DOPO I PIR, I CIR (Conti Individuali di Risparmio)? PRO E CONTRO DI PUNTARE FORTE SUI BTP

Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera la chiama la tentazione di arrivare all’autarchia finanziaria. Come un tempo si diceva che era forte quella nazione in grado di produrre al suo interno tutti i beni e servizi necessari al suo popolo, così mutatis mutandis l’idea dell’autarchia finanziaria esprime la possibilità di fare a meno …dei soldi degli altri.

Se tutti gli italiani anzichè investire oltreconfine comprassero solo titoli “Made in Italy” lo straniero non passerebbe più. Tradotto se gli italiani tornassero massicciamente a investire sui Btp nostrani, il Paese sarebbe meno esposto agli umori degli investitori internazionali e ai giudizi. In alcuni casi talmente pesanti che nel 2011 il governo Berlusconi fu mandato a casa a colpi di spread: e a vendere i Btp italiani e a farne crollare il prezzo e salire i rendimenti alle stelle e non erano certo le banche o i risparmiatori italiani, ma quella quota di investitori esteri che sull’Italia vedeva nero, anzi nerissimo.

Ma i Cir (acronimo di Conti Individuali di Risparmio) a chi convengono: allo Stato, alle banche o ai risparmiatori? Innanzitutto vediamo nell’infografica che abbiamo preparato cosa sono questi prodotti che potrebbero essere varati dall’attuale esecutivo.

 

I CIR: per lo Stato il sogno della botte piena e della moglie ubriaca

Quando un Paese ha una spesa pubblica superiore alle proprie possibilità lo spread diventa un’arma per ricondurre i governanti a misure meno espansive. Se però quel Paese vuole mantenere spese elevate e un elevato debito pubblico, deve togliersi il fiato sul collo dei creditori esteri: e se convince le istituzioni e i cittadini residenti a investire sui propri titoli, può ottenere l’impossibile: mantenere la propria sovranità anche in presenza di un elevato debito pubblico.

Dal punto di vista teorico l’idea dei C.I.R. per quel che poco che è stato finora delineato da fonti governative e indiscrezioni non sembra una cattiva idea se ci mettiamo nei panni dello Stato ovvero del debitore Italia.

L’obiettivo “alla giapponese” è convincere un più elevato numero di risparmiatori a detenere il proprio debito in cambio di un incentivo fiscale a patto che li mantengano per un certo periodo di anni in portafoglio in modo da convogliare un maggior flusso di risparmi verso Btp, Cct e Bot ed essere così meno dipendenti dagli investitori esteri.

Non che i soldi degli stranieri non sono buoni ma la storia finanziaria (e non solo quella recente) insegna che uno stato sovrano quando ha il suo debito collocato in modo molto significativo fuori dai confini nazionali può essere più vulnerabile ed essere soggetto a pressioni dei debitori esteri che possono portare anche a conseguenze spiacevoli sul fronte politico interno e sullo stock di…

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