OPS) lanciata da Intesa Sanpaolo sul gruppo UBI: acquisire un altro incredibile mercato di sbocco nel collocamento dei propri prodotti per fare profitti facili.

Da un punto di vista industriale, l’acquisizione di UBI permette a Intesa Sanpaolo facili economie di scala, dato il modello di business basato sulle commissioni (55% dei ricavi totali) ricavate dalla vendita di prodotti finanziari ai clienti della banca tramite la propria rete.

 

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“Dopo i clienti delle banche venete, acquisiti a costo zero, e con anche una generosa dote elargita dall’allora governo – ricorda Penati – ora arrivano anche quelli di UBI, nelle zone a maggior reddito del Paese.”

La strategia fin qui seguita da Intesa Sanpaolo ha consentito alla banca il collocamento di prodotti finanziari in regime di non concorrenza ma secondo Penati ha anche le sue ombre.

“Il controllo della rete ha permesso a Intesa di puntare sulla distribuzione di prodotti finanziari al riparo dalla concorrenza” evidenzia Penati ma è “una strategia non sostenibile perché tecnologia, canali distributivi alternativi e il regolatore (vedi Consob se intervenisse a fondo su rispetto Mifid II, ndr) ridurranno margini e commissioni, più elevati che altrove.”

Secondo Penati anche la generosa politica di dividendi elargiti dal gruppo ha le gambe un po’ corte “I dividendi sono capitale in eccesso restituito agli azionisti – spiega Penati – ma l’elevata patrimonializzazione di oggi è anche frutto di una riduzione contabile del rischio degli attivi (63 miliardi in meno di risk weighted assets in 10 anni, a fronte di +190 di attivi) che potrebbe dissolversi in caso di recessione o crisi del debito pubblico (88 miliardi di euro i titoli governativi detenuti); e il flusso delle commissioni, per quanto al ripario dalla concorrenza, è più volatile del cash flow di una tariffa regolamentata”.

Parole che fra qualche anno ricorderemo anche in relazione al fatto che pur con tutta la lentezza della società italiana, sarà difficile fermare il progresso e la riduzione che è già in atto in tutto il mondo delle commissioni fatte pagare dalle banche ai clienti. Come la richiesta di maggiore trasparenza che è partita oggi su una clientela non solo composta da “millenials” ma anche da risparmiatori con patrimoni elevati che vogliono sapere quanto la banca gli preleva per il disturbo di gestire i loro soldi.

 

 

Le banche italiane tuttavia come dimostra questa offerta pubblica di scambio stanno giocando un’altra partita e vogliono fare i profitti alla vecchia maniera “guidando” i clienti verso i prodotti più redditizi….per la banca o la rete all’interno di “recinti” molto old economy e poco fintech.

Tutto lecito, naturalmente. Ma secondo noi questa è un’aggregazione che può funzionare in un mercato “protetto” come quello italiano dove è l’offerta a guidare la domanda: fuori dai nostri confini sta succedendo altro perché il digitale avanza e i regolatori dettano le regole.

La sensazione è che si stia costruendo un fortino: vale in Italia il modello Fort Knox. L’OPS è un’operazione positiva per Intesa, meno probabilmente per i risparmiatori e la concorrenza.

E non siamo i soli a pensarla così come bene ha sintetizzato il grande giornalista finanziario Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano: “… il capitalismo italiano non è più bancocentrico perché non c’è più capitalismo. Sono rimaste le banche che, non sapendo più a chi prestare i soldi, si fondono per tagliare i costi e spolpare meglio la clientela con le commissioni”.

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