TRA LA BABELE EUROPEA E GLI EMERGENTI COLPITI DAI DAZI, IN BORSA C’ERA UN UNICO SCATTISTA. E ORA?

Doveva essere, secondo i report delle grandi banche d’affari, un trimestre nel segno azionario più dell’Europa che degli Stati Uniti visto anche la forte ascesa del mercato statunitense e i multipli più convenienti delle società quotate nel Vecchio Continente.
E doveva essere un trimestre dove puntare sui mercati azionari emergenti e sulla Cina grazie a economie in forte crescita e prezzi sacrificati.
Sull’obbligazionario le idee erano più confuse e c’era chi suggeriva di puntare sull’Italia perché “i timori dei mercati sono eccessivi” o comunque di sperare in maggiori opportunità, dopo il pessimo primo semestre perché le valutazioni erano tornate interessanti.

Il TRUMPolino spinge la locomotiva Usa

I mercati hanno smentito quasi tutte le previsioni dei guru, compresa quella del famoso detto sull’azionario Usa “sell in may and go away” ovvero “vendi in maggio e scappa”.
Le previsioni come si sa sono fatte per essere contraddette e negli Stati Uniti, dove questo detto è nato (partendo dall’osservazione dei cicli storici di Borsa), in realtà anche quest’anno la regola è stata clamorosamente smentita.
Dal 1° maggio l’indice MSCI Usa che raggruppa l’andamento delle principali azioni statunitensi è stato decisamente il migliore grazie alla forza dell’economia che sta creando un solco rispetto a tutti gli altri Paesi Sviluppati.

La politica che veniva considerata “folle” di Donald Trump di abbattere la tassazione a privati e imprese come di usare l’arma dei dazi per riportare sotto controllo il deficit commerciale sta ottenendo risultati concreti con gli utili delle aziende in crescita di oltre il 20%. E aver rinegoziato con successo anche il Nafta ovvero l’accordo con Messico e Canada ha dimostrato che come negoziatore Donald Trump ci sa fare e un mercato di sbocco così importante come gli Stati Uniti nessun Paese può permettersi di perderlo.

Per vedere un terzo trimestre così forte sull’azionario Usa bisogna tornare al 2013 con gli indici ai massimi storici e flussi degli investitori internazionali che considerano tutto sommato quest’area quella meno problematica e più sicura nonostante le valutazioni più elevate e il dollaro Usa è tornato a essere considerato un porto più sicuro di altri.

Il Vecchio continente al palo, gli Emergenti in ribasso
L’Europa presenta da anni multipli più convenienti dal punto di vista azionario come prezzo/utile ma è sempre una Babele capire cosa è veramente dal punto di visto politico e quanto potrà resistere, mentre Paesi Emergenti e Cina con la guerra dei dazi lanciata da Trump sono diventati mercati meno appetibili di un tempo e con valute considerate “moneta cattiva”.

Sul fronte dei mercati emergenti o cosiddetti di frontiera abbiamo poi assistito nel terzo trimestre ad alcuni capitomboli anche clamorosi come in Turchia (-20%) ma anche Cina e India, il mitico impero di Cindia raccontato dal giornalista Federico Rampini come la super potenza destinata a conquistare il mondo, non ha certo brillato.

In Europa poi sono tornate ad affacciarsi diverse tensioni con l’annuncio della fine graduale del Quantitative Easing da parte della BCE che ha iniettato in questi anni migliaia di miliardi sul mercato, comprando titoli obbligazionari soprattutto governativi e facendone scendere i rendimenti e con il progressivo affermarsi in molti Paesi europei dei cosiddetti partiti “sovranisti” in vista di elezioni europee che si svolgeranno dal 23 al 26 maggio 2019 e che potrebbero segnare un cambio significativo degli equilibri e delle politiche finora perseguite dall’Unione Europea a trazione soprattutto tedesco e francese.

La Borsa italiana brucia tutti i guadagni

L’indice azionario delle Borse Mondiali, il MSCI World in euro, è salito aiutato dalla performance della Borsa americana nonostante la cosiddetta guerra dei dazi che ha invece messo a dura prova, come spiegato prima, le Borse dei Paesi Emergenti o Asiatici (Giappone escluso) dai metalli preziosi (-15%) al settore delle telecomunicazioni (-6,5%).

Anche in Europa le cose non sono andate molto bene e soprattutto l’Italia ha perso non solo tutto il rialzo precedentemente accumulato nel 2018 ma si è portata in negativo sia nel segmento delle blue chip che delle mid e small cap. Un calo accentuato nelle ultime settimane dalle attese e paure sulla nuova manovra di bilancio 2019 e su quale impatto può avere sui conti pubblici italiani e sullo spread.

In questo quadro Piazza Affari ha perso nel trimestre il -3,82% mentre Cina (-7,89%) e India (-4,02%) hanno perso diverse posizioni ma non come la Turchia che è quasi capitolata (-20%) mentre fra i settori consumi discrezionali, salute e tecnologia sono stati i più forti insieme al comparto petrolifero trainato dai nuovi record biennali del prezzo al barile mentre tra i peggiori si è distinto sicuramente il settore bancario.

 

Come mostra l’andamento medio dei fondi che investono su diverse aree geografiche solo l’America ha ottenuto nel trimestre perfomance positive

 

Obbligazionario, ancora profondo rosso

Sul mercato obbligazionario la tendenza già negativa nel primo semestre che aveva visto l’indice del settore (Fideuram Obbligazionario) perdere più del 2%, ha lasciato sul terreno un altro mezzo punto. Nel 3° trimestre l’indice ha perso ulteriormente lo 0,5% portando il bilancio a -2,5% da inizio 2018.
Alcuni comparti hanno preso sberle veramente significative che sono arrivate al -10% per i mercati obbligazionari emergenti trainati al ribasso dalla crisi di alcune valute come il peso argentino, la lira turca e dalla debolezza anche dello yuan cinese.

Il governativo obbligazionario italiano (quello che una volta si definiva “free risk”) ha perso il -5,5% (su un paniere di titoli rappresentativo con durata di circa 7 anni come scadenza) di cui quasi il -3% nel terzo trimestre e negli ultimi giorni ha accentuato ancora la discesa.

 

Come mostra il grafico in un contesto pur non positivo per il mercato azionario i titoli di stato italiani sono stati i più penalizzati

 

Gli Usa: un brillante futuro dietro le spalle?

La baldanza con cui il nuovo presidente della FED, Jerome Powell, parla di un aumento graduale dei tassi di interesse negli Stati Uniti non piace al mercato perché un aumento dei tassi significa inevitabilmente un calo del prezzo dei titoli (per adeguarsi ai nuovi rendimenti) e in questi giorni abbiamo visto il rendimento dei Treasury USA (i titoli decennali, l’equivalente dei nostri BTP) arrivare al 3,2% all’anno. Un livello che non si vedeva dal 2011 e che è frutto delle vendite di investitori istituzionali soprattutto “preoccupati” per l’ottimo andamento dell’economia Usa. E più salgono i rendimenti dell’obbligazionario più rischiano di fare concorrenza alle azioni. Con il rischio di innescare vendite sull’azionario Usa tali da mettere in discussione il trend rialzista molto forte della Borsa Usa che è in atto da molti trimestri. Qualche segnale di incrinatura si è iniziato a vedere con i primi giorni di ottobre e vedremo nei prossimi giorni se si tratta di una normale correzione (è diverse volte è già successo anche quest’anno sull’azionario Usa e la “capitolazione di Wall Street” negli ultimi 5 anni è stata già annunciata almeno 12 volte) destinata a ricomporsi o qualcosa di più significativo.
Negli scorsi giorni l’indice ISM non manifatturiero negli USA a settembre è salito a 61,6 segnalando un’attività economica a quota 65,2, il livello più alto da 21 anni. E lo scorso mese negli Stati Uniti si è assistito alla creazione di 230.000 posti di lavoro nel settore privato, il dato più alto da febbraio, nonostante la disoccupazione negli ultimi mesi oscilli tra il 3,8% e il 3,9%, ai minimi da quasi 20 anni. In pratica, il mercato del lavoro americano è in piena occupazione e grazie a tassi di crescita sostenuti per la prima economia mondiale, il numero degli occupati continua a salire.

L’inflazione, c’è chi la cerca e c’è chi la teme

Se in Europa l’inflazione sembra sconosciuta negli Usa si teme che possa superare il 3% (attualmente è al 2,9% circa e quindi il tasso reale di rendimento degli Usa è attualmente dello 0,3% sul decennale) e i mercati iniziano a scontare un rialzo dei tassi Usa fino al 3,5% per quando si terranno le elezioni presidenziali USA nel 2020.

Fra le poche aree che nell’obbligazionario si sono difese non stupisce quindi che si trovino le obbligazioni in dollari per effetto soprattutto della valuta (tornata a 1,15 contro l’euro) seppure l’aumento dei tassi abbia giocato contro e nel terzo trimestre il rendimento dei bond Usa 7-10 anni sia stato negativo di circa lo 0,4%. Solo l’high yield si è salvato dalla discesa dei prezzi del settore come i titoli collegati all’inflazione Usa mentre non c’è stato quasi scampo dalla discesa forte del mercato in tutti i continenti (Oceania compresa a vedere cosa è successo ai bond australiani) di oltre il 2,5% medio nel trimestre.

La regola numero uno è difendersi

In un quadro così complesso sia nell’azionario che soprattutto nell’obbligazionario le nostre strategie hanno giocato particolarmente in difesa, tenendo una quota elevata in liquidità o impiegata sul brevissimo termine e riuscendo a evitare molte mine di cui è stato disseminato il mercato in questi 3 mesi.

Giustamente alcuni investitori si concentrano sulle occasioni di guadagno mancate. Che però riguardano un solo mercato (gli Usa) guidato da una manciata di titoli (Amazon in primis).

Ma ci è capitato in queste settimane e mesi di sentire tanti clienti che hanno investito su tante posizioni (di testa loro) e sono incappati in incidenti di percorso di non poco conto dalle obbligazioni Astaldi (che subiranno una pesantissima ristrutturazione) ai bond in lira turca (che in un anno hanno dimezzato il loro valore e li proponeva un primario intermediario nazionale) ad alcuni titoli bancari che per anni abbiamo avuto in portafoglio (come Banca Ifis) e da mesi non incontrano più il favore del mercato (solo che noi siamo da mesi fuori) per non parlare di tutto il comparto bancario che da maggio ha perso il 30% del proprio valore. Tutte sberle da cui non è facile riprendersi. Per questo motivo sarà anche stressante seguire la nostra operatività, che non è certo immune da falsi segnali, ma secondo noi la prima regola è proteggersi. E avere un metodo e una strategia di entrata e di uscita. Soprattutto in mercati sempre più volatili e oggettivamente spiazzanti.

Alcune settimane fa abbiamo preso la decisione di ridurre fortemente l’esposizione sul mercato italiano (e potremo continuare a farlo se continueranno i singoli titoli a dare segnali di rottura e debolezza) come di sottopesare fortemente l’azionario emergente fino anche a escluderlo a favore dell’azionario Usa e di alcuni settori che consideravamo interessanti (tecnologia e healthcare) e dell’azionario mondiale.
Sull’obbligazionario analogamente abbiamo giocato in difesa, aumentando la liquidità e favorendo l’esposizione sul dollaro Usa.
Il paradosso di questi mercati è che investire a tutti i costi con l’idea che i soldi è meglio non tenerli fermi può costare caro e per questo motivo un approccio attivo e flessibile come quello seguito dalle nostre strategie consigliate evita in simili situazioni di mercato di essere totalmente in balia del mercato e avere un approccio nettamente più difensivo.

Riguardo le nostre strategie nei portafogli self service o nei servizi di consulenza personalizzata come anticipato nella precedente relazione abbiamo realizzato con il terzo trimestre e quello appena iniziato l’implementazione dei nostri nuovi modelli e metodi di selezione integrati (analisi quantitativa e fondamentale) che bene si sono comportati in confronto all’andamento di mercato, suggerendo in modo molto forte di uscire da determinate aree che in effetti si sono poi mostrate piuttosto problematiche.

Entro la fine dell’anno abbiamo in mente di fornire una presentazione di alcune delle linee essenziali di queste strategie e vi terremo informati come di diverse novità che riguardano la nostra società di consulenza finanziaria indipendente e tutto il settore.

 

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