Ora le azioni e le Borse non sono più di "moda". E’ finita un’era oppure…

Estratto dall’inchiesta di copertina del n. 16 di MoneyReport
Vi fidereste di comprare ancora azioni? Al popolo che nell’ultimo secolo ha creduto di più all’investimento azionario qualche certezza deve essere caduta a guardare il comportamento mostrato negli ultimi mesi.
La lunga “love story” fra i risparmiatori americani è Wall Street sembra, infatti, mostrare qualche incrinatura.  Negli Stati Uniti si assiste da inizio anno, infatti, al più massiccio riscatto di quote di fondi dagli anni ’80.

Compra le azioni e diventerai “ricco” era il messaggio ripetuto in tutte le salse da esperti, gestori di fondi d’investimento e fondi pensione, promotori e private banker. Basta solo mostrarsi pazienti, non fare quasi nulla che “comprare e tenere” (una strategia che potevano replicare facilmente tutti) per vedere nel tempo i propri risparmi moltiplicarsi quasi senza sforzi.

Le cose non sono andate proprio in questo modo vedendo il comportamento delle azioni nell’ultimo decennio (veramente tragico) e peggio le cose vanno se si guarda l’ultimo quarto di secolo. Si scoprirà, infatti, che le “noiose” obbligazioni hanno perfino sovraperformato le azioni.

I risparmiatori Usa fuggono dalle azioni. Un cattivo segnale o l’inizio di un’inversione positiva?

Negli Stati Uniti (e non solo) qualche settimana fa è stato,  infatti, registrato, un evento significativo comunicato dall’ Investment Company Institute (ICI), l’associazione di categoria che raggruppa i fondi d’investimento Usa.

Nei primi 7 mesi del 2010 gli investitori d’Oltreoceano hanno ritirato 33,12 miliardi di dollari (oltre 26 miliardi di euro) dai fondi comuni che investono sulle azioni Usa.

Soldi ritirati per essere investiti soprattutto nel mercato obbligazionario come indicano non solo i rendimenti dei titoli obbligazionari americani ma anche le statistiche uscite recentemente.

Nello stesso periodo gennaio-luglio in cui hanno smobilizzato i portafogli azionari, gli americani hanno investito 185 miliardi di dollari in fondi comuni obbligazionari. Questa corsa verso i Bot ha contribuito a farne crollare il rendimento: oggi il T-Bond trentennale rende appena il 3,6%, quello decennale è sceso al 2,6% e il biennale non arriva neppure allo 0,5%.

Via dall’azionario per tuffarsi nell’obbligazionario.  Inutile girarci intorno: l’ultimo decennio è stato perciò una dura doccia fredda per molti  investitori che si erano fidati di questa dritta, acquistando azioni direttamente o tramite fondi o etf. Era stato detto loro, come a Pinocchio nel Campo dei Miracoli, che pochi zecchini d’oro sotterrati nel posto giusto si sarebbero potuti moltiplicare quasi senza sforzi con un pizzico di pazienza.

Invece si è verificato il peggior scenario per gli investitori cassettisti con le Borse, nell’ultimo decennio, in caduta quasi libera.

L’ultimo decennio azionario ha significato, infatti, una perdita secca (e reale) per la maggior parte degli investitori che avevano puntato sulle azioni, investendo direttamente o tramite fondi e Etf. Lo dicono gli indici borsistici (e l’andamento della maggior parte delle gestioni e dei fondi altro non è che è un clone).

Dal 2000 al 2009 l’indice americano Standard & Poor’s ha perso il -23,9% (il -2,7% all’anno senza considerare la perdita del potere d’acquisto), l’indice europeo Eurostoxx il -34,3% (un -4,1% all’anno) mentre Piazza Affari ha fatto ancora peggio: -46,6%. Invece di ottenere un rendimento su base annua del +10% i risparmiatori italiani hanno ricavato, anno dopo anno, un rendimento negativo annualizzato di circa il -6%.

Ai risparmiatori americani (e non solo) ora piacciono i bond e scappano dalle azioni e dai fondi…

Il mito delle azioni “forever” ha subito quindi un duro attacco. Ed è adesso proprio la patria mondiale dell’investimento azionario a essere il teatro di un gigantesco “switch”. Delusi dai rendimenti negativi delle azioni, spaventati dalle prospettive della ripresa economica sempre più incerta, stressati dall’attesa dell’ulteriore discesa del prezzo delle case, zeppi di debiti personali, impotenti di fronte alla crescita dell’economia cinese, preoccupati dai dati della disoccupazione, i risparmiatori americani hanno iniziato a “smontare” massicciamente le posizioni azionarie.

“I risparmiatori fuggono dalla Borsa”, è l’allarme lanciato dal New York Times. Per molti osservatori l’impressione è infatti di non assistere a un fenomeno passeggero ma a un vero addio alla Borsa; non è l’inversione di un ciclo storico, che aveva portato alla diffusione dell’azionariato come principale sbocco dei risparmi.

Un argomento quello della “fine della azioni” che a ben guardare non è nuovo dato che già alla fine degli anni ’70 la copertina del settimanale “Business Week” recitava lo stesso slogan con impressionanti analogie fra quello che i risparmiatori e gli esperti dicevano allora e quello che si dice adesso. E allora dopo pochi anni partì poi uno dei più clamorosi e lunghi cicli di rialzo delle azioni di tutta la storia finanziaria…

Cosa dice ora il “profeta” del rendimento azionario del 10%

E per trattare questo affascinante tema viene dato ampio spazio al parere di Roger Ibbotson, oggi un brizzolato 62enne, professore di finanza all’università di Yale, gestore e fondatore di una società di analisi ceduta qualche anno fa al gruppo Morningstar. Ma soprattutto considerato uno degli “ideologi” e profeti della supremazia dell’investimento azionario e del rendimento lordo del 10% cento all’anno. Che naturalmente continua a credere alle azioni ma soprattutto a non credere alle obbligazioni da cui si aspetta per i prossimi anni un rendimento sempre più miserrimo e spiega in questa inchiesta il perché condividendo il pensiero di un certo Warren Buffett.

In questa inchiesta (clicca qui per leggerla integralmente) naturalmente non vengono fornite solo domande e opinioni ma anche le nostre risposte ovvero come reputiamo corretto affrontare l’argomento e decidere fra azioni o obbligazioni.

Inoltre in questo nuovo numero di MoneyReport molti altri argomenti sono affrontati. Tra gli ultimi articoli di MoneyReport segnaliamo:

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