BANCAROTTA, ITALIA. INTERVISTA A POMPEO LOCATELLI.

Una volta distinguere fra banchieri e rapinatori di banca era molto più facile che ai tempi nostri. Il confine è diventato negli ultimi lustri molto sottile e a sostenerlo non è più solo Bertolt Brecht quando sosteneva  “Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”.

L’Economist (non proprio un giornale extraparlamentare) ha già nel 2008 coniato un neologismo, “bankster” fondendo i due termini banchiere e gangster per raccontare di un mondo del credito e del debito che non rispetta in diversi casi né il vincolo della legge, né quello della morale come diversi scandali finanziari hanno dimostrato.

Sia chiaro le banche non sono certo il male e svolgono funzioni importanti e vitali per l’economia come bene ha scritto Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, che in un recente libro “Processo alla Finanza” (Laterza Editore) ha difeso naturalmente la categoria, pur ammettendo (e questo è già un qualcosa) i limiti e le storture dell’attuale modo di fare banca.

Ma se il mondo si è trovato sul punto di saltare nell’apice della crisi 2007-2008 con il crac di Lehman Brothers e l’Italia è messa maluccio e ancora non si è rialzata da quella crisi il sistema del credito (e non solo quello politico) ha il suo ruolo importante. Come ben sanno i tanti imprenditori italiani che in questi anni hanno visto sulla loro pelle i conti delle loro società squassati dalle spese spesso “pazze” applicate dalle proprie banche, dalla revoca dei fidi o non concessione di credito vitale oppure dalla vendita di prodotti mostruosi come derivati e prodotti finanziari con l’obiettivo di impadronirsi di soldi altrui col minimo sforzo grazie a bombe a tempo fatte non col il tritolo ma con contratti capestro.

L’ultimo libro e best seller di Federico Rampini, Banchieri (Mondadori Editore) ci ricorda se ce lo fossimo dimenticati che “tutta la storia dell’economia occidentale dal 2008 in poi è una storia di socializzazione delle perdite bancarie. La stessa crisi dell’Eurozona, guai a dimenticarlo, comincia proprio così: quando alcuni colossi bancari europei rischiano di fare crac, gli Stati intervengono a salvarli; e a quel punto l’onere dei salvataggi sfascia le finanze pubbliche, così che dal rischio di default bancari si passa al rischio (ben più grave) di default di interi Stati Sovrani. Ne segue l’imposizione di feroci politiche di austerity a quasi tutti i membri dell’Eurozona. La disoccupazione cresce, il disagio sociale si fa acuto, le sofferenze umane peggiorano: e tutto ciò accade perché all’origine la collettività è stata obbligata a salvare le banche” Mentre i banchieri non hanno pagato nulla…. Pochi banditi della storia furono così abili e sfacciati nel difendersi da ogni castigo, e rovesciare sulla collettività il prezzo delle loro azioni. E siamo ancora immersi in questo clima..”.

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Quando ho letto queste pagine ho pensato a un altro libro di un autore particolare che da alcuni anni al tema delle banche, dei bankster, e dei banchieri che stanno stritolando quello che una volta era il tessuto vitale dell’economia italiana: le piccole e le medie imprese. Quelli che una volta si chiamavano i Brambilla e che sono sempre più strozzati invece dalle banche e vessati da una burocrazia impazzita e tartassati dal Fisco. E tutto questo mentre molte “grandi imprese” e “grandi imprenditori” grazie ai contatti giusti e al capitalismo relazionale fatto dai salotti buoni dove si mescolano politica e affari (si pensi all’ultimo affaire Ligresti ma di casi di questi tipo ce ne sono a bizzeffe) sono riusciti per anni a ottenere credito anche sul nulla.

Che la situazione delle piccole e medie imprese italiane sia grave ce l’ha ricordato in questi giorni un articolo pubblicato sul Wall Street Journal (si veda qui l’articolo ripreso dal Wall Street Journal)  che spiega bene come il circuito cattivo credito, sofferenze, minore credito a chi se lo merita può generare un circuito vizioso incredibile dove a pagare sono alla fine anche le aziende sane.

CHI E’ POMPEO LOCATELLI? E DI COSA PARLA IL SUO LIBRO “BANCAROTTA:le piccole e medie imprese, la crisi e il credito che non c’è più”.

 

Chi è questo autore che negli ultimi anni ha dedicato molti scritti a questi temi? Si chiama Pompeo Locatelli e chi non è di primo pelo questo nome e cognome probabilmente faranno sovvenire qualcosa.

Fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 iniziarono a parlare sempre più di lui come “il commercialista di Bettino Craxi” per via della sua partecipazione consulente in molte importanti operazioni della Prima Repubblica. Fu questo commercialista d’affari a organizzare la cordata fra Michele Ferrero da Alba, Silvio Berlusconi da Arcore insieme a Barilla e alle cooperative bianche contro Carlo De Benedetti da Ivrea che aveva avuto disco da verde da un certo Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, che nell’aprile 1985 a rilevare per 497 miliardi di lire la società che controllava marchi come Autogrill e i supermercati GS, Motta e Alemagna, l’olio Bertolli e i biscotti Pavesi ma anche la Cirio. L’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, espresse dubbi sulla congruità dell’operazione, facendo capire che il prezzo era troppo basso. Passa un mese e un’altra cordata offre 100 miliardi di lire in più ed è quella dove dietro le quinte lavora Pompeo Locatelli mettendo insieme i gruppi alimentari Ferrero e Barilla insieme alla Fininvest di Silvio Berlusconi. Inizia una serie di ricorsi e la vicenda finisce in tribunale fino a quando fra il 1993 e il 1994 l’Iri cede la Sme divisa in tronconi ottenendo complessivamente 2000 miliardi di lire. A loro volta i Benetton da quello che rilevano riescono a trarne un profitto di diverse migliaia di miliardi di lire in pochi anni. Questo per fare una breve storia della privatizzazioni all’italiana.

Di questa vicenda ne ha parlato in un libro di qualche anno fa (“I dolci e gli amari di Pompeo” per Baldini & Castoldi Editore) dove faceva il punto di 30 anni di carriera dove ha conosciuto e trattato affari con tutta la Milano da bere e anche la Roma che conta (fu Locatelli a inventare il “patto del cow boy per decidere come trovare una via d’uscita nell’affare Enimont fra i duellanti Raul Gardini e l’Eni) , avendo visto passare nel suo studio come fra gli altri Raul Gardini e Gabriele Cagliari e seppure da interista sfegatato essersi trovato a essere il commercialista che ha venduto il Milan a un certo Silvio Berlusconi.

Dalle stelle alle stalle, anzi al carcere. A un certo punto, infatti, Locatelli è costretto a traslocare di pochi metri ricorda con una punta d’ironia dal suo studio in Via San Vittore in Milano al civico 40 al 2 in una cella carceraria dove trascorre 15 notti convocato da un certo Antonio Di Pietro nel marzo 1993. E’ Tangentopoli, bellezza. Ne esce da questa vicenda con un patteggiamento ma anche un nuovo percorso professionale. Non più un mega studio con 60 persone ma una “one man company” dove affiancato dalla segretaria storica insieme a un’altra segretaria tratta pochi affari, occupandosi non della tenuta della contabilità ma delle strategie di difesa e di attacco delle aziende clienti. Il commercialista d’affari si diceva una volta o super consigliere. E potendosi anche concedere il lusso di sfornare torte , cioccolatini e biscotti fantastici fra una pausa e l’altra grazie a 2 forni professionali con tutta l’attrezzatura che potreste vedere solo da un grande pasticcere di Vienna dove sforna dolci per gli amici.

Grande passione per l’arte nel suo studio è difficile scorgere un pezzo di parete libero tanti sono i quadri anche importanti appesi alle pareti di Rosai e Carrà insieme ad azioni di società non più quotate di cui è collezionista. Nell’ultimo libro «BancaRotta: le piccole e medie imprese, la crisi e il credito che non c’è più» (Mursia, 2013; pagg. 408; euro 20) Pompeo Locatelli fa un diario di quanto è accaduto in questi anni, dalle prime avvisaglie della crisi, nel 2006, sino agli ultimi mesi. E il quadro che emerge è una crisi dal doppio binario: mentre quotidianamente ai piccoli e medi imprenditori si negava il credito e si riducevano (e si riducono) gli affidamenti, il sistema delle banche procedeva con operazioni il cui unico risultato era consolidare la rete di relazioni politiche-finanziarie e aumentare gli stipendi dei manager.

Manca in Italia una cultura e una pratica della governance, cioè del sistema di «controlli, verifica e di responsabilizzazione dell’impresa di fronte ai propri azionisti e ai consumatori» scrive Locatelli che punta il dito contro consigli d’amministrazione pieni di «consiglieri dormienti più che indipendenti e sindaci dei collegi che brillano per la loro assenza, cecità o risveglio tardivo. I famosi controlli sono spesso una funzione burocratica o poco più. Un mio vecchio professore aveva dimostrato che le verifiche trimestrali richieste per legge e verbalizzate dal collegio sindacale di una banca richiederebbero almeno tre anni di intenso, quasi quotidiano lavoro».

 

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Ma è la stretta creditizia il principale fattore di crisi del sistema delle Pmi, sostiene Locatelli che aggiunge: «Serve subito una legge che impedisca alle banche di revocare i fidi da un giorno all’altro e che imponga un anno di preavviso prima di avviare il rimborso», sarebbe una «regola di civiltà e buon senso» che senza limitare i diritti delle banche potrebbe contribuire ad allentare il laccio del credito e a far ripartire le aziende piccole e medie».

Pompeo Locatelli non ha il cellulare e ama scrivere a mano. Quando gli ho chiesto di fare un’intervista sui temi trattati nel suo ultimo libro “BancaRotta”, conoscendoci da molti anni per la comune passione per la Borsa e per i bilanci ha accettato volentieri e ci siamo rincorsi in queste settimane ed eccone il risultato.

Salvatore Gaziano: Nel suo libro parla del “credit crunch” e della vessazione che molti piccoli e medi imprenditori subiscono da parte delle banche. Temi che da molti anni affronta con articoli e interventi sui giornali. E racconta dei casi di mala finanza (dall’anatocismo ai derivati venduti alle imprese e ai Comuni), suggerendo anche possibili soluzioni. Da tempo scrive di questi argomenti: qualcosa è migliorato o sta migliorando o la situazione è sempre tragica?

Pompeo Locatelli: “Parlerei di emergenza che continua, in modo particolare per quanto riguarda il mercato interno. Le poche realtà che sono riuscite a reagire alla Grande Crisi puntando sull’esportazione (devo dire con buoni risultati) non possono in alcun modo bilanciare la condizione di sofferenza che attanaglia la gran parte delle piccole imprese che prova ad agire sul mercato interno. Un settore sfibrato, sfiduciato, vessato. E che avverte di essere lasciato sostanzialmente da solo. Qualcuno forse si dimentica che questo Paese ha da sempre la sua spina dorsale nella piccola e media impresa, che rappresenta circa l’80% del nostro sistema produttivo. Il suo declino è il declino del Sistema Paese. Certo, le banche ci hanno messo del loro per non supportare questi imprenditori nel momento del bisogno, però il problema è più ampio, riguarda la visione complessiva. E quindi interpella prima di tutto la politica e i veri decisori. Investire sulle Pmi non può essere argomento per strappare applausi in questo o quel convegno. Urgono scelte coraggiose. I piccoli imprenditori – quelli che io definisco autentici eroi del nostro tempo – non meritano di essere lasciati da soli. Io che per professione li incontro quotidianamente, mi accorgo che ormai il primo problema da affrontare è quello di aiutarli a recuperare la fiducia perduta. Per loro la prima voce di deficit è di natura psicologica. Una crisi dell’io. Una crisi di stima, la più grave”

Molti imprenditori e anche risparmiatori pensano con nostalgia alla banca di un tempo dove i rapporti con la “controparte” sembravano più corretti e il banchiere o bancario non sembrava schiavo del Roe, dei conflitti d’interesse. Quel tipo di banca anche con l’entrata in vigore di Basilea 3 non esisterà più?

“Da tempo non esiste più se mai è esistito per davvero. Nel libro Banca Rotta riporto un’azzeccata espressione del grande scrittore MarkTwain: «Un banchiere è uno che vi presta l’ombrello quando c’è il sole e lo rivuole indietro quando piove». Per me è un’espressione fulminante, direi un evergreen. Detto questo negli anni le cose, per così dire, sono precipitate. Oggi in banca prevale una logica del tutto impersonale, fredda; con manager preoccupati di mostrare grafici e tendenze. Un modo di approcciare il cliente in difficoltà freddo e asfittico. Che non può generare una relazione costruttiva con l’imprenditore. Che quando entra in banca quasi sempre ha il volto terreo di chi si appresta ad affrontare il redde rationem. E per di più pronunciato da una “maschera”, da un soggetto indistinto, che quasi non ci mette la faccia. Venendo alla questione Basilea 3, si tratta per le banche di un riparametrarsi dovuto: dopo anni il tagliando bisognava pur farlo. Ma non credo che ciò abbia determinato l’ulteriore accelerazione del rapporto degenerato fra banche e piccole imprese. Le zone d’ombre, i conflitti, il sostegno degli Istituti a quelli che io definisco i “soliti noti” rappresentano una costante del sistema. Un leit motiv nefasto. Nel mio libro dedico molte pagine a questa opacità”.

Nella sua attività di consulenza si trova a fare le pulci alle banche dalla parte degli imprenditori e a dover trattare col ceto bancario per operazioni di ristrutturazioni o revisione delle condizioni oppure richieste di risarcimenti. Che atteggiamento si trova dall’altra parte? Nel libro consiglia di reagire agli attacchi e ai soprusi della banche, attaccando. E’ una strategia che paga?

“Questo è un aspetto decisivo. Per il piccolo imprenditore è fondamentale uscire dalla logica della rassegnazione. Non si può avviare una trattativa con le banche dicendo subito: «Mi arrendo!». Il mio lavoro di consulente si gioca a molto a questo livello. Si studiano le carte, si analizza, si ipotizza la via migliore per uscire dall’avvitamento. Ecco allora che quando si approccia la banca le idee sono più chiare e, per così dire, si può mettere in campo finanche una strategia d’attacco. Insomma, non si è più alla mercé degli Istituti di credito. In questi anni, in specie dopo il 2008, ho potuto verificare che questo modus operandi ha prodotto risultati confortanti. Ovviamente, guardando in faccia la realtà anche quando è dura, anche quando ci appresta a soluzioni assai dolorose. Però, senza rinunciare a priori a una trattativa equilibrata. L’attacco è sempre la migliore difesa”.

Ho letto recentemente una bella biografia di Raul Gardini (di Alberto Mazzucca, “Gardini il Corsaro”) dove è tra l’altro citato anche per alcune sue consulenze ai tempi di Enimont. Rileggendo quelle pagine ne viene fuori un ritratto della fine della Prima Repubblica che non sembra dissimile da quella dell’attuale II Repubblica che doveva essere la “soluzione” e invece sembra esserne la continuazione in più grande stile di sprechi della cosa pubblica, interessi privati, clan di potere e corruzione. “Governare gli italiani non è impossibile, è inutile” viene attribuita come frase a Giolitti. Ne usciremo mai da questa situazione di perenne crisi politica e morale (che è diventata ora anche economica e finanziaria) o possiamo solo scendere più in basso?

“Io per natura sono un’inguaribile ottimista altrimenti avrei smesso da tempo di fare questo lavoro. Chi mi conosce e, magari, legge i miei articoli (anche sul mio sito www.pompeolocatelli.it), sa che non nutro particolare stima (è un eufemismo!) per una visione statalista della politica. Sono convinto che il controllo centralistico sia una della cause principali della nostra debolezza di fondo. Il debito pubblico alle stelle ha origine proprio da questo autentico morbo. Governare la cosa pubblica con strumenti che nei fatti affermano privilegi e rendite di posizione ha provocato la voragine di spesa che non si riesce in alcun modo anche solo contenere. Questo perché lo statalismo è una concezione che ha bisogno continuamente di autoalimentarsi; perché, anziché liberare risorse, tende a mantenere tutto nelle proprie mani. Lunghe mani. Il problema è che questo modo di pensare e di agire è riuscito a contaminare ai più diversi livelli. Al centro come alla periferia (che dire degli Enti locali?). Ma rimango convinto che non tutto sia perduto. Che, in fondo, gli italiani rimangano un popolo capace sempre di risollevarsi anche senza aspettare che la politica si ravveda. Quel che sono riusciti a fare gli imprenditori in Emilia dopo il terremoto è sotto gli occhi di tutti. Con la burocrazia, che io chiamo peggiocrazia, che in modo vergognoso ha provato ad affossarli del tutto sotto le macerie”.

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Si ritorna a parlare di privatizzazione e l’Alitalia che con i patrioti doveva volare alto sembra precipitare. Perché in Italia non si riescono a mettere in pista delle privatizzazioni serie e l’unica cosa certo sono i costi del “carrozzone” e dei manager pubblici che sono lievitati all’inverosimile in questi anni?

“La risposta a questa domanda è strettamente collegata alla risposta precedente. In questo Paese le vere privatizzazioni non ci sono mai state. Proprio perché lo Stato, in un modo o nell’altro, non si è mai messo da parte del tutto. O perché ha favorito interlocutori che negli anni non hanno fatto altro che aggiungere indebitamento a indebitamento. Il riferimento a Telecom non è per nulla casuale. Insomma, le privatizzazioni in questo Paese sono sempre state zoppicanti. Finché lo Stato vorrà continuare a svolgere il ruolo di imprenditore e non di regolatore, l’equivoco è destinato a perpetuarsi. E il debito pubblico a volare (Alitalia docet). Non sarebbe invece più virtuoso avviare privatizzazioni serie, non solo per esigenze di bilancio, ma perché pure arma formidabile a far ripartire la nostra economia? E aggiungo che operando in questa prospettiva ne avrebbe a beneficiarne sia la politica e sia la società civile. Una sorta di pulizia morale perché si andrebbe ad incidere in quel sottobosco desolante e disarmante che si alimenta alle spalle delle società pubbliche e partecipate”.

Ci conosciamo per la sua passione condivisa per la Borsa. Riesce a seguirla ancora in mezzo ai suoi impegni ? Anche questa è molto cambiata: una volta c’erano gli agenti di cambio, poi sono arrivati i money manager delle banche d’affari (e non) che “gestiscono in modo professionale il risparmio”. Peccato che in questi anni abbiamo visto molti casi di “risparmio tradito” e i risparmi degli italiani sono diventati una forte voce di ricavi per le banche in mezzo a autorità di controllo che hanno consentito spesso di tutto o di più ai soliti noti. E di questi giorni il caso Telecom Italia, ma prima c’era stato quello Fondiaria Sai e prima ancora un file lungo 10 pagine… Houston, abbiamo un problema?

“Continuo a seguire le vicende borsistiche perché, non di rado, toccano la mia avventura professionale. Direi, senza offendere nessuno, che anche Piazza Affari non è che se la passi benissimo. Chiedere ai piccoli risparmiatori per averne puntuale conferme. Per loro, infatti, sono per lo più dolori. I ritorni veri appartengono ad altri – agli attori di sempre (banche e manager spericolati, of course) – con la benedizione, purtroppo, della Consob che appare assai spesso come il vigile del memorabile film con Alberto Sordi e Vittorio De Sica: davanti al potente di turno si dimostra quasi per nulla… vigilante. Nell’ultimo periodo abbiamo assistito al tentativo dei fondi immobiliari di venir meno agli accordi stipulati con i sottoscrittori; beffardo il loro tentativo di allungare, motu proprio, i tempi per la consegna, disattendo la scadenza messa a suo tempo nero su bianco. Con la Consob che per troppo tempo ha lasciato fare e che, solo adesso, pare voler vederci chiaro. Comunque, anche la Borsa risente del malessere generale del Paese. E’ difficile tornare a rivedere le stelle quando la politica e, in generale, i decisori faticano ad avviare un piano serio di riforme strutturali. Ma ribadisco: io rimando un inguaribile ottimista. Altrimenti non potrei guardare negli occhi i piccoli imprenditori che bussano al mio ufficio chiedendomi una consulenza.
E anche per la Borsa sono necessari prudenza e buoni consigli… possibilmente non interessati”.

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