Ecco la nuova strategia “frozen” di banche e reti: immobilizzare e tosare i clienti per anni con prodotti illiquidi

Contrazione di margini, clientela meno fedele di un tempo, asset class storiche come l’obbligazionario più avare di rendimenti. Grazie ai prodotti illiquidi, l’industria del risparmio gestito sta cercando di far fronte ai propri minus blindando il cliente per anni e ricavando commissioni di gestione XXL. Cosa rischiano i clienti, oltre a pagare in 10 anni fino al 30-40% del proprio patrimonio in commissioni?

Numerose banche e reti (con politica naturalmente a braccetto pronta anche a cambiare le leggi) stanno cercando di convincere i risparmiatori italiani a puntare sui “mercati privati” o “alternativi” (ovvero spesso gli illiquidi) vendendo la possibilità in questo modo che con il “private debt” e il “private equity”  sia più facile ottenere rendimenti maggiori, positivi e decorrelati rispetto alle Borse.

Il gioco è in verità molto rischioso perché investire in private equity, venture capital e private debt (e lo ha dimostrato il caso H20) non è assolutamente sinonimo di successo finanziario assicurato e la dispersione dei rendimenti ottenuti ex post da questi fondi è elevatissima.

Giovanni Tamburi, uno dei finanzieri italiani di maggior successo nello scovare società sottovalutate (ha realizzato oltre 300 operazioni di fusioni e acquisizioni e ha accompagnato diverse società in Borsa) non ha mancato di osservare che c’è parecchia presunzione da parte di consulenti e private banker a vendere questa ennesima favoletta ai risparmiatori: “auguri!”.

 

A pensar male le ragioni che si nascondono verso questo improvviso amore da parte di banche e reti verso gli illiquidi non ha molto di nobile e si spiega con la necessità di fare profitti e “retention” ovvero “trattenimento” della clientela. Per le banche fare i profitti sul risparmio degli italiani è l’unica voce sicura e condivisa in tutti i piani industriali.

In un’epoca caratterizzata nel risparmio gestito dalla compressione dei margini e dall’infedeltà crescente della clientela, riuscire a piazzare un prodotto finanziario di cui il sottoscrittore non può richiedere il riscatto magari per 10 anni addebitandogli costi del 3-4% annuo è per molte società la quadratura del cerchio.

 

Ma al risparmiatore puntare su asset illiquidi conviene?

Un caso reale: Le avevano promesso che con il fondo di private equity avrebbe triplicato il capitale e invece…

 

Evitate strategie illiquide come la peste

In “un’epoca dove tutto sta cambiando sempre più rapidamente tra distruzione creativa, rapidi mutamenti sociali e crescente incertezza geopolitica, gli investitori dovrebbero evitare strategie illiquide come la peste: rinunciare alla liquidità va fatto solo se esiste un chiaro vantaggio competitivo nella selezione imprenditoriale ” ha ricordato in questi giorni Louis Gave, uno dei più quotati strategist di Wall Street e co-fondatore di Gavekal Research, la cui newsletter (che costa la modica cifra di 20.000 euro l’anno) è seguitissima dai più importanti money manager del mondo.

Chi ricorda come sono andati i fondi di private equity collocati fra fine anni ’90 e inizio 2000 in Italia (Fidia Prudentia docet con alle spalle all’epoca come gestori Comit, Credit, Banca Roma e Mediobanca) nutre dubbi sull’abilità della squadra di segnare il gol (qui un approfondimento). Per non parlare dei fondi immobiliari, fatti anch’essi di asset illiquidi e soggetti a stime e non a valutazioni di mercato, che hanno congelato i soldi di molti italiani per più di un decennio con perdite rilevanti.

E se gli italiani piangono, gli inglesi non ridono

Qualche giorno fa sono stati sospesi fondi immobiliari per 22 miliardi di sterline in UK.  Secondo i dati forniti dall’agenzia Fitch sono 117 i fondi d’investimento che hanno dovuto sospendere le quotazioni congelando ben 54 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 10 anni.

Il caso che sta facendo più discutere in Europa nel mondo dei fondi d’investimento e facendo fare una figura barbina a molte autorità di controllo (quelle francesi e inglesi in particolare) è quello dei fondi H20 (e di cui su questo blog spesso abbiamo parlato anche in tempi non sospetti).

 

 

Una delle società di gestione superstar nelle performance negli anni passati che ha visto quest’anno le quotazioni di numerosi fondi bandiera prima crollare per scommesse finanziarie sbagliate ma poi ricevere dalla Consob francese l’altolà per alcune settimane a proseguire la distribuzione (sospendendo fino a metà ottobre circa sottoscrizioni ma anche riscatti). Il motivo della debaclè e dello stop? La presenza di obbligazioni illiquide (ovvero senza mercato e possibilità di liquidarle) che aveva superato ogni livello di guardia.

La società franco-inglese H2O su pressione delle autorità francesi sta procedendo in queste settimane allo scorporo nei fondi delle attività liquidabili da quelle illiquide e quindi i risparmiatori fra poche settimane potranno negoziare le quote dei fondi “sani” mentre la restante parte resterà congelata fino a quando non si chiuderà la cessione sul mercato (potrebbero volerci mesi o anni) ed emergerà il reale valore dei bond non quotati (fra cui anche quelli dell’italiana La Perla) legati al discusso finanziere tedesco Lars Windhorst.

Coinvolti in questa vicenda anche investitori italiani visto che i fondi di questa società erano collocati da oltre 30 intermediari in Italia tra cui Azimut, Banca Generali, Bper, Bnl Bnp Paribas, Fineco, IWBank, Mediolanum e Widiba per citare solo i più grandi.

La vicenda H20 è però soprattutto emblematica ed è un campanello d’allarme per i risparmiatori italiani sul fenomeno dei titoli illiquidi poiché mostra il lato oscuro e pericoloso dell’investimento, anche attraverso fondi, di asset che non hanno un mercato di riferimento come quello borsistico.

Investire sugli illiquidi conviene?

Siamo sicuri che puntare su asset da cui è enormemente difficile uscire sia una strategia di investimento attuale e al passo coi tempi? “In un mondo che cambia a un ritmo sempre crescente e con un futuro sempre più difficile da decifrare, sempre più denaro si riversa in fondi di private equity e altre forme di investimenti bloccati” osserva Louis Gave “Questo è strano”. Evidentemente a qualcuno conviene convincere le persone del contrario.

(Un estratto di questo articolo è stato pubblicato anche da IL FATTO QUOTIDIANO lunedì 28 settembre 2020 nella nostra sezione rassegna stampa)

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