Perché se investi guardando l’orologio o il calendario sei matematicamente destinato a perdere (Ebook Capitolo 2 "Guadagnare in Borsa è questione di forza).

Leggi qui la presentazione dell’ebook “Guadagnare in Borsa è una questione di forza (se sai come usarla)!” se te la sei persa: ti consigliamo di leggerla!

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CAPITOLO due

 Perché se investi guardando l’orologio o il calendario sei matematicamente destinato a perdere

 

 

“…Niente dura niente, niente dura e questo lo sai
Però non ti ci abitui mai…”
Vasco Rossi (Dannate Nuvole)

orizzonte-temporale

Quando si inizia a investire non si sa (e nemmeno noi) cosa c’è dietro l’angolo: se 7 mesi o 7 anni di vacche grasse o vacche magre come si scrive nella Genesi. E non dipende certo da noi l’andamento delle Borse e delle economie e dei mercati. Certo se sapessimo in anticipo quello che accadrà potremmo consigliare solo i titoli che salgono, astenerci totalmente dal consigliare di acquistare prima di una fase discendente e non chiudere in perdita alcuna operazione.

Ma purtroppo non siamo noi (e non ci risulta seriamente che lo sia alcuno) in possesso di queste doti divinatorie. Per questo non facciamo volutamente previsioni sui mercati (e abbiamo scritto molto materiale sulla fallacia delle previsioni che vi invitiamo a richiederci se ancora siete dei tipi che credete ai report delle banche d’affari e agli studi macro-economici) e cerchiamo solo di applicare con metodo e disciplina delle strategie che nel corso di questi anni hanno dimostrato di funzionare egregiamente (salvo non avere orizzonti temporali come quelli della vita media di un topo), producendo dei risultati che percentualmente con continuità pochissimi gestori e money manager hanno ottenuto nel tempo come dimostra l’andamento dei nostri portafogli.

In questo capitolo parliamo perciò di tempo e volatilità (ovvero rischio) perché dopo oltre 25 anni di attività come consulente e giornalista finanziario credo che questo rappresenti uno degli argomenti ancora più scottanti con cui occorra confrontarsi seriamente con la propria clientela.

E se un risparmiatore o investitore non comprende il concetto di rendimenti e volatilità e li “interiorizza” per bene è come costruire tutto il rapporto sulla sabbia perché al primo venticello un po’ forte tutto il rapporto di fiducia si sbriciolerà.

E se avete letto finora queste pagine e leggerete quelle future il “tempo” non è certo per noi un alibi per giustificare qualsiasi cosa, vendendo l’illusione che nel “lungo periodo” tutto si aggiusterà perché questa può essere anche una pietosa bugia se la strategia di investimento che si segue è basata solo sul tempo dove basta solo aspettare poco o tanto per diventare ricchi (“Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni” ammonisce il Grillo Parlante a Pinocchio).

L’orizzonte temporale d’investimento dovrebbe essere invece uno dei concetti primari con cui chi si avvicina a qualsiasi tipo d’investimento dovrebbe confrontarsi seriamente ovvero il rapporto tra rendimento e volatilità, perché fa parte delle “regole del gioco” ed è la numero uno da conoscere.

Che significa? Che più è breve il periodo d’investimento maggiore è il rischio di perdere soldi con qualsiasi tipo di asset o strategia!

Per questo motivo è assolutamente sconsigliato investire sull’azionario la parte della ricchezza che può servire nel breve termine: il rischio di dover liquidare posizioni in forte perdita è troppo grosso!

Perché la volatilità non è qualcosa di teorico ma è ciò che può mettere a serio rischio le vostre coronarie se siete una persona che controlla frequentemente la propria posizione e siete fra coloro che una discesa della propria posizione rispetto a quella più alta che avevate memorizzato come “già in tasca” è qualcosa che vi deprime profondamente e vi toglie quasi il sonno.
Stop.

Riavvolgiamo il nastro e proviamo a vedere perché c’è qualcosa in questo modo di affrontare l’investimento finanziario di malato che potrebbe danneggiare sia il vostro equilibrio psichico sia patrimoniale.

Se parliamo di azioni tutti gli investitori dovrebbero sapere che la probabilità su un orizzonte di 5 anni di vedere sul proprio capitale materializzarsi a un certo punto una perdita anche del 25-35% è altissima. Ed è la ragione per cui si consiglia di non investire con orizzonti brevi e di non investire tutto in azioni se non si ha un profilo di rischio adeguato (che vuole dire la capacità di sopportare senza quasi colpo ferire fasi avverse).

 

Il rischio va quindi conosciuto e per tale si definisce nei mercati finanziari la possibilità che il rendimento di un investimento sia differente dai rendimenti attesi.

Non conoscere il rischio significa inevitabilmente essere o diventare un investitore o risparmiatore “pauroso” quando i mercati andranno nella direzione opposta a quella sperata. E un investitore pauroso è un investitore terribile. E farà inevitabilmente nel 90% dei casi una brutta fine. Mangiato dal mercato o da qualcuno che approfitterà furbescamente di questo suo stato di terrore.

E’ molto importante perciò conoscere se stessi e i mercati e l’aumento delle conoscenze finanziarie dovrebbe portare a un’impostazione estremamente disciplinata delle scelte di portafoglio: la migliore anticamera nel tempo in un orizzonte di medio-lungo periodo per ottenere performance positive e superiori a quelle di mercato.

Quando s’investe in titoli azionari (o obbligazionari quando non s’investe in titoli “privi di rischio” se oggi ancora possiamo dire che esistono simili asset…) vuol dire quindi che non esistono certezze assolute sul valore futuro e sul rendimento che si otterrà dall’investimento e che è molto ragionevole aspettarsi che il rendimento reale si discosti (minore è l’orizzonte temporale) da quello atteso per effetto della volatilità delle quotazioni.
Se guardiamo all’andamento passato dei mercati dobbiamo tenere conto di tutto questo e più è corto il nostro orizzonte temporale maggiori sono le probabilità di uscire perdenti dall’investimento è la lezione implacabile che dobbiamo conoscere.

Come misurare il rischio insito nell’investimento finanziario? Nella pratica si utilizzano semplici misure statistiche e fra queste la volatilità o il drawdown.

La volatilità viene definita come la variabilità del tasso di rendimento di un titolo su un determinato arco temporale.

Per esempio se consideriamo un titolo caratterizzato da un rendimento medio annuo del 10% e da una volatilità annua del 22%: investendo in quel titolo, il rendimento ottenuto su base annua molto probabilmente è compreso tra un minimo (scenario peggiore) del -12% (10-22%) e un massimo del +32% (10+22%) nello scenario migliore.

Il drawdown invece misura in termini percentuali la massima quantità di denaro che si è persa durante un investimento dal punto di massimo precedente ed è un indicatore quindi più “orrendo” di quello della volatilità (vedi nota 1) perché parla (sempre naturalmente per il passato) del peggior scenario di un ipotetico investitore “sfigato” che fosse entrato prima di un crollo quanta perdita massima avrebbe dovuto sopportare. Ed è un indicatore che come SoldiExpert SCF spesso citiamo e da anni pubblichiamo su tutti i nostri portafogli perché è molto più pessimistico della volatilità e ci piacerebbe che chi investe si confronti con lo scenario peggiore di oscillazione che potrebbe subire durante il suo investimento.

GRAFICO 1

grafico1

Si guardi il grafico1 sopra che misura a un anno per varie asset class cosa dice la macchina del tempo dei rendimenti (periodo 1950-2013). Se s’investe in azioni (a larga capitalizzazione) con un orizzonte temporale di 12 mesi, l’anno migliore ha significato un rendimento del +61% ma l’anno peggiore una perdita equivalente. Anche nell’investimento obbligazionario a un anno è possibile perdere (e non proprio di pochi punti percentuali).
Migliorano le cose a 5 e 10 anni dove comunque la possibilità di ottenere nell’arco di questo periodo di detenzione dei rendimenti negativi esistono: solo con un orizzonte temporale ventennale l’esame dei rendimenti passati ci indica che la probabilità di avere un risultato di portafoglio negativo (soprattutto sull’azionario) si azzera quasi del tutto.

Qui stiamo parlando in questi esempi di un approccio passivo e con un approccio attivo è possibile come abbiamo visto con le strategie da noi seguite magari migliorare anche in modo significativo questi “holding period” (periodi di detenzione) come abbiamo scritto qui in questo articolo dedicato proprio all’argomento che consigliamo di leggere perché contiene molte riflessioni e studi utili sull’argomento.

Nei nostri portafogli standard di SoldiExpert SCF  pubblichiamo da qualche mese anche l’orizzonte temporale minimo consigliato (vedi sotto tabella) per ciascun portafoglio perché chi sottoscrive un portafoglio se vuole giudicarne la strategia secondo l’esperienza passata e il tipo di asset contenuto in quel portafoglio dovrebbe replicare tutte le indicazioni di quel portafoglio per almeno un periodo minimo se vuole avere un’alta probabilità di centrare l’obiettivo di un rendimento positivo. Se dopo qualche quadrimestre o per un periodo inferiore a quelli indicati sospende il portafoglio e non ne segue più le strategie la nostra esperienza ci dice che vi è un’alta probabilità che ottenga risultati deludenti.

GRAFICO 2

orizzontetemporaleportafogli

 

Investitore avvisato, mezzo salvato.

Nessuna strategia attiva o flessibile può, infatti, eliminare le fasi avverse!

“La legge fondamentale dell’investimento è l’incertezza del futuro” ha scritto una volta Peter Bernstein, autore del libro “Against the Gods: The Remarkable Story of Risk” (Wiley Editore) e profondo conoscitore della volatilità dei mercati.

Si può cercarne di ridurne magari la portata e gli effetti nel tempo ma se pensate che investire sia una tranquilla passeggiata dove non si affronteranno fasi avverse e operazioni in perdita (e come vedete sempre con segni negativi anche importanti) allora siete fuori strada voi e nessun sistema, strategia o portafoglio potrà mai soddisfarvi pienamente.

Qualsiasi analisi ex post dell’andamento dei mercati azionari vi mostrerà questa spietata legge dei mercati finanziari e se prendiamo il mercato azionario americano dagli anni ’70 a oggi che è quello di cui abbiamo più dati ed è considerato il faro del settore, ci renderemo conto come a 1 anno i rendimenti possono oscillare fra -52% e +68% nei casi peggiori mentre a 10 anni fra -5% e +28% con una distribuzione a campana in un orizzonte temporale a 10 anni concentrata soprattutto fra il +5% annuo e il +21% annuo. Se l’orizzonte temporale è di almeno 10 anni la “macchina del tempo” ci dice che nel passato nell’80% dei casi il rendimento medio annuo supera il 5% , nel 50% dei casi il rendimento è superiore all’8,5% e solo nel 10% dei casi si sono persi soldi (cioè il rendimento risulta inferiore a 0%) con una strategia passiva.

E nel caso delle nostre strategie il risultato nel tempo si è rivelato finora superiore a un investimento solo passivo, naturalmente.

 

Quanto sei disposto a perdere?

“Quanto sono disposto a perdere?”. Una buona asset allocation strategica dovrebbe sempre partire da questa domanda e prima di scegliere quanta parte del portafoglio dedicare ad azioni, bond, commodity e liquidità occorrerebbe capire quanto rischio ci si vuole assumere e si dovrà sopportare.

Rendendosi conto che questo rischio non è affatto teorico ma quasi sicuramente nella propria carriera da investitori occorrerà misurarsi con fasi avverse e posizioni in perdita anche elevate.

Ergo consigliamo sempre ai nostri clienti che i soldi che ci possono servire per necessità di tesoreria quotidiana o fra qualche mese o anno (magari perché vogliamo acquistare la prima casa) non vanno certo investiti sull’azionario perché se ne potrebbero ritirare anche molto meno.

Se si ha un orizzonte temporale adeguato d’investimento per sé (o per i propri eredi) è corretto e pure consigliato investire sull’azionario se si opera con strategia e metodo come consigliamo. E naturalmente si può prevedere per dare un po’ di più stabilità ovvero minore volatilità al portafoglio e diversificazione una parte di investimento nell’obbligazionario (tramite titoli o fondi o Etf obbligazionari) seguendo il nostro approccio consigliato che ha dimostrato di prestarsi molto bene anche al cosiddetto reddito fisso (che tanto fisso non è).

La differenza fra teoria e pratica…

Purtroppo molti risparmiatori il rischio delle fasi avverse non lo conoscono o se le conoscono al momento della bisogna se le dimenticano completamente. Perché una cosa è forse conoscere le cose in teoria, un’altra (e completamente diversa) è come comportarsi personalmente di fronte alla prova del “tempo” con i proprio soldi e soprattutto le proprie emozioni e paure che costituiscono spesso (e lo vedremo bene nel capitolo dedicato) una trappola per molti investitori e risparmiatori pur dotati delle migliori intenzioni.

Da qualsiasi parte si guardi seriamente la faccenda si scoprirà così che per diventare un trader di successo o un investitore che guadagna dalle oscillazioni dei mercati non occorre avere solo conoscenza, abilità o disporre di soli doti tecniche. Tutte queste cose sono importanti ma non determinanti se non si ha un’adeguata preparazione mentale e psicologica e non si gestire lo stress che i mercati sono in grado di provocare quando si guadagna che quando si perde. E quanto sia difficile operare sui mercati lo si capisce con i soldi reali!

Può essere certo interessante studiare sulla carta il comportamento delle proprie strategie e molte piattaforme online mettono a disposizioni sistemi di Borsa virtuale dove puoi comprare e vendere azioni, futures o valute simulando in tempo reale quello che potrebbe accadere nella realtà come profitti e perdite.

Bello e utile. Ma purtroppo non decisivo perché vi è la stessa differenza che corre fra sparare con un fucile in un luna park a un bersaglio o trovarsi a combattere realmente nel mezzo di un vero combattimento di guerra. Magari siete dei tiratori perfetti al poligono e al luna park ma in una situazione dove scorre vera adrenalina e vero sangue potreste darvela subito a gambe levate.

E su questo argomento e della differenza fra teoria e pratica e di come il “paper trading” sia fantastico ma non qualcosa che realmente ci può far capire come si comporterà un sistema e soprattutto chi lo deve replicare belle parole sono state scritte nell’ultimo secolo sull’argomento da trader come Jesse Livermore oppure da Jake Bernstein.

Il rischio questo sconosciuto

La parola stessa “capitale di rischio” dovrebbe far comprendere come il rischio faccia parte del “gioco” e non si può investire in nessun mercato (e questo vale anche in mercati apparentemente sicuri o definiti apparentemente “privi di rischio”) prescindendo dall’esistenza che questo possa realizzarsi durante il cammino.

Sarà antipatico e odioso vedere le quotazioni scendere o precipitare magari dopo pochi mesi o settimane che si è iniziato a investire in un mercato o in un portafoglio. Ed è particolarmente fastidioso vedere magari una posizione in utile passare in perdita e veder vanificato in poche settimane un guadagno accumulato in mesi (un detto di Borsa dice infatti, a ragion veduta “che si sale con le scale e si scende con l’ascensore”) ma è bene non farsi illusioni su questo punto e ritenere che esista una qualsiasi strategia (comprese le nostre) che possa proteggere dalle fasi avverse.

Nel nostro caso cerchiamo di far comprendere questo concetto mettendone in guardia gli investitori pubblicando non solo i rendimenti passati positivi ma anche quelli negativi e il drawdown per ogni portafoglio che dovrebbero servire a ciascun risparmiatore a capire qual è lo scenario che dovrebbe considerare come non improbabile quando investe!

Nel caso della consulenza personalizzata di SoldiExpert SCF in base al questionario che viene fatto compilare a ciascun risparmiatore come la normativa Mifid prescrive chiediamo espressamente in maniera diretta e indiretta qual è la massima perdita tollerabile e in base a questa viene costruita l’asset allocation consigliata. E viene consigliata una diversificazione spesso migliore come rischio/rendimento e capacità di seguire nel tempo le indicazioni di quella che si prescrive autonomamente il risparmiatore che sceglie la consulenza fai-da-te e che guarda spesso troppo alle performance passate ed è molto influenzato dall’home bias (vedi qui se  desideri approfondire la conoscenza di questo fenomeno e cos’è) ovvero la tendenza a sovrainvestire sui titoli del proprio Paese, ovvero l’Italia.

« Se qualcosa può andar male, lo farà» recita la prima legge di Murphy (una raccolta di frasi spesso paradossali e ironiche) e a questa legge farebbe sempre bene ad attenersi un investitore perché come diceva un filosofo come Arthur Schopenhauer “Chi vede tutto nero e teme sempre il peggio e prende le sue misure in questo senso, non si sarà sbagliato tanto spesso quanto colui che dà alle cose un colore e una previsione serena.”

Ricapitolando quindi ogni titolo o asset è contraddistinto da un diverso livello di volatilità, che può a sua volta variare (e anche di molto) nel tempo e quello sotto nella tabella indica per una serie di mercati il rapporto fra rendimento e volatilità (che peraltro può variare e di molto nel tempo).

GRAFICO 3

volatilità

Come leggere questa tabella? Un rendimento atteso del 7% annuo come quello delle azioni emergenti può significare con una volatilità di circa il 21%, un guadagno a un 1 anno del +28% ma anche una perdita del -14% (7-21). Un rendimento dell’1,3% sui titoli di Stato europei può corrispondere in base alla volatilità di questa asset class (4,5%) a un guadagno a un anno del 5,8% ma anche a una perdita del -3,2% nello scenario passato peggiore.

Il premio per gli investitori azionari c’è ma bisogna meritarselo

Negli ultimi decenni si sono moltiplicati gli studi sull’andamento dei mercati finanziari nel tempo e quelli più noti giungono tutti alla conclusione che su orizzonti temporali di medio-lungo periodo (dai 15 ai 30 anni) l’investimento azionario è quello che può regalare i migliori rendimenti ma a patto di sopportare una volatilità elevata.
Come salire su un cavallo che scalcia in rodeo: il premio può essere molto elevato se riuscite a restare in sella ma dovete essere pronti a essere sbalzati in aria perché sicuramente prima o poi accadrà e se siete preparati a questo evento nulla di grave vi succederà.

“I mercati si muovono per frustrare la maggior parte delle persone” recita, infatti, un adagio di Wall Street e vi è un solido fondamento in questa strada e spiega quello che gli addetti ai lavori chiamano l’ enigma del premio azionario (equity premium puzzle) ovvero la ragione per cui i rendimenti osservati sui mercati azionari nell’ultimo secolo sono stati superiori a quelli dei titoli di stato e obbligazionari; in particolare, il premio per il rischio medio (il differenziale di rendimento rispetto a un investimento privo di rischio obbligazionario) per i titoli azionari nell’ultimo secolo è stato pari a circa il 5-6%, laddove il rendimento medio dei titoli di stato a scadenza breve (considerato una buona approssimazione del rendimento privo di rischio) è stato intorno all’1-2% (un fenomeno per la prima volta osservato in uno storico lavoro di Mehra e Prescott del 1985 e poi ripreso negli studi di Jeremy Siegel ).

Secondo Shlomo Benartzi e Richard Thaler in uno studio del 1995 la soluzione al problema del premio al rischio azionario si fonda su 2 pilastri:

1) L’avversione alle perdite che spinge molti risparmiatori a mollare il colpo perché nella nostra testa ci rammarichiamo delle perdite in una misura 2-2,5 volte maggiore dell’attrazione che esercita su di noi un guadagno di analoghe dimensioni. E non rispettiamo la “legge” dell’orizzonte temporale

2) La miopia ovvero quante più volte frequentemente valutiamo il nostro portafoglio , più è probabile che rileviamo delle perdite e quindi soffriamo a causa dell’avversione alle perdite. Viceversa, quanto meno frequentemente gli investitori valutano i loro portafogli, tanto più è probabile che rilevino dei guadagni

L’equity premium (ovvero il sovra-rendimento dell’azionario rispetto all’obbligazionario) non è sempre stato naturalmente del 5-6% ed è oscillato (e non di poco) in questi decenni (fra il 5 e il 20%) come è possibile visualizzare in questo interessante grafico che mostra a posteriori il sovra-rendimento dell’azionario sull’obbligazionario su un orizzonte temporale di 10 anni nel periodo1935-2008.

GRAFICO 4

grafico4

Un grafico (il 4 ed elaborato da James O’Shaughnessy) sicuramente molto interessante (e poco conosciuto) che conferma l’appeal storico dell’azionario rispetto all’obbligazionario in termini di rendimenti (e che può anche essere letto come indicatore di appetibilità o meno dell’azionario rispetto all’obbligazionario in base all’ampiezza della forbice) a patto di saper resistere alle oscillazioni dei mercati azionari e alle fasi avverse, gettando il cuore oltre l’ostacolo.

Per orizzonti temporali brevi la volatilità (quindi la rischiosità) è rilevante quando si investe in azioni e quindi qualsiasi strategia d’investimento si adotti potrebbe essere molto elevata la probabilità di trovarsi in perdita anche significativa su orizzonti temporali di pochi quadrimestri o anni.

Per non trovarsi in questa condizione 3 sono le strade: investire per la quota di volatilità che si può sopportare o non investire affatto se un segno rosso sulla vostra posizione vi imbufalisce più di un toro. Oppure diventare un investitore adulto e trovare il modo di convivere con i saliscendi dei mercati (e della vostra posizione) adottando magari qualche trucchetto come quello che qui ho consigliato (e suggerisco caldamente di leggere)  che è quello che adotto personalmente da anni con grande soddisfazione e che rispetta in pieno i suggerimenti degli studiosi Shlomo Benartzi e Richard Thaler per affrontare più serenamente l’investimento azionario e raccoglierne i frutti migliori nel tempo. Se uno investe con orizzonte temporale di qualche lustro non ha senso, infatti, ha guardare la posizione ogni giorno, ed esaltarsi o deprimersi è un totale assurdo infatti che può solo portare a fare danni al proprio patrimonio e al proprio ego.

Mi ha spiegato giustamente Jacob Burak, finanziere e gestore israeliano che ho intervistato qualche tempo fa (vedi qui), autore del saggio ” “Ma gli scimpanzé sognano la pensione?”  che meno si controlla la propria posizione meglio anche se c’è chi “ chi controlla il proprio portafoglio tutte le ore, tutti i giorni. Il che determina una reazione sbagliata. Perché quando consideriamo un fenomeno con una frequenza troppo elevata in realtà non stiamo analizzando il fenomeno, ma le sue variazioni. E dal punto di vista emozionale non abbiamo gli strumenti per comprendere la differenza tra le ‘bufale’ e le informazioni rilevanti.  Chi è in grado di gestirsi, potrebbe occuparsi di Borsa anche una sola volta al mese o meglio ancora una volta l’anno. Al contrario si corre il rischio di esporre il cervello a pressioni croniche e sentimenti negativi che determinano danni irreversibili al proprio patrimonio».

“Le fasi di calo della Borsa fanno parte dell’ordine naturale delle cose quanto una tormenta in Colorado nel mese di gennaio. Se siete preparati non possono farvi male” ha scritto Peter Lynch (vedi nota 2), uno dei più grandi gestori di fondi di tutti i tempi.

Lo stesso celebrato Warren Buffett, considerato il re del value investing e dell’analisi fondamentale sottolinea l’importanza dell’orizzonte temporale lungo per avere successo sui mercati finanziari. “Il nostro orizzonte temporale preferito è per sempre” è una delle sue frasi preferite.

E le ragioni per cui assegna un così alto valore al tempo sono le stesse per cui concordano anche gli strategist dell’analisi quantitativa.

I mercati finanziari non sono razionali e per “battere il banco” anche con una buona strategia (che può essere di tipo fondamentale o quantitativa) che faccia emergerne il valore occorre operare su tempi non ravvicinati.

E secondo Roger Ibbotson, professore di finanza all’università di Yale, gestore e “guru” dell’investimento a lungo grazie ai suoi studi sui rendimenti storici di lungo periodo e a una clamorosa previsione azzeccata (vedi qui se desideri approfondire) dice che è insolito quello che è accaduto nell’ultimo decennio (non accadeva dagli anni ’30) sulle azioni ma tutto questo non inficia la sua teoria sulla supremazia delle azioni sulle obbligazioni, anzi, tutt’altro.

“La gente deve avere paura di correre il rischio di investire in azioni; solo così si potranno ottenere rendimenti superiori in futuro” sostiene e non senza ragione.

Su una cosa soprattutto Ibbotson punta l’attenzione: nel lungo periodo dalle obbligazioni è meglio stare alla larga.

Se in un orizzonte temporale limitato in cui investite dopo una fase avversa dei mercati la vostra reazione è liquidare di “pancia” tutte le posizioni (e senza una strategia sottostante che giustifichi questa scelta, risultati alla mano) e pensate che quello che è successo è segno di incapacità o colpa di qualcuno è probabile che perderete sempre sui mercati finanziari con qualsiasi metodo. Anche se magari non ve ne renderete conto e qualcuno vi rifilerà un “prodottino” all’uopo confezionato per sfruttare questo tipo di intolleranza/ignoranza che ha fatto la fortuna in questi anni di molte reti di vendita abilissime a piazzare prodotti finanziari spesso inefficienti (prodotti a capitale garantito, con cedola, senza valutazione del nav effettivo come alcuni tipi di polizze)..

Le azioni nel tempo battono le obbligazioni. E di molto. Ma occorre avere molto sangue freddo e metodo…

Un antico detto orientale suggerisce che “se ricerchi serenità resta pure sulla spiaggia ma se ricerchi un tesoro devi correre il rischio di tuffarti in fondo all’oceano”.
Personalmente non sono un tipo spericolato (al contrario) né in Borsa né in mare ma se spostiamo questa metafora ai mari della finanza vediamo che se si paragonano i ritorni reali (cioè quelli al netto dell’inflazione) dal 1900 al 2003 le azioni battono i bond.

Nel tempo se si esaminano le serie storiche più lunghe si scoprirà che i titoli veramente rischiosi sul fronte della protezione del capitale sono state le obbligazioni e non le azioni (e c’è una logica visto che gli azionisti rischiano di più dei detentori del debito e hanno “diritto” a un rendimento maggiore).

In Italia nel lungo periodo le azioni hanno offerto un rendimento annuo reale (sopra l’inflazione) nettamente inferiore a quello delle azioni Usa ma comunque positivo (+2,2%) contro il -1,9% dei titoli di Stato ed il -3,9% degli impieghi a brevissimo termine.

Questo significa che parcheggiare i soldi e puntare solo sul breve nel tempo può distruggere capitale.

Secondo alcune analisi delle serie storiche la superiorità delle azioni sulle obbligazioni è stata schiacciante in tutti i principali mercati finanziari nel corso del ‘900 ed in ben 4 mercati (Germania, Giappone, Italia e Francia) il rendimento medio reale (al netto dell’inflazione) dei titoli ritenuti più sicuri e tranquilli (ovvero le obbligazioni), è stato addirittura negativo.

In Italia, per esempio, tra il 1900 ed il 2000 il guadagno reale annualizzato delle azioni è stato del 2,7% (il più basso fra tutti i mercati analizzati) mentre le obbligazioni, compresi gli anni in cui i BTP pagavano cedole a 2 cifre, hanno reso in media il -2,3% come dire che l’investitore ha perso in termini reali una parte del capitale investito.

Se si guardano addirittura dei grafici di lunghissimo periodo si scopre che l’oro come “bene rifugio” non sempre lo è stato e addirittura se si volge lo sguardo di 2 secoli indietro dal 1802 al 1997 secondo i calcoli di Jeremy Siegel 1000 dollari iniziali si sarebbero rivalutati in questo modo secondo le differenti asset class:

Inflazione                                                                                       13.370 dollari
Oro                                                                                                      11.170 dollari
Titoli governativi obbligazionari                   10.744.000 dollari
Azioni                                                                       7.470.000.000 dollari

Chi avesse investito nell’oro in pratica non si sarebbe nemmeno protetto dall’erosione del potere d’acquisto e secondo i calcoli ex post di questo studioso in ogni orizzonte temporale di almeno 30 anni (eccetto il periodo che va dal 1831 al 1861) le azioni hanno performato meglio delle obbligazioni in questi 2 secoli.

Naturalmente (e torniamo sempre lì) il rischio che devono sopportare i detentori di capitale di rischio rispetto ai tranquilli possessori di titoli di stato e obbligazioni è stato superiore (ma non drammaticamente superiore) se si esaminano le serie storiche di lungo periodo.

Se gli andamenti dei mercati azionari si osservano con distacco e nel tempo le crisi, anche relativamente pesanti e durature, possono essere poco influenti soprattutto se si è investiti in modo corretto e possibilmente con una strategia sensata e la giusta diversificazione.

Nel breve periodo (da pochi mesi a qualche anno) l’investimento azionario anche con una buona strategia sottostante può rivelarsi molto negativo e non considerare questa cosa può costare molto caro. E va ricordato per completezza d’informazione che può anche verificarsi che per diversi lustri gli indici non si muovano da nessuna parte come è accaduto per ben 16 anni dal 1965 al Dow Jones Industrial Average, l’indice più importante del mercato azionario americano e mondiale (vedi Nota 3) .

Ma i mercati sono diventati più volatili? No.

Purtroppo viviamo in tempi strani e uno degli effetti della crisi delle Borse che abbiamo visto nel 2000 e poi nel 2007 (e in Italia anche nel 2010) è stato quello (a fronte di mercati in rottura con quotazioni in forte discesa) da parte di numerosi risparmiatori di accorciare il loro orizzonte temporale, puntando sempre più sul breve termine.

Talvolta mi capita di sentire un risparmiatore che mi dice che “magari sottoscrivo un nostro portafoglio e dopo 6 mesi o 12 mesi in base a come è andato come risultati valuterà se fare altro”. E’ certo comprensibile questo approccio dal punto di visto psicologico ma evidentemente dal punto di vista razionale ha alcuni limiti. Proprio in base a quello che abbiamo visto sopra ha, infatti, ha poco senso sia in relazione alla volatilità dei mercati (che non dipendono dai noi) che alla logica delle nostre strategie come abbiamo visto con diversi esempi e grafici nel capitolo 1 pensare che nel “breve periodo” riusciremo a estrarre dei guadagni assoluti o relativi sempre positivi.

Riguardo al cercare di ottenere risultati positivi, accorciando l’orizzonte temporale degli investimenti (come sperano alcuni risparmiatori) questa cosa non ha molto senso: più si accorcia l’orizzonte temporale maggiori (come abbiamo visto e mostrano tutte le ricerche oltre che il buon senso) sono le possibilità nell’azionario di incorrere in forti perdite e ai mercati purtroppo non interessano affatto quelli che sono i nostri desiderata.
Lui, Mister Market, se ne frega dei nostri desideri.

Una recente ricerca effettata dal gruppo Vanguard, la più grande società di fondi del mondo, la schizofrenia di un largo numero di risparmiatori.

E’ stato analizzato il comportamento di oltre 40 milioni di transazioni per evidenziare come la maggior parte dei risparmiatori dopo aver detenuto un fondo per un periodo medio di 3 anni, cambia per passare a un altro prodotto in cerca di qualcosa che ritiene migliore come rischio/rendimenti. La beffa è che questo comportamento genera una perdita di opportunità visto che quasi sempre quello che si lascia è meglio di quello che già si deteneva. Con una perdita di rendimento notevole che nel tempo può assommare al 3% anno nell’azionario per questa incapacità di mantenere la stessa strategia e portafoglio.

Una conferma (e l’ennesima) che il peggior nemico del risparmiatore è spesso se stesso e nell’investimento la ricerca del “meglio” è nemico del bene.

Va peraltro detto che la volatilità dei mercati se la si esamina dal punto di vista storico dagli anni ’20 a oggi non è che si sia incrementata particolarmente negli ultimi anni. A ben vedere è anzi diminuita rispetto al top raggiunto dopo il crollo di Wall Street del 1929. E per chi ha visto in azione il crollo di Wall Street del 1987 persino il ricordo del 2008 dopo il default della Lehman Brothers non è paragonabile come volatilità raggiunta. Quello che è cambiato forse è soprattutto la nostra percezione della realtà come ho provato a spiegare in questo articolo (vedi qui) per effetto dell’overload (sovraccarico) dell’informazione complice per noi italiani un pessimismo sempre più cosmico che per quanto può avere qualche fondatezza sul terreno delle prospettive dell’Italia, può essere controproducente se diventa il criterio base di selezione.

Ugualmente è molto pericoloso e avventato muoversi a braccio come abbiamo visto come quei risparmiatori che a fronte di una discesa delle quotazioni o dei mercati liquidano le posizioni rinviando il momento del riacquisto alla presuntuosa considerazione che rientreranno “quando le cose torneranno più serene e finirà il ribasso” aspettando il mitico “momento giusto”.

Per esperienza questo tipo di risparmiatori nonostante le loro certo condivisibili speranze tendono invece inevitabilmente a entrare e uscire al momento sbagliato. Che può anche accadere anche all’interno di qualsiasi strategia ma se accade sistematicamente nel tempo dovrebbe far suonare qualche campanello d’allarme.

A proposito ricordo spesso nelle conferenze che nel 2008 a fronte di nostri portafogli in forte liquidità in seguito ai consigli (molto azzeccati a vedere quello che accadde e la volatilità che mostrarono i nostri portafogli rispetto ai benchmark) di liquidare le posizioni invece che essere premiati l’anno successivo con una pioggia rinnovi ricevemmo una pioggia inusuale di disdette: “perché rinnovare i servizi se ora ci consigliate di stare in liquidità” la considerazione nella testa di diversi risparmiatori “disforici”.

Paradossalmente se li avessimo tenuti investiti e “a bagno” avremmo avuto un maggior grado di fidelizzazione e questo spiega bene perché molti promotori e consulenti consigliano ai loro clienti di non vendere mai perché sanno benissimo che in questo modo si legano di più il cliente che si “affeziona” alle perdite, tema che ho molto trattato nel libro “Bella la Borsa peccato quando scende” (e che potete richiedere per email gratuitamente in pdf o qui se siete abbonati a uno dei nostri servizi di consulenza o a MoneyReport.it)

Quando i mercati sono ripartiti inutile dire che molti di quei risparmiatori si sono persi una bella fetta del rialzo (anche del 40-50% assoluto) perché intanto avevano impiegato la liquidità in conti vincolati con rendimenti al 3% su base annua (e non potendo certo così recuperare le eventuali perdite subite con un piatto di lenticchie!).

Tutto questo per aspettare il “momento giusto” e non pagare la fee della nostra consulenza che in questi anni invece, chi ha seguito disciplinatamente e per l’orizzonte temporale corretto, si è ripagato …alla grande con anni certo magari in rosso ma in quelli in nero potendo recuperare tutte le fee e tutte le perdite delle fasi avverse moltiplicate anche per 10!

Capita anche questo e per questo non ci stanchiamo mai di sottolineare l’importanza di investire con metodo e un orizzonte temporale adeguato (che non è di qualche mese o pochi anni) perché i mercati finanziari sanno essere spietati con i risparmiatori “miopi” come sono definiti dagli stessi studiosi della finanza comportamentale.

E se il futuro fosse diverso dal passato in termini di rendimenti?

Sulla supremazia come rendimenti delle azioni nel lungo periodo (ovvero l’equity premium) rispetto alle obbligazioni c’è un obiezione che ho letto in alcuni studi e che mi sembra fra le più interessanti e meritevoli di approfondimento. Ed è quella che in queste serie storiche si prende a modello soprattutto il rendimento azionario negli ultimi secoli di quello che è stato il mercato n. 1 al mondo ovvero gli Stati Uniti (vedi nota 4) .

Se si esaminano altri mercati azionari nel mondo non sempre ci troviamo di fronte a simili “premi” per l’azionario proprio perché gli Stati Uniti sono stati nell’arco di questi ultimi 2 secoli la nazione al mondo con il più alto tasso di crescita di tutti i fattori economici. Se si facesse, infatti, un’analisi ex post di un investitore che avesse investito un secolo fa in azioni di quella parte della Germania che poi sarebbe diventata la Germania dell’Est il bilancio nel lungo periodo sarebbe stato completamente differente e completamente negativo se si pensa a quello che è accaduto dopo la II guerra mondiale a quei territori.

“Le azioni americane sono il Michael Jordan dell’universo degli investimenti” ha scritto il professore Terry Burnham (vedi Nota 5)  aggiungendo che “nessuna persona sana di mente deciderebbe quanto tempo dedicare al basket basandosi sull’assunzione che potrebbe diventare il prossimo Michael Jordan” e vi è in questa argomentazione un qualcosa di sensato perché come ricordavo nel mio precedente libro per il premio Nobel per l’Economia Paul Samuelson “disponiamo di un solo campione della storia”.

In ogni caso se anche questo tipo di obiezioni può avere un certo fondamento questo rafforza l’importanza di investire non con una strategia puramente passiva come quella di chi postula che qualsiasi mercato nel tempo andrà solo su. E un approccio come quello da noi consigliato di operare sulla forza e con una giusta diversificazione per non legarsi le mani a nessun tipo di mercato resta la strategia migliore.

Sul perché le azioni nel lungo periodo possano sovraperformare le obbligazioni vi è certo una ragione legata al concetto di progresso dell’umanità e dell’economia se si analizza l’evoluzione della società umana nel corso dei secoli. E le azioni altro non sono che frazioni di aziende i cui imprenditori e azionisti investono perché credono di ottenere di più rispetto all’investimento in titoli di Stato e considerano eventuali fasi di recessione evidentemente non permanenti.

“Nel lungo termine, aspettatevi notizie positive dal mercato azionario. Nel XX secolo, gli Stati Uniti sono stati coinvolti in due guerre mondiali ed altri traumatici e costosi conflitti, inoltre sono passati attraverso un’epidemia d’influenza, una Grande Depressione e almeno una dozzina di recessioni ed episodi di panico finanziario, shock petroliferi, scandali politici. Eppure l’indice Dow Jones è passato da 66 a 11.497 “ ha scritto in una delle sue celebre relazioni Warren Buffett nel 2008. Attualmente l’indice Dow Jones vale 16867 punti.

 

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(continua)

note del capitolo
(1) La volatilità viene comunemente calcolata secondo la formula della deviazione standard di un titolo o di un asset class in un determinato periodo e annualizzata. Per esempio mettiamo che un’azione valga 10 euro e ha una volatilità del 20%. Come dire che in un anno attendiamo si muova tra 8 e 12 euro (10+-20%) approssimativamente il 68% del tempo, tra 6 e 14 euro (100+-2×20%) approssimatamene il 95% del tempo, e tra 4 e 6 (100+-3×20%) approssimatamene il 99,7% del tempo.

(2) Sotto la sua gestione il fondo Magellan di Fidelity diretto da Peter Lynch riuscì fra il 1977 e il 1990 a portare le masse gestite da 18 milioni di dollari a oltre 14 miliardi di asset con un rendimento annuo per i suoi sottoscrittori del 29,2%. Un risultato sensibilmente superiore a quello ottenuto dal mercato nello stesso periodo. E va ricordato che durante la sua carriera di gestore il fondo ha avuto ben 13 discese superiori al 10%: discese che hanno fatto uscire dal fondo molti risparmiatori che si sono poi mangiati le mani.

(3) Da ricordare sempre nell’agosto 1979 la celeberrima copertina di Business Week che dopo questo periodo titolava come storia di copertina “La morte delle azioni” suggerendo agli investitori di stare lontani dai mercati azionari. Che naturalmente dopo questo articolo hanno a messo negli anni successivi uno dei più clamorosi rialzi della storia con l’indice Dow Jones passato da 867 agli attuali 16.867 punti (un rialzo nominale del +1845% e reale del 1623% se si tiene conto più correttamente dell’inflazione nel periodo )! Un chiaro esempio di come il sentiment degli investitori e degli esperti sia un pessimo criterio su cui  fondare le proprie scelte d’investimento.

(4) Questo fenomeno è conosciuto dagli studiosi come “survivorship bias” ovvero  l’ errore logico fatto a causa della concentrazione su persone o cose che sono sopravvissute a un determinato processo di selezione. I risultati sono distorti perché le statistiche nei riguardi del gruppo sopravvissuto sono spesso troppo positive perché i dati di chi ha fallito non sono tenuti in sufficiente considerazione.

(5) Attualmente Terry Burnham insegna alla Chapman University mentre precedentemente ha lavorato con Goldman Sachs e la Harvard Business School ed è autore del libro “Mean Markets and Lizard Brains”.

 

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