PATRIMONIALE? RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO? QUANDO I SOLDI FINISCONO…I RISPARMIATORI AVVEDUTI NON SI FANNO COGLIERE TOTALMENTE IMPREPARATI

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Ricordo le estati della mia giovinezza quando tutto sembrava possibile. La spensieratezza di luglio e agosto e dei riti estivi, dei bagni e dei gelati, dei tormentoni musicali e delle letture leggere (persino i fotoromanzi di mia cugina).

Altri tempi: qualche settimana fa ho letto invece un libro di Stephen D. King, responsabile globale della ricerca economica alla banca Hsbc, firma di «The Independent» e «The Economist».

Già il nome, Stephen King, come quello del famoso scrittore statunitense famoso per i romanzi da paura (basti ricordare i film più famosi tratti dai suoi libri come Carrie, Shining, A volte ritornano, Misery, Il miglio verde…) doveva farmi capire che si trattava di una sorta di libro horror in salsa economica finanziaria. Il titolo poi di questo saggio è un’ulteriore avviso: “Quando i soldi finiscono” (Fazi Editore)

Non certo una lettura spensierata dove si fa un’analisi spietata ma abbastanza corretta di quello che è accaduto in Eurolandia negli ultimi lustri con certo qualche omissione sul ruolo della Grande Finanza.

La tesi di questo economista inglese si concentra come dice il titolo sul fatto che “i soldi sono finiti” soprattutto in Europa e Occidente ovvero la crescita capitalistica che abbiamo visto nella nostra parte di civiltà è difficile che si ripeterà e potrà pagare il conto di tutto (ben altro era il pensiero dell’economista inglese John M. Keynes negli anni ‘30 nel suo saggio “Prospettive per i nostri nipoti”).

Secondo King stiamo cercando di far pagare ora il conto alle generazioni future con debito pubblico a manetta e iniezioni di liquidità “monstr”e ma tutto questo non basterà se non si rivedranno i diritti acquisiti e s’inizierà a tagliare lo Stato Sociale che non può assolutamente più permettersi di pagare tutto come nel passato salvo giochi di prestigio di cui si pagherà comunque prima o poi il conto.

Ed è illuminante l’editoriale di Danilo Taino pubblicato il 7 agosto sul Corriere della Sera (vedi qui) per ricordare come il foglietto più consultato dalla cancelliera Merkel contiene questi numerini. Rispetto al resto del mondo “Il continente europeo ha il 7% della popolazione, il 25% del Prodotto lordo, il 50% delle spese per Welfare State”.

 

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una giovane Angela Merkel

Ma senza arrivare a leggere Stephen King basta aprire in questi giorni il Corriere della Sera, La Repubblica o qualsiasi giornale o sito, per leggere analisi e proposte riguardo il fatto che “i soldi sono finiti” e le proposte sul tappeto per sistemare l’Italia, l’euro o l’Europa. Altro che letture spensierate che si facevano nelle estati di qualche decennio fa…

Dopo la pubblicazione dei dati economici molto deludenti sul Pil italiano nel secondo semestre (della serie “pensavo fosse amore invece era un calesse”) e che si associano a un incremento del debito pubblico (che sembra senza soste) non c’è economista italiano o mondiale che non suggerisca ricette. E questa mattina (vedi qui) anche il New York Times si mette a dare la propria ricetta, attaccando la politica tedesca e di Draghi.

L’altro ieri invece il duo Alesina/Giavazzi sul Corsera (vedi qui) ha rilanciato l’idea di tagliare le tasse di almeno 2 punti di Pil per una trentina di miliardi di euro e nel contempo tagliare la spesa pubblica di una cifra simile, avviando una riforma del lavoro alla spagnola o tedesca, infischiandosene di Bruxelles se è il caso.

Su “La Repubblica” di qualche giorno fa (vedi qui ) invece Lucrezia Reichlin, docente alla London Business School, già direttore della ricerca alla Bce, ha consigliato anche lei un totale cambio di strategia che prevede l’avvio delle famose riforme ma anche di intervenire sul debito pubblico in modo radicale con manovre di taglio (sul 40% del debito circa) sui titoli di Stato emessi dal governo italiano.

Secondo la Reichlin “acquistare un titolo di Stato comporta dei rischi, è una leggenda metropolitana che il capitale sia garantito. Visto che siamo in un’unione monetaria, si potrebbero studiare criteri di rifinanziamento che riducano le perdite…”.

Sullo sfondo poi non mancano coloro (normalmente a invocarla sono quelli che non hanno nulla da perdere o che hanno così tanti soldi da parte e magari in parte imboscati che non gli farebbe né caldo, né freddo) che invocano una bella patrimoniale in varie forme.

Qualche giorno fa invece sul quotidiano inglese Telegraph è stato pubblicato un editoriale di Ambrose Evans-Pritchard che è stato rilanciato in Italia dal blog di Beppe Grillo (vedi qui) che propone “Fuori dall’euro per non morire” con un’analisi di vari dati economici che mostrano come nell’era dell’euro l’Italia sia fra i Paesi dell’Unione Europea che ha perso maggiore competitività e ha avviato una china calante impressionate con l’ingresso in questo Club.

Tre visioni differenti (quella di Alesina/Giavazza, quella di Reichlin e quella di Pritchard/Grillo/Farage) ma tutte concordanti sul fatto che così non si possa andare più avanti cosa che in realtà da almeno 10/15 anni si ripete in Italia senza che accada mai nulla di serio mentre la situazione economica e finanziaria peggiora sempre più, aspettando sempre qualche miracolo da un momento all’altro.

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Ma cosa dice questo Stephen D. King nel suo libro “Quando i soldi finiscono”?

Alcune cose che è bene ricordare senza sentirci feriti nel nostro orgoglio di essere italiani.

I paesi del Nord Europa ci considerano cicale e i proclami di “maggiore flessibilità” di Matteo Renzi sono visti con sospetto perchè vengono vissuti come le parole di un debitore che invece di rientrare…chiedi altri soldi.

Stephen King ci ricorda che nell’Unione Europea come è noto non esiste oggi l’unione fiscale. Ma senza un accordo fiscale vincolante l’Eurozona prima o poi potrebbe anche fallire qualora uno dei suoi membri dovesse saltare.
L’economista inglese propone come possibile via d’uscita una sorta di “club fiscale” per salvaguardare l’autonomia di ciascun Paese e allo stesso lasciargli delle garanzie accettabili in caso di eventuali seri problemi finanziari.

Ecco la sua proposta.

Se un membro del Club non è in grado di accedere ai mercati dei capitali, riceve immediatamente supporto dagli altri membri senza essere costretto a pagare interessi troppo onerosi.

Una volta chiesto l’aiuto però perde la sua autonomia fiscale: il ministero delle Finanze viene preso in mano da Bruxelles che deciderà la politica fiscale ed economica. Se questo accadesse all’Italia per ipotesi, Roma perderebbe il potere di imposizione fiscale e sarebbe di fatto “commissariata”.

Di fatto saremmo gestiti dai tedeschi o su di li’ fino a quando la situazione non torna sotto controllo.

Un argomento che è tornato recentemente molto d’attualità dopo le parole del governatore della BCE, Mario Draghi all’ultima conferenza stampa dopo il Consiglio europeo: «Le riforme strutturali sono l’unica via per tornare a crescere in Italia, dove gli investimenti privati sono frenati dall’incertezza, e in Europa. Per questo, è arrivato il momento di condividere sovranità anche su quel terreno».

A prima vista le condizioni poste da King sembrano condizioni molto rigide ma i partecipanti al nuovo Club Fiscale godrebbero anche di alcuni vantaggi: sapendo che il “club” pagherà la “cauzione” ai suoi membri anche se al prezzo di una temporanea perdita di sovranità, molti investitori scettici potrebbero tornare all’ovile facendo scendere il costo del debito. Per mettere giù 2 numeri secondo il ministro italiano dell’Economia Padoan nel 2015 gli italiani pagheranno 82 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico. Nel bilancio tedesco appena approvato dal collega Wolfgang Schauble il preventivo è a 27 miliardi di euro.

E’ una proposta seria?

Secondo il mio amico Giovanni Ponzetto, strategist obbligazionario di Tokos, con il gusto della provocazione ma anche dell’analisi economica più lucida si perde di vista che “Il ministero delle finanze italiano è un fulgido esempio di efficienza”. E qualche giorno fa un corposo e ricco articolo di Fabio Tamburini sul Corriere della Sera sulla base di un’analisi comparata sulla finanza pubblica che ha messo a punto un team coordinato da Roberto Poli, uno dei più prestigiosi consulenti italiani ha dimostrato (vedi qui) che le parole di Ponzetto non sono arrischiate.

L’Italia è, infatti,  il Paese tra i principali europei con il saldo migliore tra entrate e spese (al netto degli interessi) delle amministrazioni pubbliche negli ultimi 20 anni!

L’Italia, e con molto distacco, considerando che ha cumulato 585 miliardi di euro del cosiddetto avanzo primario (con un 20 per cento riferibile alle privatizzazioni), contro gli 80 miliardi della Germania (dal 1995) e saldi negativi per Francia (-479 miliardi) e Spagna (-270 miliardi). Peccato che ciò sia servito in gran parte a pagare gli interessi sulla fonte principale dei guai, il debito pubblico.

“Mi spiego meglio – sintetizza Ponzetto – in nessuna fase, le entrate fiscali in Italia sono rimaste stagnanti o sono scese. Lo Stato perde circa il 40% delle cause fiscali, escludendo i patteggiamenti, il che significa che è disposto a qualunque guerra anche marginale al diritto anche costituzionale pur di incassare. E’ stato anche capace di varare leggi fiscali retroattive pur di estrarre soldi. Dall’altro lato, si è creato un credito nei confronti dei fornitori privati di circa 100 miliardi di euro (ovvero i debiti della Pubblica Amministrazione) senza che nessuno mandasse l’Italia in fallimento. Invece, è la parte della spesa la parte che non è mai andata. Gli incassi sono andati bene in questi anni di crisi, ma la spesa è aumentata di più. A imporre nuove tasse siamo fra i migliori al mondo, a tagliare le spese no. Quindi, chi arrivasse dovrebbe agire sul lato spese, e non intese come “trasferimenti alla popolazione”, ma “costo di funzionamento”. E il principale costo è il personale, perchè la pubblica amministrazione non produce beni. Allora quale tedesco viene a licenziare un milione d’insegnanti, custodi, compliance officers, burocrati, dipendenti di partecipate delle regioni e dei comuni?”.

 

L’opinione di Ponzetto con cui ho voluto discutere di questo libro è pessimista sulla strategia di questo inglese e in effetti basta guardare cosa è accaduto allo spread Btp-Bund in questi ultimi anni (passato dai massimi del 9 novembre del 2011 quando toccò i 575 all’attuale livello di 160 circa) per rendersi conto che il rischio di default è ugualmente aumentato in Italia pure con i tassi bassi “dato che invece di pagare interessi alti lo Stato italiano ha potuto assumere o mantenere impiegata – ricorda Ponzetto – parte della corte dei miracoli di cui sopra e tutte le spese faraoniche in molti settori. Ed è più vulnerabile di prima, e non meno nonostante il calo dello spread e interessi ai livelli storici più bassi (il decennale è arrivato a 2,59%). Lo stesso succederebbe con il meccanismo di Stephen King: invece di avere la “crisi Monti” con i tassi al 8%, mi posso tenere gli (scarsi) amministratori di prima. Inoltre, in questo la crisi Monti è stata assolutamente illuminante: non basta uno shock di tasso a far introdurre politiche sensate, nè l’arrivo di un burocrate europeo”.

Secondo Stephen D. King si potrebbe anche lasciare a ciascuno Stato tramite una procedura parlamentare o referendaria la possibilità o meno di entrare nel “club” ovvero se avere i vantaggi e svantaggi dell’Unione Fiscale Europea.

I Paesi che accettano di entrare nell’Unione Fiscale potranno indebitarsi a costi più bassi in cambio però se “sgarrano” di una cessazione temporanea di sovranità. I Paesi che invece non vogliono aderire a questo meccanismo (e magari attraverso referendum i cittadini respingeranno questa adesione) non verranno mai, in nessun caso, salvati dagli altri. Il rischio di un default sarebbe potenzialmente molto più elevato e di conseguenza anche i tassi d’interesse sui titoli di Stato.

 

“Non riesco a capire però perchè Germania o Finlandia dovrebbero aderire, a fronte di una “cambiale in bianco” ai paesi del Sud. Cosa voterebbe secondo te il contadino dello Schleswig-Holstein nel suo referendum?” domanda retoricamente Ponzetto, ponendo un’obiezione sensata.

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Lo stesso autore di questa proposta ovvero Stephen D. King ne comprende i limiti, partendo dalla considerazione che alcuni Paesi dell’Europa meridionale (e a noi fischiano le orecchie..) hanno un debito pubblico eccessivo che neanche l’austerity più rigida potrà mai sanare secondo il suo parere. E infatti pensa che per il bene della moneta unica una parte di questo debito dovrebbe essere cancellato se le cose continuano così.

 

Che fare? Lo strano caso del dottor Matteo Renzi e di Mister Amato

Chi scrive non è un economista anche se oramai nel settore della consulenza finanziaria come del giornalismo proliferano gli economisti e tutti hanno una ricetta in tasca per salvare l’Italia e darsi un’immagine più da guru.

Resto dell’idea comunque (e lo è anche Giovanni Ponzetto) che il debito pubblico italiano per quanto abnorme potrebbe essere sanabile anche senza “cancellazione” alla Reichlin e senza “unione fiscale” se solo si volesse seriamente affrontare il problema con una terapia d’urto che sia veramente tale.

Una terapia che l’esperienza del governo Renzi sta dimostrando è ben difficile da seguire perché per farlo occorrerebbe mettere in conto l’ipotesi altamente probabile di perdere buona parte del consenso elettorale alle prossime elezioni. E nessun partito o leader in Italia ha forse la statura politica di un Gerhard Schröder, il premier tedesco di centro-sinistra che, all’inizio degli anni ‘2000, varò una serie di riforme radicali soprattutto nel mondo del lavoro che costarono allo stesso Schröder la rielezione  e al suo partito, l’Spd, una lunga stagione di incomprensione con il proprio elettorato.

A questo punto in Italia non può certo bastare solo una riforma del lavoro alla tedesca o spagnola, ma servono in Italia una serie di misure radicali nel controllo della spesa pubblica, della previdenza oltre a una riforma della giustizia. I giochi di prestigio di tipo finanziario tipo mettere in un fondo il patrimonio immobiliare e le partecipazioni dello Stato da collocare sul mercato (per abbattere il rapporto debito/Pil) possono anche avere un senso ma non sono la Risposta se servono solo a comprare altro tempo e non si affrontano i nodi della competitività del Paese e dei costi eccessivi della macchina statale.

Inutile dire che come molti italiani sono rimasto molto deluso dei primi 177 giorni del governo Renzi.

 

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Un Matteo Renzi giovane

E per come aveva presentato la “riforma della tassazione delle rendite” non avevo risparmiato critiche che mi sono costate qualche appunto (vedi qui) di qualche lettore legitimamente filo-renziano.

La superficialità di Renzi verso la comprensione dell’andamento dell’economia e della finanza si è dimostrata a mio parere imbarazzante. E basti ricordare in proposito una frase pronunciata dal Premier ancora qualche settimana fa per rendersi conto del fatto che la sua lingua è purtroppo talvolta troppo veloce rispetto al cervello.

“Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone” ha detto, infatti Matteo Renzi. Che solo il 20 luglio vedeva il Pil italiano a +1%. come dimostrano le agenzie.

Ancora il 20 luglio il premier Matteo Renzi vedeva il Pil 2014 a +1%, poi la doccia fredda
Ancora il 20 luglio il premier Matteo Renzi vedeva il Pil 2014 a +1%, poi la doccia fredda

Eppure dovrebbe essere intuitivo se si sa di cosa si parla che ogni punto di Pil che l’Italia perde sono quasi 20 miliardi di euro di ricchezza in meno prodotta e in questi anni il BelPaese ne ha persi tanti di punti di Pil ovvero centinaia di miliardi di euro. E dentro queste centinaia di miliardi di euro di minor fatturato ci sono imprese che hanno chiuso, lavoratori licenziati o in cassa integrazione, situazioni di forte disagio sociale, tanti disoccupati come mai avevamo avuto e nuovi poveri anche nella classe media.

“It’s the economy, stupid” direbbero negli Stati Uniti citando lo slogan della vittoriosa campagna presidenziale di Bill Clinton contro George Bush padre che sintetizza bene come i numeri della crescita economica, dei conti pubblici e dell’occupazione dovrebbero venire prima di tutto perchè se si sballano quelli arriva prima o poi il redde rationem.

Ma se in economia il premier italiano è insufficiente (e magari in arte oratoria ha il massimo dei voti) mi rifiuto di pensare che non si sia circondato di persone che sulla materia non ne capiscono e hanno una situazione più chiara in testa (come per esempio Yoram Gutgeld, senior partner e direttore di McKinsey & Company, onorevole del Pd e suo consigliere economico personale).

La mia ipotesi più indulgente è che il nostro giovane premier (e spero nei prossimi 178 giorni a questo punto perchè non sono un “gufo”) ha peccato di presunzione e ha pensato che quest’anno comunque l’economia italiana (come prevedevano diversi centri di studio che dimostrano per l’ennesima volta quanto ci prendono Banca d’Italia, Fmi ed Ocse…) al traino di quella europea avrebbe rimbalzato verso un +1% di crescita dopo anni di segni negativi.

Da qui l’obiettivo di Renzi con i suoi fedelissimi di concentrarsi sulla riforma del Senato e poi della legge elettorale (secondo Il Fatto Quotidiano di oggi un piano tale e quale a quello suggerito dalla banca Jp Morgan per “smontare la Costituzione e asservire Parlamento, giustizia e burocrazia all’economia”)  confidando che comunque l’economia sarebbe andata avanti da sola… per poi con le nuove regole (e un parlamento di nominati senza il rimpallo Camera/Senato) prendersi 5 anni di tempo per fare magari qualcosa di più significativo in tema di riforme, senza il rischio immediato di crisi di governo con “distinguo” da parte degli alleati (la maggioranza attuale ricordiamo è un “asse” fra Pd e Alfaniani ed è evidente la debolezza di una simile unione), spaccatura nel Pd col rischio elevato di andare alle elezioni col partito diviso in mille correnti ed essere “trombati”.

La solita politica di galleggiamento all’italiana come Giuliano Amato docet.

Ammazziamo il Gattopardo o finiremo ammazzati economicamente?

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Nel libro “Ammazziamo il Gattopardo” di Alan Friedman (che presenta un’analisi e alcune ricette largamente condivisibili) mi ha molto colpito l’intervista a Giuliano Amato, ex tutto, che spiega più di ogni altra cosa come funzionano le cose in Italia.

Rivolgendosi a Giuliano Amato Friedman (quello che parla come Ollio) ricorda di quando “Discutevamo (era la primavera del 2000 quindi oltre 14 anni fa!) su pensioni, mercato del lavoro e privatizzazioni quando le domandai: ‘Presidente, perché non è in grado di intraprendere le riforme strutturali di cui si parlava solo pochi mesi fa? Perché non si riesce a realizzare un mercato del lavoro robusto, a operare una riforma del sistema pensionistico?”.

Lei mi chiese di non citare la risposta ma fu sincero: “Non posso, caro Alan, ho le mani legate. Se cercassi di fare riforme vere e radicali, D’Alema e gli altri mi farebbero fuori in due minuti”.

E tutto questo ricorda una celebre frase di Alcide De Gasperi sempre attuale: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”.

Nella nuova intervista concessa a Friedman, l’ex premier Amato spiega ora che quando fece quella confidenza a Friedman 14 anni fa mancavano solo 12 mesi alle elezioni politiche e nessun governo pre-elettorale “può introdurre riforme prima delle elezioni”.

E Amato poi spiega (lo stesso premier e consigliere che è stato fra gli artefici del boom del debito pubblico italiano) come in Italia viviamo ancora nell’illusione nata dopo il boom del “miracolo italiano” che il futuro presuppone una crescita costante. Mentre la seconda cosa che gli italiani non hanno capito è che cosa significava entrare nell’euro. E qui Amato cita D’Alema come quello che invece aveva capito tutto: “Ricordiamoci che entrare nell’euro non è arrivare a un traguardo ma salire sul ring e invece di combattere ci siamo messi in un angolo”.

 

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Un Giuliano Amato liceale

Evviva pure la Germania ora annaspa

Ora i dati fortemente negativi sull’andamento dell’economia italiana costringono il governo Renzi a fare qualcosa al più presto e l’unico dato buono che è arrivato in questi giorni è che anche la Germania e la Francia annaspano. Mal comune, mezzo gaudio.

Il paradosso a cui assistiamo è stato così di vedere i rendimenti sul BTP decennale avvicinarsi ai minimi storici e i titoli governativi e obbligazionari europei salire di brutto perché a questo punto si attende che l’elicottero Draghi inondi ulteriormente di liquidità i mercati e le banche (che utilizzeranno soprattutto come negli altri round per comprare titoli di stato e obbligazioni con cui guadagnare a rischio zero).

Vedremo a fine agosto quando è stato convocato il Consiglio dei Ministri se anche questa volta la montagna partorirà il topolino. E purtroppo a leggere ieri mattina l’ennesima intervista (vedi qui) al responsabile del PD, Filippo Taddei, ci sono tutte le premesse con tutti i distinguo che fa che a forza di voler salvare capra e cavoli  alla fine non si salverà nulla e si cercherà ancora di comprare tempo. Ma spero di sbagliare.

La situazione resta grave e se l’idea di Renzi e Draghi è contagiare col “male italiano” tutta l’Europa è una non soluzione nel medio-lungo periodo. Prima o poi i nodi vengono al pettine.

Abbandonare l’euro è molto più difficile di quello che pensano i sostenitori di questa tesi perché sarebbe come cercare di dividere il vino dall’acqua una volta che si sono mescolati insieme. Non è affatto una soluzione semplice e non ho ancora letto alcun modo “ordinato” convincente (e sarò ben lieto di leggerlo se qualcuno me lo vorrà inviare tenendo conto di come funzionano i mercati finanziari) per procedere a un simile ritorno al punto zero.

I mercati finanziari sanno ragionare in termini più spietati e veloci di molti economisti che non valutano tutte le conseguenze e sbagliare una simile riconversione significherebbe per i risparmiatori italiani entrare in un tunnel persino peggiore di quello che stanno percorrendo adesso.

Giovanni Giolitti diceva che governare gli italiani non è impossibile, è inutile. E c’è un fondo di verità.

Ma per uscire dalle secche l’Italia ha bisogno di scelte coraggiose e sicuramente impopolari e di leader non solo di pezza, bravi come battutisti o sui social network (e spero che Renzi non sia bravo solo in questo). E che capiscano bene come funzionano l’economia e la finanza (cosa che purtroppo nemmeno i partiti di opposizione sembrano avere chiaro, Movimento 5 Stelle compreso) e che sappiano muoversi bene sia a Roma che a Bruxelles, cercando alleanze trasversali dove non solo chiedere aiuto ma mostrare anche capacità da statisti.

Perché si tratta di fare bene i “compiti a casa” ma in un’economia e una finanza sempre più globalizzata se non si agisce concretamente a livello europeo e di concerto, anche contro le multinazionali dai fatturati miliardari che non pagano un cent di tasse grazie all’uso dei paradisi fiscali e contro la deriva di un sistema bancario globale che ci ha condotto dritti come un fuso nella crisi del 2007 e non ha pagato pegno si affronta solo una parte del problema ma non il Problema.

Lo stesso sistema finanziario perverso che gioca con i soldi degli altri, privatizza gli utili e socializza le perdite e che ha ottenuto da tutti gli Stati nel mondo (e quindi dai contribuenti) una marea incalcolabile di soldi per i “piani di salvataggio” che sono andati anche a innalzare a livelli record il rapporto debito/Pil. E di cui stiamo pagando il conto (è di circa 60 miliardi euro a oggi l’ammontare complessivo che il nostro Paese ha dovuto versare per finanziare il fondo SalvaStati al quale hanno fatto ricorso soprattutto Grecia e Spagna).

Ci vogliono evidentemente grandi statisti per affrontare simili battaglie e persone non contaminate o corrotte col potere finanziario delle grandi corporation e delle grandi banche, perché a lasciare andare le cose così è evidente come la forbice fra una percentuale sempre più piccola della popolazione mondiale che diventerà sempre più ricca mentre la maggioranza della popolazione diventerà sempre più povera è solo inevitabilmente destinata ad aumentare come sta accadendo “inesorabilmente” da diversi anni a livelli impressionanti.

E cosa possiamo fare noi per salvarci? Salvare noi stessi prima di tutto….

orso

Ma a chi mi chiede cosa accadrà ed è preoccupato del futuro dell’Italia ricordo sempre la storiella dei due amici che stavano camminando nel bosco quando saltò fuori improvvisamente un orso e si avventò contro di loro.

“Pensi che possiamo correre più velocemente dell’orso?” chiese un amico.

Al che il suo amico rispose: “Non devo correre più velocemente dell’orso. Devo solo correre più velocemente di te”.

Io e probabilmente nessuno di noi possiamo singolarmente cambiare le cose (non so nemmeno personalmente da tempo se l’arma del voto nelle attuali democrazie parlamentari conti qualcosa) ma riguardo il nostro futuro economico e finanziario possiamo fare invece moltissimo se vogliamo cercare di salvare la pelle (o subire meno graffi possibili) investendo con gli strumenti finanziari giusti, i giusti veicoli e la giusta diversificazione, non sommando rischi a rischi ma invece al contrario cercando di non mettere troppo la testa dentro la bocca dell’orso.

E’ il lavoro che facciamo come consulenti finanziari indipendenti io, Roberta e il nostro team di SoldiExpert SCF. E il lato positivo di questa faccenda è che vedo mese dopo mese come la domanda di vera consulenza finanziaria indipendente è in forte crescita.

Il numero di risparmiatori e investitori italiani che hanno capito per dirla alla Stephen D. King che “i soldi stanno finendo” stanno, infatti, aumentando. E andare a chiedere consigli a chi ci ha ficcato anche in questa situazione inizia ad apparire poco furbo a molti risparmiatori.

ebook-Guadagnare-in-Borsa

E cresce la consapevolezza che difendere il proprio gruzzolo e farlo crescere nel tempo richiede consigli indipendenti, metodo e apertura mentale. E il successo che stanno avanti in questi settimane come pagine viste  i capitoli dell’ebook “Guadagnare in Borsa è questione di forza (se sai come usarla!) che abbiamo iniziato a pubblicare (vedi qui) e dove spieghiamo la logica delle nostre strategie e rispondiamo a tutte le domande e obiezioni  ne è una prova.

Se poi gli “economisti” salveranno l’Italia e il mondo tanto di guadagnato. Lo confidiamo tutti perché nel futuro non c’è solo grigio e nero ma anche tanto rosa come le incredibile innovazioni tecnologiche in quasi tutti i settori che si stanno sempre più moltiplicando e potranno cambiare probabilmente il nostro pianeta in meglio nei prossimi 50 anni. E che possono cambiare in meglio anche le nostre vite. E finanze. A saper cogliere tutte queste opportunità dalla parte giusta.

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