Perché ci piace operare in Borsa sulla forza e non sulla debolezza o a naso (capitolo 4 ebook GUADAGNARE IN BORSA E’ QUESTIONE DI FORZA)

Leggi qui la presentazione dell’ebook “Guadagnare in Borsa è una questione di forza (se sai come usarla)!” se te la sei persa: ti consigliamo di leggerla!

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CAPITOLO quattro

Perché ci piace operare in Borsa sulla forza e non sulla debolezza o a naso.

  “Un rischio è una chance che si sceglie e se si fallisce si può sempre recuperare. Una scommessa è una chance che si prende e se si fallisce il recupero è impossibile”   Feldmaresciallo Erwin J. Rommel

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Torniamo in questo capitolo (fra i più importanti di tutto il libro) a parlare di strategie di Borsa e dell’approccio da noi seguito perché nella nostra consulenza come SoldiExpert SCF (sia in quella generica  che in quella personalizzata) per individuare i titoli e i temi in tendenza un ulteriore passaggio è quello di usare come criterio di selezione proprio  il concetto di “forza relativa”. Di cosa si tratta e come funziona?

Se volete investire con successo i vostri risparmi e seguire le nostre strategie, comprenderle e trarne nel tempo il massimo (conoscendone sia i pro che contro) è importantissimo capire anche se in modo superficiale la logica per seguirle nel migliore dei modi sia nella buona che nella cattiva sorte. E scoprire perchè è dimostrato che simili strategie possono fare (in positivo) la differenza se il vostro obiettivo è ottenere rendimenti aggiustati per il rischio (ovvero + guadagni e – perdite) con naturalmente orizzonti temporali adeguati (altro argomento molto importante che abbiamo trattato nel capitolo 2).

I primi studi accademici ufficiali sulla forza relativa come criterio di selezione degli investimenti vengono datati nel 1967 quando Robert Levy pubblicò nel “Journal of Finance” un interessante studio dove dimostrava la bontà di questo approccio tramite dei rigorosi test su oltre 200 azioni quotate alla Borsa di New York fra il 1960 e il 1965.

In questo studio Levy (ma già nel 1945 un altro analista, H.M. Gartley, aveva analizzato questo fenomeno) dimostrava un’anomalia del mercato se vogliamo chiamarla così rispetto a quella che viene definita la “teoria dei mercati efficienti”.   E’ stato, infatti, osservato in centinaia di studi anche accademici pubblicati negli ultimi decenni a supporto di questa teoria e su diversissimi mercati e lassi temporali che i titoli che hanno le migliori performance hanno una certa persistenza (che può durare mesi e in certi casi perfino anni) nel mantenere questa tendenza.

Ha qualche fondamento teorico e pratico questo approccio? Certo che sì e non ce lo siamo inventati noi visto che sulla bontà di un approccio basato sull’investire sui temi in tendenza (il cosiddetto approccio “trend following”) già se ne trova traccia negli studi dell’economista David Ricardo (1772-1823) e il primo grande speculatore è Jesse Livermoore (1877-1940) che ha utilizzato strategie basate sul “trend following” e se ne hanno testimonianze scritte in un libro (purtroppo non tradotto in italiano) scritto da Edwin Lefèvre e che si intitola “Reminiscences of a Stock Operator“ di cui ricorderemo più avanti alcune delle sue memorabili perle di saggezza.

Per intenderci (contrariamente all’opinione talvolta di pancia di numerosi risparmiatori basata sul solito cosiddetto “buon senso”) se un titolo passa da 10 a 8 euro o dollari nel giro di qualche settimana è più probabile statisticamente che continui a scendere piuttosto che cominci a rimbalzare. E questo vale anche nel caso opposto: un titolo che tende a sovra-performare rispetto al suo mercato di riferimento ha più probabilità di continuare per alcuni mesi la sua ascesa piuttosto che crollare…

“Un corpo in movimento tende a restare in movimento” recita una delle leggi di Isaac Newton. E un approccio basato sulla forza relativa e sul momentum seppure poco conosciuto dagli investitori tradizionali è oramai ampiamente studiato e accettato da buona parte della comunità accademica come una strategia in grado di offrire un rapporto rischio/rendimento interessante e comprovato nel tempo. E migliore in termini di rapporto rendimento/rischio rispetto a un approccio passivo o discrezionale.

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LEGENDA: A confronto nella tabella in un periodo di quasi 13 anni l’andamento effettivo della media dei nostri portafogli azionari Italia (e stiamo parlando di strategie solo long ovvero che non prevedono in questi grafici l’utilizzo di strategie al ribasso)  a confronto col mercato e un approccio totalmente passivo. Il vantaggio di operare in modo passivo è detenere sempre gli stessi titoli è magari psicologicamente non chiudere mai operazioni in perdita: un approccio attivo e flessibile come quello seguito dai nostri portafogli nello stesso periodo ha cumulato un 40% di operazioni chiuse in perdita. Ma una gestione flessibile e attiva ha significato un rendimento ottenuto eccezionalmente superiore (il +220,37% contro il -28,65% ottenuto dal mercato e in questo caso come benchmark è stato utilizzato l’indice Fideuraum Fondi Azionari Italia) e inoltre un drawdown ovvero la massima perdita generata nel periodo nella fase più avversa del mercato (periodo 2007-2008) del -27,87% contro il -71,1% del mercato. E un approccio come quello basato sulle nostre strategie si è mostrato nel tempo più protettivo e redditizio anche su asset basati su fondi o Etf azionari o obbligazionari. 

 

Con certo alcuni “contro” che esamineremo più dettagliatamente nei prossimi capitoli e rappresentano il motivo forse per cui molti risparmiatori fanno un po’ di fatica a seguire simili strategie. Per esempio il tasso di operazioni chiuse in perdita che può essere nel tempo anche di oltre il 40% su un periodo di investimento cumulato di operazioni realizzate in  5-10 anni. La ricompensa (ovvero il guadagno) che si può ottenere è veramente significativo ma l’orizzonte temporale breve e la mente di molti investitori turbati dal “dolore della perdita” (e lo vedremo bene questo concetto nel capitolo dedicato alla finanza comportamentale) possono giocare brutti scherzi e questo spiega anche probabilmente il successo di queste strategie: non tutti i risparmiatori e investitori hanno la capacità di mantenere la barra diritta nel mare soprattutto in tempesta.

E poco importa che se operassero seguendo strategie come quelle seguite nei nostri portafogli  otterrebbero nel tempo (come è successo non in teoria ma in pratica in questi anni) probabilmente il miglior risultato col minor rischio al confronto col mercato. Ma la testa di noi investitori gioca spesso contro e il sogno nel cassetto sarebbe quello di chiudere solo operazioni in positivo, comprare basso per vendere alto e trovare magari un guru che le azzecca tutte ma proprio tutte, raccontandoci delle “storie” facili da comprendere. Tutte cose che qualsiasi investitore di lungo corso, un po’ di esperienza e conoscenza dei mercati sa che purtroppo sono quasi sempre una pietosa bugie o imbrogli.

Molti risparmiatori e investitori preferiscono seguire strade più convenzionali per quanto molto più rischiose alla prova dei fatti e fidarsi dei consigli degli esperti o del lungo periodo. E pazienza se poi questo si rivelerà (come si è rivelato al confronto in questi ultimi decenni) una fregatura o fonte di grandi delusioni. La speranza per molti risparmiatori è sempre l’ultima a morire e poi c’è un’industria finanziaria capace di alimentare continuamente nuovi sogni sfornando continuamente nuovi prodotti, nuovi guru, nuovi settori su cui puntare e migliaia di prodotti…

 Cosa è la forza relativa…

Esistono milioni di modi per calcolare la forza relativa e associarla ad altri indicatori proprietari (come facciamo noi che abbiamo elaborato delle strategie basate sull’utilizzo di diversi indicatori miscelando il criterio di forza relativa ad altri indicatori) e sulla bontà di un simile approccio negli ultimi decenni sono stati pubblicati numerosi studi (si veda anche qui  la bibliografia) e merita una menzione il ponderoso libro giunto alla IV edizione di James P. O’ Shaughnessy (“What Works on Wall Street: A Guide to the Best Performing Investment Strategies of All Time “) che esamina alla macchina del tempo tutte le principali strategie di medio-lungo periodo come si sono comportate nella realtà al confronto dei mercati.   Comprese quelle basate sui fondamentali come price earning, cash flow, ebitda, patrimonio, hig dividend a fianco a quelle più di tipo quantitativo, evidenziando come proprio le strategie basate sulla forza relativa si rivelano, risultati alla mano, le più redditizie e interessanti seppure nel test fatto dall’autore la formulazione utilizzata è veramente elementare e basica [ nota 1].

TABELLA 1

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Nell’esempio indicato (vedi tabella sopra) 10mila dollari investiti nel periodo 31 dicembre 1926 – 31 dicembre 2009 secondo la strategia di forza relativa indicata sarebbero diventati, dopo 83 anni, 572.831.000 dollari con un rendimento medio su base annua del +14,11% mentre un approccio passivo come chi avesse investito su un ipotetico ETF sull’indice azionario americano avrebbe ottenuto un capitale montante finale di 38.542.000 dollari pari a un rendimento medio annuo del +10,46%. Ed è interessante notare, se amate il mondo dei numeri, come in un rendimento composto apparentemente migliore di pochi punti percentuali possa nel tempo determinare un capitale finale drammaticamente differente.

Anche Kenneth French, professore alla Dartmouth University (e che ha pubblicato diversi studi con Eugene Fama dell’Università di Chicago) ha dimostrato in uno studio la persistenza di questo fenomeno e come questa strategia sia fra le più forti che ha visto in azione su periodi anche di oltre 80 anni; una dimostrazione di come in mercati totalmente differenti il fattore RS (Relative Strenght) ha un valore aggiunto veramente notevole. Secondo le conclusioni del professore French un approccio basato sulla forza relativa può generare nel tempo (nei suoi studi parla di un orizzonte temporale di almeno 14 anni) un extra-rendimento di almeno il 3% l’anno e anche alla prova del metodo Monte Carlo (un procedimento matematico basato sull’utilizzazione di numeri casuali che viene utilizzato per valutare la casualità o meno di determinati risultati) viene dimostrata la robustezza di questa strategia.

Di seguito è riportato un grafico con i dati della ricerca del professor Kenneth French dove ha confrontato l’andamento dell’indice azionario americano con una strategia basata sulla forza relativa. E come si può vedere il portafoglio basato sulla forza relativa supera di oltre il 5% all’anno come rendimenti quello basato su un approccio passivo.

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La teoria del momentum e della forza relativa è stato oggetto di numerosi studi accademici soprattutto negli ultimi decenni. Fra i primi studi scientifici da ricordare quelli di Alfred Cowles e Herbert Jones nel 1937  ma per diversi decenni fino alla fine degli anni ’80 ha dominato soprattutto la teoria dei mercati efficienti a livello accademico e in mercati “efficienti” tutte le informazioni,recita questa teoria, sono completamente contabilizzate dal mercato e dai prezi e non si può pretendere di fare meglio del mercato stesso. La finanza comportamentale ha contestato queste ipotesi e dimostrato la poco fondatezza e ha fornito una spiegazione di come gli investitori “momentum” possono guadagnare nel tempo profitti interessanti grazie a 3 effetti combinati:

Effetto Ancoraggio

Gli investitori sono lenti a reagire alle nuove informazioni e questo porta per un certo periodo alla prosecuzione dei prezzi in un determinato trend.

Effetto Disposizione: gli investitori vendono spesso i titoli “vincitori” troppo presto e tendono a  tenere i titoli “perdenti” troppo a lungo. Questo crea un effetto contrario che causa le tendenza che i titoli “vincenti” continuano a sovraperformare  più a lungo.

Effetto carrozzone: L’acquisto genera ulteriori acquisti in modo che le tendenze persistano più a lungo. La ricerca accademica ha avuto un forte balzo con la pubblicazione nel 1993 dello studio di Jegadeesh e Titman che hanno ripreso e validato gli studi effettuati negli anni ’30 da Cowles e Jones e la loro ricerca rigorosa ha ispirato centinaia di paper successivi.Un approccio molto valido che pochi risparmiatori utilizzano…

Ma perché allora non tutti i consulenti offrono strategie e servizi come la vostra ispirata alla “relative strenght” ovvero “forza relativa”? Ovvero ma come mai soprattutto Italia sono poche le società di gestione e di consulenza (e fra queste SoldiExpert SCF) che utilizzano strategie basate sulla forza relativa?

E’ una domanda che ci poniamo naturalmente anche noi e non abbiamo trovato ancora una risposta definitiva e completa (se non i motivi spiegati sopra) seppure centinaia di studi accademici dimostrino che la RS (Relative Strenght) è un fattore molto durevole ed è fra le migliori come rischio/rendimento fra le tantissime strategie perseguibili. Molto più dell’investimento passivo o del cosiddetto “value investing”. Migliore e più protettiva per un investitore di tutte le altre strategie comunemente suggerite e apparentemente basate sul “buon senso” e che si vendono sicuramente meglio ma la cui efficacia alla prova dei risultati nel tempo è molto discutibile.

Una motivazione molto banale è che è più facile psicologicamente vendere al risparmiatore la favola dell’investimento semi-statico e del lungo periodo e del concetto degli “esperti” o del “guru” che sanno dove vanno i mercati. O altre “storie” di questo tipo basate su concetti semplici che fanno più facilmente presa. E peraltro è un gran bene detto fra noi che non moltissimi risparmiatori e anche investitori istituzionali non l’adottino perché evidentemente maggiore è il numero di coloro che seguono una strategia vincente inevitabilmente minore diventa il suo sovra-rendimento.

Fra le ragioni che io e Roberta ci diamo inoltre  vi è poi il fatto che far movimentare il portafoglio alla propria clientela implica una gestione anche informatica e operativa non proprio banale. E al sistema bancario nel suo complesso è evidentemente più conveniente gestire la consulenza in modo molto statico piuttosto che fornire un servizio molto personalizzato e legato al market timing. Di fatto su scala industriale se si gestiscono decine di migliaia di clienti e patrimoni di migliaia di miliardi di euro è facile comprendere come l’interesse del cliente e quello che è più efficiente invece per il sistema possono divergere anche profondamente… Vi è poi forse la ragione più importante di tutti ed è legata alla psicologia di Borsa ovvero al fatto che una delle limitazioni umane più frequenti è il desiderio di conformarsi alla maggioranza “perché così fan tutti”.

E nel settore del marketing finanziario l’industria del risparmio gestito conosce bene i suoi “polli” (non tutti lo sono naturalmente) e sa cosa è più facile vendere anche se magari è una falsa soluzione o solo uno specchietto per le allodole . Ed è certo più facile vendere il concetto di gestione passiva, del “compra e tieni che tanto nel lunghissimo periodo tutto sale” o del  Pac (piano di accumulazione capitale) o la storiella che si acquistano azioni con alti dividendi piuttosto che fondi obbligazionari con cedola e simili vanterie (che alla prova del tempo e dei rendimenti dimostrano tutti i loro gravi limiti) piuttosto che una strategia attiva che può provocare il “dolore” di vendere titoli in perdita come vedremo nel capitolo dedicato alla psicologia di Borsa.

E per questa ragione alcuni risparmiatori, di fronte ai risultati delle nostre strategie e al nostro approccio quasi “scientifico”, restano perplessi o si bloccano dopo le prime perdite o fasi avverse (che esistono e possono durare anche qualche stagione come non ci stanchiamo di scrivere)  e preferiscono seguire la vecchia strada anche se è molto più rischiosa, meno performante e soprattutto incompleta perché il piano B, ovvero l’exit strategy, non è assolutamente chiaro quale sia e si improvvisa ogni volta, tentando la fortuna e passando così da una delusione all’altra.

“La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale” ha scritto John Maynard Keynes, l’economista sicuramente più importante dell’ultimo secolo che seppe dimostrarsi anche un capace speculatore di Borsa e non solo un teorico e l’ideologo più acclamato dell’intervento pubblico nell’economia quando le cose si mettono male. La frase di Keynes spiega bene perché molti risparmiatori preferiscano perdere in modo convenzionale piuttosto che cercare di utilizzare strategie più produttive di risultati nel tempo perché “così fan tutti” come sottoscrivere un fondo o una gestione qualsiasi collocata dalla propria banca o un servizio pubblicizzato come il “non plus ultra” dal proprio promotore finanziario senza andare a vedere bene cose c’è dentro come criterio di strategia, fidandosi a scatola chiusa del marchio di chi lo propone rispetto a chi, come noi, propone invece una strategia più articolata e compiuta e fondata su basi strutturate e testate da decenni nei mercati.

E un esempio classico di questo approccio secondo noi “molto fumo, poco arrosto” è quello delle “torte” che spesso sono una cavolata pazzesca… come bene ha scritto Roberta in questo report: e rappresentano, con la teoria di Markowitz sottostante, il substrato su cui si fondano ci risulta molti dei servizi di consulenza o advice offerti da molte banche sul modello di Fineco Advice o Sei di Fideuram, Mps Advice e altre che si stanno buttando nella consulenza “fee only” senza che sia chiaro (visto che non è esplicitato in alcun modo tranne tanto marketing finanziario) per il risparmiatore il track record reale di un simile approccio (e ci piacerebbe naturalmente che venisse reso pubblico affinchè ciascun risparmiatore possa fare un confronto reale) nel corso degli ultimi lustri sicuramente significativi come alti e bassi.

Per consigliare col senno del poi i fondi di ciascuna categoria che hanno performato di più e non esplicitare come questo approccio si è realmente comportato nel tempo e nelle fasi avverse non ci sembra un grande passo in avanti nella consulenza indipendente. Certo in fasi come quella attuale ovvero degli ultimi 2/3 anni dove i mercati e quasi tutti i settori sono saliti il “sistema” sembra funzionare e molti risparmiatori possono reputare che funzioni e ritenersi soddisfatti. Ma è nelle fasi avverse che si riconosce la bontà di una strategia: essere sempre investiti o puntare quando vanno male le cose sul “lungo periodo” ma molto “lungo” non crediamo che crei valore aggiunto. Quel valore aggiunto che dovrebbe essere alla base della parcella che motiva il lavoro di un consulente finanziario veramente indipendente.

Tanti pro ma anche qualche contro che vanno conosciuti

Operare con un approccio invece così metodico e dove nulla viene lasciato al caso o all’estro come le strategie alla base della consulenza di SoldiExpert SCF può essere molto redditizio e protettivo nel tempo (come  i risultati reali realizzati dai nostri portafogli lo dimostrano) ma questo non significa certo che sia una passeggiata investire tramite questa metodologia! In oltre 3 lustri di attività e utilizzo di questo approccio il nostro lavoro è stato quello di prendere spunto dai lavori della forza relativa per adattarla a un tipo di consulenza finanziaria indipendente rivolta non a trader ma a “buoni padri di famiglia”  cercando di proporre un’operatività limitata, facilmente replicabile e capace di tagliare maggiormente le perdite nelle fasi di forte e prolungata discesa associando alla teoria della forza relativa altri indicatori e oscillatori selezionati il cui uso combinato ci ha consentito in questi anni di ottenere risultati veramente interessanti per chi ha seguito fedelmente la nostra operatività.

Operare solo ed esclusivamente con un approccio basato unicamente sulla forza relativa tende infatti a far rimanere troppo e sempre investiti e questo non è sempre un bene perchè il rischio di fare una movimentazione spesso eccessiva e soprattutto subire forti perdite consecutive in termini di drawdown è dietro l’angolo mentre un approccio più temperato come quello utilizzato nei nostri portafogli ha dimostrato anche in anni horribilis come per esempio il 2007-2008 sulle Borse mondiali o il periodo 2010/2011 per Piazza Affari di poter realmente contenere in misura maggiore le perdite, stando fuori anche per lunghi mesi dal mercato.

Ma sul piatto secondo noi i PRO sono decisamente superiori ai CONTRO come spieghiamo ai nostri clienti non nascondendo loro nulla per quanto un certo tipo di risparmiatore vorrebbe credere alle favole e all’esistenza di un metodo o addirittura a un “guru” in grado di intercettare tutti i rialzi e ribassi investendo a colpo sicuro senza mai chiudere operazioni in perdita anche in modo ripetuto. E’ molto importante perciò comprendere i PRO e anche soprattutto i CONTRO di questo approccio se si desidera investire con successo.

Prima di tutto è bene ribadire cosa non è un approccio come quello seguito da una simile metodologia ovvero che non si tratta di una filosofia d’investimento come quella comunemente seguita (soprattutto in Italia) dalle maggiori società di gestione e consulenza o banche per i propri clienti che utilizzano invece soprattutto un approccio discrezionale basato sulla diversificazione a “torte” e la teoria di Markowitz sulla frontiera efficiente (vedi qui per approfondimenti).
Un approccio che in questi ultimi 3 lustri non ha fatto ricco quasi nessuno secondo la nostra esperienza tranne gli stessi intermediari e promotori finanziari che l’hanno consigliata. Non utilizziamo quindi un approccio basato integralmente sull’analisi fondamentale (argomento di cui parleremo naturalmente più avanti) oppure sulla frontiera efficiente ma invece siamo fortemente focalizzati a seguire in modo sistematico e disciplinato le regole che ci siamo dati per selezionare i titoli o fondi che consigliamo. E rispettiamo quindi il più possibile le regole di ingresso e uscita senza volerci apportare il nostro “ego” o considerazioni sui “destini del mondo”.

Non facciamo quindi ALCUNA PREVISIONE SULL’ANDAMENTO DEI MERCATI perché per sua natura un approccio trend following (seguire la tendenza) è auto-adattivo e ha come obiettivo non quello di anticipare una tendenza ma di montare sopra (o scendere) su una tendenza già formata e seguirne gli sviluppi fino a che un’altra tendenza più forte si riveli più interessante o la tendenza in essere perda  forza. Un approccio quello del rispetto delle regole assegnate che usiamo con successo anche in un settore molto difficile come quello dei future dove da oltre 13 anni proponiamo strategie sia speculative che di copertura (molto interessanti per chi vuole cercare di controllare ulteriormente il drawdown e guadagnare anche dalle fasi di forti di ribasso)[1] sul sito www.fibexpert.it e siamo fra i pochi che oltre a pubblicare integralmente il track record sono ancora attivi in questo settore.

Fra i contro vi è naturalmente la possibilità che a determinate condizioni in seguito per esempio a una brusca discesa delle quotazioni il portafoglio si svuoti per effetto dei segnali di vendita scattati e se il mercato riparte si sarà sotto-investiti perchè inevitabilmente occorrerà aspettare dei nuovi segnali di acquisto. E questa operatività può essere frustrante per coloro che non hanno capito l’approccio e non hanno compreso l’importanza della legge dell’orizzonte temporale che vale in tutti i mercati e per qualsiasi strategia. Come abbiamo visto nel capitolo 1 con diversi grafici molto esplicativi questo può accadere e l’effetto “falsi segnali” può trascinarsi anche per qualche quadrimestre. Ma se l’orizzonte temporale che si persegue per i propri investimenti è corretto (argomento di cui abbiamo parlato diffusamente nel capitolo 2 e che vi consigliamo di leggere piuttosto) i Pro di operare con una simile strategia stra-battono i Contro! Meglio sbagliare anche il 50% delle operazioni e sulle restanti 50% ottenere nel tempo un profitto nel tempo del 100% (con una volatilità del proprio portafoglio del 20% ovvero nel caso di 100.000 euro iniziali per esempio questi sono diventati nel momento peggiore 80.000 euro e ora sono 200.000 euro)  che avere ragione il 100% perchè non si è mai venduto in perdita ma nello stesso periodo si è cumulato una perdita del -20% con una volatilità del proprio portafoglio del 50% (i 100.000 euro iniziali sono ora 80.000 euro e sono arrivati al punto minimo a essere 50.000 euro) !

Il mondo cambia incessantemente

Tutte ragioni che dovrebbero far comprendere i vantaggi di una simile strategia in tempi come quelli moderni dove le innovazioni e la tecnologia cambiano costantemente il mondo circostante che è passato da essere “locale e lineare” a “globale ed esponenziale” come mostra questa tabella sulle più importanti innovazioni avvenute negli ultimi millenni. Innovazioni che nei prossimi decenni potranno essere ancora più numerose e di maggiore portata.

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Il mondo cambia. Nulla resta immutato. Capita nella vita di tutti giorni e figuriamoci al mondo degli investimenti dove l’economia si muove con cicli sempre più veloci. Quello che oggi è “in” potrebbe domani diventare “out” e viceversa. Aziende, interi settori commerciali, Stati Sovrani, banche, istituzioni finanziarie…   Pensate per esempio al successo, sul finire degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, dei negozi che noleggiavano videocassette e poi dvd sul modello di successo della catena americana Blockbuster. Probabilmente anche nel vostro comune avrete visto sorgere e fiorire questo tipo di negozi. Da qualche anno il trend si è invertito totalmente e quasi tutti questi tipi di attività hanno chiuso le serrande.   Effetto della concorrenza della televisione a pagamento: prima Sky, poi Mediaset Premium. E poi la mazzata finale con il successo del web. Da Youtube alle piattaforme dove è possibile vedere in streaming on demand qualsiasi film e che consentiranno anche in Italia, come già accade da tempo negli Stati Uniti, di potersi vedere per massimo 8 dollari al mese (circa 6 euro)  tutti i film che si desiderano (e negli Stati Uniti questo servizio ha già conquistato quasi 30 milioni di clienti).

O se vogliamo parlare di società quotate molto conosciute provate a pensare cosa si diceva a fine anni ’90/inizio anni 2000 di aziende come Seat Pagine Gialle o Tiscali e che fine hanno fatto. Rispetto ai prezzi massimi dell’epoca la perdita per, chi si è “innamorato”, supera il 99% per alcuni dei titoli che in quella che veniva definita “new era” o “new economy” dovevano essere “i titoli del futuro”!   Ed è per questo motivo che riteniamo che una vera consulenza finanziaria non possa essere “spot” ovvero episodica e basata sulla costruzione o verifica di un portafoglio o di un’asset allocation (o come qualcuno chiama “pianificazione di lungo periodo”) ma qualcosa che deve essere costantemente monitorato. Soprattutto nell’azionario ma anche nell’obbligazionario perché le condizioni di salute di un emittente possono variare (anche drasticamente) o un titolo non diventare più conveniente da detenere.

Meglio adeguarsi al mercato piuttosto che pensare che il mercato si adegui a quello che abbiamo in portafoglio e per questo operare con una strategia flessibile e codificata come quella che è alla base dei nostri portafogli appare interessante e non a caso in lustri densi di forti cambiamenti come sono stati gli ultimi (dove i rendimenti azionari storici peraltro sono crollati) si è rivelata estremamente performante e protettiva.   E’ un modo quindi di investire un po’ noiosetto per chi vorrebbe sentirsi raccontare le storie sul perché un mercato deve salire ma che può produrre risultati ben superiori e migliori dell’andamento del mercato o di chi adotta strategie basate sulle previsioni, atteggiandosi a guru fondamentale o tecnico.

Il money management questo sconosciuto

Operativamente come funziona questa strategia? Nella sua essenza la forza relativa misura l’andamento di un titolo rispetto all’andamento del mercato o un altro parametro di riferimento. E’ una misura di quanto un’azione (oppure un fondo oppure un Etf sia azionario che obbligazionario) sta performando rispetto al mercato o un settore sta comportandosi rispetto agli altri. In questi casi stiamo parlando proprio di forza relativa e secondo questo approccio si è visto che investire sui titoli al top come comportamento tende statisticamente nel tempo a produrre risultati migliori rispetto a essere investiti su tutto il mercato o sui peggiori. E’ un processo naturalmente dinamico e quindi se per esempio faccio una classifica settimanale non è detto che la situazione rimanga immutata e i titoli al top possono cambiare e quindi si deve variare la composizione del portafoglio stabilendo delle regole precise di money management e magari associando il concetto di forza relativa ad altri indicatori che segnalano l’inversione possibile del trend (il lavoro che svolge da oltre 13 anni il nostro Ufficio Studi in collaborazione con diversi programmatori anche esterni per valutare continuamente e affinare le nostre strategie).

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Legenda: nell’ottobre 2013 è possibile vedere nel portafoglio preso a campione in giallo i titoli che erano in posizione. Qualche mese dopo solo 5 di questi titoli risultavano ancora nelle prime posizioni e quindi il sistema consigliava di detenerli ancora: La Doria, Brembo, Azimut, Reply, Marr. Alcuni dei titoli detenuti a ottobre 2013 (Yoox, Tod’s, Poltrona Frau) sono stati sostituiti da altri titoli ovvero Ima, De Longhi e Cementir. 

Con una strategia di forza relativa si individuano i titoli “veloci” e quelle “lenti” in ciascun portafoglio, ordinandoli in una classifica. Come se si trattasse di una corsa di cavalli la strategia seguita in un approccio basato sulla forza relativa è puntare su quelli “veloci” e non su quelli più “lenti”. Non si acquistano quindi i più “lenti” ovvero quelli in fondo alla classifica sperando che si mettano a correre ma si punta su quelli più in alto come “forza” e “ranking” e sistematicamente questo processo viene continuamente ripetuto giornalmente, settimanalmente o mensilmente secondo il “time frame” adottato.

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Legenda: questa è sempre la tabella a confronto fra ottobre 2013 e marzo 2014 e si può notare come alcuni dei titoli che a ottobre erano in cima alla classifica sono passati in fondo alla classifica come ad esempio Tod’s che nel frattempo ha perso il 31,3%.

Un simile approccio è focalizzato sul medio-lungo termine e ignora completamente il saliscendi giornaliero dei titoli e il “rumore” che proviene dai mercati (i prezzi dicono tutto è bene ricordare e non bastano le quotazioni di un giorno magari a modificare la classifica in modo radicale), cercando di individuare in modo oggettivo le tendenze più forti e cercando così di adattarsi ai su e giù dei mercati.   Chi opera con simili strategie opera quindi sul “momentum” ovvero la tendenza delle recenti variazioni dei prezzi di un investimento o di una classe di attività a persistere per qualche tempo nel futuro.

Le ragioni per cui il “momentum” esiste è collegato evidentemente al comportamento degli investitori (anche istituzionali naturalmente) che tendono, spinti dalle emozioni tipiche che muovono i mercati da sempre come paura ed avidità a reagire o sotto reagire in tempi diversi ai mutamenti del mercato. E per questa ragione gli investitori tendono con un certo ritardo ad assumere atteggiamenti imitativi e ad acquistare titoli che sono saliti di prezzo, e vendere quelli che sono già caduti. E saper profittare di questo cambiamento del momentum con un approccio dinamico e metodico come quello basato sulle strategie di forza relativa può essere qualcosa di molto redditizio nel tempo.   Sull’argomento della forza relativa per chi desidera approfondirne la conoscenza abbiamo scritto un lungo articolo su MoneyReport.it dove spieghiamo perché “O si è flessibili o si muore sbranati dai mercati” (vedi qui ) fornendo altri esempi, grafici e casi per far capire la logica che c’è dietro alle nostre strategie e che vi consigliamo di leggere o rileggere se volete approfondire l’argomento.

E per completezza d’informazione avevamo anche affrontato con casi concreti e test che risultati invece genera un approccio opposto che è invece nelle corde di un maggior numero di risparmiatori, illudendoli che stia facendo un affare. Ovvero quello di acquistare i titoli “peggiori” ovvero i “brocchi” e mantenerli in portafoglio (una tendenza tipica di molti risparmiatori che viene spiegata in finanza comportamentale con l’orgoglio di non voler ammettere una perdita) o addirittura mediarli. Una strategia molto rischiosa perché dati alla mano i titoli “perdenti” nel tempo tendono a perdere sempre più quota e impiombare il portafoglio dei risparmiatori che puntano sui “brocchi” (vedi qui se desideri approfondire l’argomento), collezionando alla fine perdite da cui è sempre più difficile uscirne poi “vivi”.

“Nella speranza che i prezzi si riprendano molti investitori accettano rischi e perdite talvolta senza limiti. La sensazione di perdere su una posizione impedisce di valutare l’impatto complessivo e quello che sarebbe più conveniente fare. Perdere viene associato a dolore. E molti investitori non comprendono che talvolta è meglio perdere poco rispetto a molto. E che per evitare un dolore spesso il rischio che si corre è quello di affrontare poi un dolore solo più grande. E un altro tipico errore associato è la sopravvalutazione che molti investitori danno di se stessi. Quelli che dicono ‘aspettiamo perché così vediamo come va il mercato… Senza rendersi conto che l’attenzione che mette un normale investitore a seguire il mercato è la stessa che hanno tutti gli altri investitori..”. Parole che sottoscrivo una per una di Robert Shiller, economista americano, professore all’Università di Yale, considerato uno dei padri della finanza comportamentale e studioso della volatilità dei mercati finanziari che ha ricevuto il 14 Ottobre 2013 dall’Accademia reale svedese delle scienze  insieme a Eugene Fama e Lars Peter Hansen,  il Premio Nobel per l’Economia, «per le loro analisi empiriche sui prezzi delle attività finanziarie”.

E che qualche anno fa avevo avuto l’onore di intervistare a tu per tu (vedi qui l’articolo) durante la presentazione di un suo libro a Milano grazie a un’amica lodigiana.

Fine Quarto Capitolo (continua)

 

[Nota 1] Nel test effettuato da James P. O’ Shaughnessy il criterio di forza relativa adottato è molto semplificato provvedendo mensilmente a ordinare per l’andamento a 6 mesi come performance tutti i titoli del campione per detenere in posizione solo il primo decile. Ogni mese viene effettuato nuovamente questo ranking variando le posizioni detenute e nel tempo questo banale metodo riesce a generare rispetto a un approccio passivo un extra rendimento significativo di quasi 4 punti percentuali l’anno.

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