POCHI BANCHIERI, MOLTI COMPARI. COME I TUOI SOLDI SONO IN MANO A UNA CASTA DI INTOCCABILI CHE NE FANNO QUEL CHE VOGLIONO

 

Questo è un libro per arrabbiarsi”. Così ha esordito lo scrittore Marco Buticchi, alla presentazione a Lerici del nuovo libro di Gianni Dragoni “Banchieri & Compari”. Un libro che spiega “Come malafinanza e cattivo capitalismo si mangiano i soldi dei risparmiatori” (Chiarelettere Editore). E aggiungerei quelli dei contribuenti visto che i salvataggi delle banche (vedi il caso Mps) fanno aumentare il debito pubblico di un paese e anche quando intervengono organismi comunitari, il conto è anche a carico nostro. “I soldi distribuiti dalla Bce” ricorda Dragoni nel libro “ sono anche soldi nostri, perché l’Italia è il terzo azionista della banca europea con il 12,50 per cento del capitale, dietro Germania e Francoforte”.

Chi volesse capire perché i 270 miliardi di euro prestati dalla Bce alle banche italiane al tasso ridicolo dell’1% non siano finiti a famiglie e imprese, ovvero ai cittadini, può leggere il libro di Dragoni. Scoprirà cosa non funziona nel sistema bancario, imprenditoriale e manageriale italiano. E sapere che fine fanno i soldi lasciati sul conto corrente, investiti in obbligazioni della propria banca o versati allo Stato con le tasse.

 

Cover Libro Dragoni

Un giornalista con la schiena dritta
Firma da quasi trent’anni del Sole 24 Ore e ospite fisso della trasmissione “Servizio Pubblico” di Michele Santoro, Gianni Dragoni ha pubblicato negli ultimi cinque anni cinque libri, uno più documentato (e scomodo) dell’altro. Nel primo, “La paga dei padroni”, scritto con Giorgio Meletti (Chiarelettere Editore) ricostruisce, numeri alla mano, come in Italia manager e imprenditori riescano ad attribuirsi superstipendi a nove zeri a fronte di risultati decisamente poco “super” per non dire modesti e a volte addirittura negativi.

Nel libro successivo “Capitani Coraggiosi” Dragoni analizza la vicenda Alitalia e come la preferenza del governo Berlusconi di allora e del fermo convincimento di Corrado Passera per far vincere una cordata italiana, rispetto all’offerta di Air France, abbia penalizzato azionisti, obbligazionisti e lavoratori della compagnia di bandiera: un altro quadretto del capitalismo di relazione, con una ventina di imprenditori, ribattezzati da Dragoni “prenditori”, da Colaninno a Benetton, da Gavio a Ligresti, da Riva ad Angelucci ad altri ancora, attirati nell’operazione dietro la promessa di altri vantaggi. In “Alta rapacità”, un ebook sempre con Chiarelettere, il giornalista del Sole 24 Ore va a testa bassa contro Montezemolo e Della Valle che sono riusciti a guadagnare milioni di euro con il progetto “Italo”, nato per fare concorrenza alle Ferrovie di Stato sull’alta velocità, partendo da una miracolosa autorizzazione concessa nel 2007 dal Ministro dei Trasporti del governo di centrosinistra presieduto da Romano Prodi ai due imprenditori.

Ma se il malcostume nazionale di società partecipate dallo Stato o quotate in Borsa di premiare i propri manager con retribuzioni a nove zeri indipendentemente dai risultati raggiunti e spesso nonostante i pessimi risultati realizzati riguarda soprattutto gli azionisti, se la vicenda di Italo riguarda pochi non essendo la società quotata, se la vicenda dell’llva, raccontata nell’ebook omonimo, e del suo padrone Emilio Riva coinvolge soprattutto i cittadini di Taranto, quando si parla di banche, e della loro mala gestione, il problema riguarda tutti.

Come le banche usano male i nostri soldi
Se le banche prestano i soldi alle persone sbagliate o effettuano investimenti rischiosi, visto che lo fanno non con i loro soldi ma con i nostri soldi, sono gli azionisti e gli obbligazionisti a farne le spese in primis. Ma in caso di banche troppo grandi per fallire anche quelli che non hanno un conto in banca pagano in quanto semplici cittadini di un paese la “mala gestione” perché l’azzardo morale dei banchieri rende necessari i salvataggi di Stato.

Insomma quando falliscono le imprese ci vanno di mezzo gli azionisti e gli obbligazionisti, ma quando ci sono di mezzo le banche siamo noi a pagare. Anche quando non siamo clienti. Per questo il libro di Dragoni merita di essere letto. Anche se fa arrabbiare. Anzi, soprattutto perché fa arrabbiare. Perchè solo arrabbiandosi si possono cambiare le cose.

Michele Santoro nel corso di una presentazione di un libro di Dragoni ha definito i libri di inchiesta come quelli del giornalista del Sole24Ore “Gli articoli che non si scrivono sui giornali“. “E’ una bella definizione per questo tipo di lavoro – secondo Dragoni – perché il libro ti consente un approfondimento che la carta stampata non ti offre e anche perché i giornali, per come è la proprietà dei mezzi di informazione, difficilmente potrebbero ospitare questi interventi. Persone che sono oggetto di inchiesta nei miei libri hanno protestato anche con il Direttore del Sole24Ore per quello che ho scritto. E questo la dice lunga sul capitalismo relazionale in voga in Italia che io definirei mafioso. Lo abbiamo visto nel caso di Ligresti. Finchè non è stato inquisito i giornali non raccontavano cose che erano già note e pubbliche. In Italia vi e’ un sistema in cui tutti quelli che hanno il potere si tengono per mano e cercano di controllare i mezzi di informazione, cercando anche di eliminarti come giornalista se dai fastidio”.

Gli intrecci ai piani alti non sono solo tra imprenditori e giornali ma anche tra politici e banchieri. “E’ emblematico il caso di questi giorni di Piero Fassino, sindaco di Torino, in barca con Giovanni Bazoli, da poco confermato presidente del Consiglio di sorveglianza della banca Intesa Sanpaolo. Vorrei ricordare – dice Dragoni – che il principale azionista di Intesa Sanpaolo è la Compagnia di San Paolo, una fondazione che detiene il 10% del capitale della banca. E che il Presidente della Compagnia San Paolo è Sergio Chiamparino, predecessore di Fassino come sindaco di Torino: e la politica locale, in primis il Comune di Torino, è determinante per la nomina del presidente della Compagnia di San Paolo e quindi anche per le nomine dei vertici della banca, rinnovati appena pochi mesi fa. Direi che questo episodio è imbarazzante non solo per Fassino ma anche per Bazoli”.

Questo e molto altro ci ha raccontato Gianni Dragoni, firma di punta del Sole 24 Ore da quasi trent’anni, in questa intervista che ci ha concesso “au bord de la mer” nell’incantevole cornice del Piccolo Hotel del Lido di Lerici di proprietà dello scrittore Marco Buticchi moderatore poi di un’affollata conferenza con tema centrale il suo ultimo libro: “Banchieri & Compari” (ChiareLettere Editore).

Dragoni Rossi

Quando gli investimenti delle banche vanno male i governi e le istituzioni comunitarie sono regolarmente costrette a metterci una pezza. Le banche di fatto non possono essere lasciate fallire. Ci spiegano che il crack di un istituto di credito può minare la fiducia dei risparmiatori di un paese nel sistema, può verificarsi una corsa agli sportelli, altri istituti possono essere colpiti da questa crisi di sfiducia e finire in bancarotta, trascinando con loro molte imprese e cittadini. Alla fine l’immaginario di eventi a cui si rimanda è la crisi del ’29. Esiste un modo diverso per affrontare queste crisi ricorrenti degli istituti di credito?

Le banche soprattutto in Italia sono l’icona del potere e la quintessenza del capitalismo senza capitali. Insieme a quello che è rimasto del capitalismo italiano, fatto di grandi patrimoni e pochi soldi investiti nelle imprese e nel loro sviluppo, le banche amministrano il potere con i soldi degli altri. Le banche lavorano con i soldi della collettività, e hanno a disposizione una massa finanziaria immensa che non è loro ma è dei risparmiatori, a volte anche piccoli azionisti di queste banche, e c’è questo corto circuito tra i banchieri, il potere politico e quello economico per cui di fatto le banche diventano intoccabili.

Secondo me i banchieri sono diventanti talmente potenti che condizionano pesantemente anche la politica. Non credo che il problema sia che le banche siano troppo grandi per fallire. Il prestito della Bce (270 miliardi circa al tasso dell’1 per cento) non è stato fatto per salvare le banche, anche se le ha aiutate, ma è servito soprattutto a far sì che comprassero Btp in un momento in cui lo Stato italiano super indebitato era in forte difficoltà. La cosa che mi colpisce però è che mentre le banche tedesche e anche quelle spagnole che hanno attinto al bancomat della Bce hanno cominciato a restituire questi soldi, le banche italiane non lo hanno fatto. Oggi siamo a metà di questo triennio ma credo che questo prestito alla Bce le banche italiane non lo restituiranno, se non facendo un altro prestito”.

Faranno come le imprese che non ce la fanno a rientrare nei prestiti bancari e rinegoziano il debito…

Ligresti, Zunino e Zaleski sono stati tenuti in piedi dalle banche per anni in questo modo. Quando ricevevano un aiuto dalle banche questi imprenditori non erano mai in grado di restituirlo e quindi la banca per non svalutare il prestito accordato gliene dava un altro. Con questo meccanismo l’esposizione verso Ligresti e Zaleski è cresciuta in modo esponenziale fino a essere di miliardi di euro. E così farà la Bce con le banche italiane: un bel rifinanziamento. Tra l’altro questo sostegno della Bce alle banche, gli LTRO, questi prestiti a tassi molto bassi se si vanno a leggere i bollettini della Bce ci sono sempre stati anche se in forme e quantità molto più ridotte. Non escludo che questo nuovo prestito per un totale di 1019 miliardi alle banche europee sia stato fatto per consentire di restituire un prestito precedente. Direi che sono debiti che non verranno mai pagati se non facendo altri debiti.

Il tuo libro si chiama “Banchieri & Compari”. Se chi sono i banchieri è chiaro, i compari chi sono?

I banchieri da soli non ce la farebbero. Hanno bisogno di qualcuno che gli regga il gioco. Un caso da manuale in questo senso è il finanziere franco polacco Zaleski grande amico del banchiere Giovanni Bazoli, Presidente del Gruppo Intesa Sanpaolo. Zaleski negli anni ha accumulato piccoli pacchetti azionari di società quotate, meno del 2% di Intesa Sanpaolo e un pacchetto più robusto di Ubi Banca con soldi presi a prestito dalle banche in particolare Intesa Sanpaolo, che gli ha prestato più di 1 miliardo di euro. Zaleski è il puntello, l’architrave del sistema di potere che faceva capo a Bazoli, che siedeva anche nel Cda della Ubi Banca. Parliamo di una banca senza un azionista di riferimento: per controllarla ci vuole il concorso di tutti. Zaleski puntellava questo sistema di potere con i soldi di Banca Intesa Sanpaolo.

 

Bazoli  Zaleski

I Compari quindi servono ai Banchieri per mantenere certi assetti…

E’ un po’ il sistema di Mediobanca i cui azionisti che la controllano tramite un patto di sindacato sono a loro volta aiutati dalla banca stessa che o ne è socia (come nel caso di Ligresti, dei Benetton e di Pirelli) o li finanzia se si vanno a vedere tutti gli intrecci finanziari. E questi intrecci li ritroviamo anche all’interno del Corriere della Sera. Questo coacervo che è il cuore del sistema italiano lo comanda chi è in Mediobanca ma anche chi sta attorno a questa banca. E’ un sistema in cui tutti si tengono per mano. Poi però qualcuno salta. Ora il più vicino a fare il botto è Zaleski perché con la crisi finanziaria del 2007-2008 è cambiato tutto. Questo gioco della finanza è un po’ come una catena di Sant’Antonio in cui il cerino, in questo caso un debito, passa da una mano all’altra a prezzi sempre maggiori poi finisce che in questa serie di passaggi qualcuno ritiene che il prezzo sia troppo alto per il rischio che si assume e tutti vengono travolti a causa dell’effetto domino.

Soprattutto in periodo di crisi…

Con la crisi già nel 2007-2008 delle banche straniere avevano capito che Zaleski non era in grado di ripagare il proprio debito e se ne sono tirate fuori non prolungandogli le linee di credito. Le banche italiane invece hanno ristrutturato il debito dando nuovamente fiducia a Zaleski e aumentando la loro esposizione debitoria anche per ripagare le banche straniere che non lo volevano più avere come debitore. Quindi le banche straniere sono state rimborsate per evitare che chiedessero il fallimento del finanziere e il rimborso è stato fatto con i soldi delle banche italiane che hanno così comprato tempo. Se Zaleski fosse stato un piccolo medio imprenditore lo avrebbero fatto fallire. Invece a causa del sistema di relazioni che puntella questo assetto di potere è stato salvato.

In questo modo le banche italiane anziché svalutare subito l’esposizione verso Zaleski iscrivendo pesanti perdite a bilancio hanno acquistato tempo e hanno potuto così svalutare poco a poco…

Il meccanismo psicologico di questi banchieri è: prestiamo e nel frattempo speriamo che succeda qualcosa o di non essere più qui quando il bubbone scoppia.

L’azzardo morale per cui difficilmente saranno puniti per le loro speculazioni li porta a comportarsi in modo poco lungimirante…

Il loro obiettivo primario è il mantenimento di un certo sistema di potere realizzato grazie a personaggi come Zaleski che con le partecipazioni detenute dalla sua società, la Tassara, è un garante del sistema di potere Bazoliano. Ma questi sono i casi più noti (un altro caso che mi viene come “Banchieri & Compari” è Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit, banchiere …e compare nello stesso tempo) ma anche nella media provincia italiana ci sono casi simili con imprenditori, politici e fondazioni che ripetono questo modello. Un potere finanziario e politico spesso immenso fondato sui soldi degli altri.

Ma chi ne fa le spese di questa situazione?

Gli azionisti in primis essendo le banche società quotate perché quando si prestano i soldi non i base ai meriti ma in funzione di altri criteri le perdite su crediti poi si ripercuotono sui bilanci.

E ne fanno le spese anche i clienti della banca perché come fai notare nel libro “La paga dei padroni” le banche italiane sono sui servizi che erogano le più care in Europa se si esclude il Lussemburgo…

Secondo i dati della Commissione Europea sì. Anche se l’ABI, l’associazione delle banche italiane lo smentisce. Associazione che io chiamerei lobby visto che ha confermato il mandato a uno come Mussari che era già un banchiere molto discusso, e anche dietro questa nomina c’era Bazoli.

Nei tuoi libri ricorre il tema degli stipendi top di manager che fanno spesso flop decisi in modo assolutamente artigianale dai Consigli di Amministrazione a prescindere completamente dai risultati aziendali. Come giudichi il recente referendum svizzero che sottrae ai Cda aziendali la decisione di quanto premiare i dirigenti per far decidere agli azionisti il quantum in funzione dei risultati?

Credo che sia un precedente interessante. E’ un modello a cui tendere ma del referendum i mezzi di informazione ne hanno veramente parlato troppo poco. Sbagliando perché evidentemente se in Svizzera, che è la quintessenza del capitalismo, il Paese dove molti dei poveri capitalisti italiani portano il loro denaro, passa un referendum del genere significa che il tema non è di secondaria importanza. Detto questo dubito che ci faranno fare in Italia un referendum su questo argomento. Credo che le cose nel sistema italiano non cambieranno: lo si vede dall’assenza di dibattito su questo argomento. Di certi argomenti in Italia non si parla. Non c’è trasparenza. Questo è una minaccia anche per la democrazia.

Ritieni giusto porre un tetto alla parte variabile dello stipendio come si discute in seno alla UE? Come dovrebbero essere calcolate le retribuzioni dei top manager delle banche e delle imprese per disincentivare l’azzardo morale?

E’ positivo che si parli di questo perché fino a poco tempo fa queste discussioni non c’erano. E se oggi si parla di questi temi lo si deve soprattutto al fatto che questi stipendi sono diventati di dominio pubblico. Parlo con cognizione di causa perché dal 2005 curo per Il Sole 24 Ore una rubrica che si chiama Pay Watch in cui analizzo le retribuzioni dei manager delle società quotate e i risultati. Dati pubblici che traggo dai bilanci delle società quotate. Ma quello che questi signori che guadagnano milioni di euro non gradiscono è che questi dati finiscano sul giornale. Queste persone pensano di essere immuni da tutto anche dall’informazione che io penso possa essere un buon antidoto per preservare la democrazia. Vi è anche una sanzione reputazionale che può essere molto efficace.

Il problema della malafinanza è solo italiano? Noi abbiamo i salotti buoni (anche se Mediobanca dice che venderà tutte le partecipazioni detenute) altrove (vedi gli Usa) hanno le lobby bancarie e i loro uomini direttamente ai posti di comando. Tutto il mondo è paese o in Italia siamo messi un po’ peggio?

Madoff in America è dovuto andare alle udienze con il giubbotto antiproiettile e si è preso 150 anni. Secondo un mio ex collega del Sole24Ore, Orazio Carabini, che aveva scritto un articolo sull’argomento un caso come Madoff in Italia non sarebbe stato perseguito penalmente. E non c’è stato un magistrato o un Ministro o una delle tante Authority che dovrebbero proteggere i consumatori e i risparmiatori che abbia confutato l’articolo. Vedremo al Madoff dei Parioli (Gianfranco Lande a capo di un piccolo impero finanziario intorno alla società EGP) quanto gli daranno come condanna..
In ogni caso ci sono delle tendenze comuni perché la finanza è diventata predominante. Secondo i professori di finanza d’oltreoceano questo è uno dei settori più regolamentati del mondo. O almeno questo è quanto sostengono dei professori americani Frederic S. Mishkin e Stanley G. Eakins in un libro che ho letto recentemente.

Nel docu-film “Inside Job” si ricorda che Mishkin aveva co- firmato nel 2006 uno studio commissionato dalla Camera di Commercio Islandese intitolato “Financial Stability in Iceland”. Il Professore della Columbia ha preso più di 100 mila dollari per redigere lo studio e nel 2008 il paese è finito in bancarotta. Forse è meglio non dare troppo retta al Professor Mishkin…

E’ naturalmente la visione americana questa. La lobby della finanza che ha i suoi (cattivi) maestri vuole a tutti i costi evitare qualsiasi regolamentazione del settore. Tanto che cercano anche di farci credere che esista una speculazione stabilizzatrice e che norme come la Tobin Tax uccidano questa speculazione “cattiva ma buona” e quindi questa tassa andrebbe abolita.

Il problema comunque non si risolve con l’eccesso di regolamentazione perché più ci sono regole dettagliate e maggiore è la possibilità di trovare dei cavilli che se hai dei buoni avvocati ti consentono di aggirarla. Sarebbe meglio avere delle norme più generali, anziché i codici etici. Basterebbe una regola semplice che dica che devi essere una persona perbene e poi lasciare a un giudice valutare se un manager o un banchiere o un politico si sono attenuti a questo principio.

Tra tanti cattivi maestri, ci sono anche uomini di valore, anche se sono delle mosche bianche. Nel post scriptum di “La paga dei padroni” citi come modello quello di Pininfarina. “Un modo di fare impresa paradossalmente atipico del capitalismo italiano, con il quale una dinastia industriale è riuscita ad attraversare oltre mezzo secolo di successi e crescita senza accumulare ricchezze inusitate e senza entrare in un salotto finanziario”. Mi dici il nome di un imprenditore e di che consideri un modello? Abbiamo parlato finora di cattive notizie, finiamo con una nota positiva.

Leonardo Del Vecchio di Luxottica.

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