QUELLE COMMISSIONI DI PERFORMANCE CALCOLATE IN MODO FARLOCCO E FATTE PAGARE PER ANNI AI RISPARMIATORI ITALIANI

E’ da quindici anni che le autorità nazionali cercano di imporre alle società di gestione nostrane commissioni di performance che non siano predatorie. Nel 2005 Banca d’Italia ha introdotto delle norme per evitare che le commissioni di performance venissero calcolate su periodi mensili o trimestrali e su benchmark farlocchi, che nulla avevano a che fare con il potenziale di rendimento (e di rischio) in cui i fondi investivano. Il risultato fu che molte società di gestione, per dribblare la normativa italiana, trasferirono i loro fondi all’estero, in Lussemburgo o in Irlanda, dove le maglie erano molto più larghe sul metodo e il periodo di calcolo delle commissioni di performance.
 
Una voce di bilancio che come dimostra una recente indagine di UBS può cambiare ii numeri a fine anno di molte società quotate: secondo le stime della banca elvetica, le commissioni di performance incideranno quest’anno sugli utili di Banca Generali, Azimut, Banca Mediolanum e Anima in misura variabile dal 11% al 37% dei ricavi.
 
Un tema, quello del corretto metodo di calcolo delle commissioni di performance, sullo sfondo da anni e che abbiamo già approfondito (per esempio qui bit.ly/commissioni-performance)
 
Ora l’ESMA, lAuthority europea di sorveglianza dei mercati, racconta un articolo pubblicato su Milano Finanza, ha redatto delle linee guida per il calcolo e l’applicazione delle commissioni di performance. Che ovviamente sono in totale contrasto con quelle fin qui seguite dai campioni nazionali del risparmio gestito. La cosa che sorprende è che non sono vincolanti: ogni Authority nazionale (nel nostro Paese Banca d’Italia e la Consob) dovranno decidere se farle valere oppure no.
Se venissero recepite le indicazioni ESMA, molte società quotate vedrebbero pesantemente decurtati i loro utili, perché non potrebbero più calcolare le commissioni di performance come hanno fatto finora. Il benchmark per calcolare le commissioni di performance – secondo l’Authority Europea – deve essere coerente con l’obiettivo di investimento del fondo, la frequenza di calcolo deve essere annuale e in caso di perdite queste dovrebbero essere recuperate prima di far pagare nuove commissioni di performance ai risparmiatori.
 
Vedremo se e come l’Italia recepirà queste indicazioni e se i risparmiatori italiani, che pagano secondo uno studio di Morningstar i costi più alti del mondo sui fondi comuni, continueranno a essere vasi di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro.

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