I predatori dell’inflazione perduta. È una cosa seria e le azioni sono ora da buttare?

Il settimo appuntamento della Lettera Settimanale affronta il tema dell'inflazione e il come i mercati finanziari reagiranno a una fiammata dei prezzi. E vi spieghiamo perchè il confronto fra il rendimento del Treasury Usa con il dividend yield è una bischerata.

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“Inflazione significa essere povero con tanti soldi in tasca” diceva il grande Ugo Tognazzi (più economista lui che molti money manager viventi e loro cantori) e la settimana passata (l’ottava) è stata dominata dal tema “se l’inflazione riparte sono cazzi amari e non c’è quasi salvezza per l’investitore”.

E il termine da pronunciare con imbarazzo è inflazione, perché l’altro è stato sdoganato nel dizionario italiano da tempo da uno dei più grandi linguisti italiani, Tullio De Mauro, scomparso nel 2017.

Il termine inflazione è esploso, infatti, nelle ricerche e analisi finanziarie di tutto il mondo e non solo nelle ricerche su Google degli abitanti dello Zimbabwe che convivono con un indice dei prezzi al consumo del +400% nell’ultimo anno con la banca centrale che deve stampare sempre più biglietti anche dal taglio più alto per stare dietro questa spirale.

La preoccupazione n.1 da vendere questa settimana ai risparmiatori (quasi ogni settimana ce n’è una) è l’impennata dei tassi a lungo termine negli Stati Uniti da cui per un effetto domino sembra che tutto il mondo possa crollare.

Abbiamo letto che tutto questo potrebbe avvenire poiché il titolo obbligazionario Usa decennale (il Treasury USA) ha superato la soglia di rendimento dell’1,5% diventando più “attraente” dell’azionario Usa, poiché il rapporto dividendo/prezzo dell’indice azionario S&P 500 è dell’1,47%.

Premesso che sui mercati finanziari fare previsioni sull’andamento prossimo futuro dal punto di vista statistico e reale è come giocare a testa o croce, questa relazione dividendi azioni/rendimenti obbligazionari è abbastanza una bischerata se ci fosse qualcuno che volesse approfondirla. Per 3 ragioni.

Prima di tutto il dividendo è una parte eventuale dell’utile distribuito come sa qualsiasi studente di ragioneria o investitore. Una società può decidere di distribuire tutto l’utile, distribuirne una parte o non distribuirlo per niente e trattenerlo a riserve.

E una società che non distribuisce l’utile o ne distribuisce molto poco, non necessariamente è un’azienda gestita da pazzi, ladri o incompetenti.

C’è anche la possibilità che sia un’azienda che cresce molto e che abbia azionisti che preferiscono reinvestire tutti i profitti piuttosto che staccarsi delle cedole perché stimano che il rendimento del capitale salirà in modo ancora più forte. Ed è proprio quello che fanno le aziende cosiddette growth (crescita in italiano) e tecnologiche.

Se si vuole fare un confronto più corretto ed equo bisognerebbe mettere quindi in relazione il rendimento obbligazionario con il rendimento azionario complessivo ovvero gli utili per azione.

Questa metodologia di valutazione esiste da diversi lustri e viene definito “Fed Model” poiché, secondo alcuni economisti, questa relazione è fra quelle scrutate anche dai banchieri centrali.

Questo modello valuta se il prezzo pagato per i flussi di cassa più rischiosi guadagnati dalle azioni è appropriato confrontando le misure di rendimento atteso per ciascuna attività: YTM (rendimento annualizzato) per le obbligazioni e utile/prezzo per le azioni (l’inverso del rapporto prezzo/utili).

 

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In pratica l’attuale rendimento del decennale Usa (1,4%) si dovrebbe secondo questo modello confrontare con il rapporto utile prezzo che attualmente è 4,5% circa. Questo indicatore non serve certo a predire in modo infallibile il futuro (non esiste nessun indicatore “magico” purtroppo) ma il confronto è meno peregrino di quello tra il rendimento obbligazionario e il dividend yield.

La seconda ragione per cui questo confronto può essere una bischerata lo ha splendidamente dimostrato un analista finanziario italiano capace come Gaetano Evangelista che ha pubblicato un bel grafico, ricordando che sul finire degli anni ’50 ci fu il sorpasso dei rendimenti obbligazionari Usa sui dividendi e sapete cosa accadde? Che nel decennio successivo l’S&P 500 più che raddoppiò di valore a dimostrazione che questa semplificazione vale per quel che vale.

Terza considerazione da fare me l’hanno rubata di bocca i bravi gestori della società di gestione londinese Niches che questa paura per l’inflazione è un po’ assurda.

Per quanto tempo tutti ci siamo lamentati dei tassi bassi o addirittura negativi?

Ricordiamo alcune delle ripercussioni dell’inflazione zero…

  • Rendono i deficit previdenziali insopportabili, per Stati e società.
  • Rendono il business delle assicurazioni vita non praticabile.
  • Disintegrano la redditività delle banche.
  • La deflazione ha un effetto negativo sui consumi e investimenti in due modi: da una parte il consumo/investimento viene posticipato in attesa che il bene costi meno, dall’altra una dinamica nominale di salari e profitti/vendite negativa o piatta riduce la percezione di crescita economica del dipendente e dell’imprenditore.
  • Un ambiente deflazionistico ha un effetto negativo anche su provider di servizi regolati come utilities e telefonici le cui tariffe sono legate in molti casi a tassi derivanti da panieri non attuali e che portano quindi alla riduzione dei margini.

Sentendoci anche noi di escludere che l’inflazione sia diretta verso i livelli dello Zimbabwe il suo ritorno segna che l’economia sta tornando a girare e nei prossimi mesi un bel po’ di soldi si sposterà sui consumi a partire dagli Stati Uniti e dalla Cina.

Le banche centrali come i domatori si troveranno certo a dover gestire una fase non semplice ma i tassi di disoccupazione di molti Paesi ci suggeriscono negli ultimi lustri che l’inflazione di alcune componenti non si trasferirà facilmente su tutta la curva dei prezzi.

L’investitore accorto (quello che ci legge) sa già, se non vive sulla Luna, che l’obbligazionario, oggi, in larga parte, non genera rendimenti reali positivi e non è nemmeno arci-sicuro come un tempo e per questo rifugiarsi solo nell’obbligazionario è una falsa sicurezza. Un portafoglio diversificato e in base al profilo di rischio di ciascuno deve prevedere un mix di tutto e anche di obbligazionario Usa poiché la logica di un portafoglio robusto non è avere solo quello che va bene e sale ma avere pesi e contrappesi poiché nessuno conosce il futuro e da dove arriverà il prossimo “cigno nero”.

Sul tema che l’azionario sia troppo caro e con quotazioni eccessive ne abbiamo spesso parlato (recentemente su SoldiExpert LAB anche qui) e se dobbiamo tenere conto i fondamentali e i mercati finanziari come i rendimenti obbligazionari, il dividendo/prezzo ma anche soprattutto il rapporto prezzo/utile e magari calcolato su un ciclo di 10 anni come suggerisce l’economista premio Nobel Robert Shiller con il suo “Cape Ratio” esistono certo mercati più o meno valutati e il nostro osservatorio trimestrale suddivide così le principali Borse nei 3 gironi delle valutazioni: Paradiso, Purgatorio e Inferno.

Giudizio sintetico sui fondamentali (utile, dividendi, rendimenti obbligazionari)

Non sono solo questo tipo di valutazioni che effettuiamo nei nostri portafogli consigliati (che diversificano fra asset ma anche fra strategie) e che l’argomento delle valutazioni è scienza complicata ce l’ha dimostrato ancora una volta Warren Buffett, il più famoso finanziere “value” di tutto il mondo che ha presentato i conti della sua Berkshire Hathaway che hanno segnato un record nel quarto trimestre 2020 con un utile netto di 35,8 miliardi di dollari (+23%) riaffermando comunque la sua fede negli Stati Uniti (“mai scommettere contro l’America.

Nei suoi brevi 232 anni di esistenza, non c’è stata nessuna incubatrice capace di scatenare il potenziale umano come l’America. Nonostante alcune gravi interruzioni, il progresso economico del nostro Paese è stato mozzafiato”), i suoi dubbi sul mercato obbligazionario ( “in questi giorni non il miglior posto dove stare”) invitando però non a aumentare i rischi nel segmento per cercare rendimento: “i prestiti rischiosi non sono la risposta a tassi di interesse inadeguati”, ha scritto Buffett nella sua lettera annuale agli azionisti: “30 anni fa, l’industria del risparmio e del prestito un tempo potente si è autodistrutta, in parte ignorando questa regola”.

E ha voluto anche rassicurare i suoi azionisti sul suo stato di salute e sul fatto di dirigere a 91 anni una delle più importanti società quotate a Wall Street ha ricordato che il suo amministratore delegato preferito, la donna d’affari Rose Blumkin, fondatrice di Nebraska Furniture Mart (il più grande negozio di arredamento per la casa in Nord America di proprietà dal 1983 dell’impero Buffett) ha lavorato fino a 103 anni.

Un’età di pensionamento ridicolamente prematura secondo me e Charlie” ha annotato Buffett riferendosi a Charlie Munger, vicepresidente di Berkshire e “delfino” del saggio di Omaha.

Tra l’altro l’investimento più profittevole della sua società si è dimostrata ancora una volta Apple dove detiene una partecipazione valutata attualmente circa 120 miliardi di dollari Usa.

E qualcuno ricorderà che fino a qualche anno fa Buffett si vantava di non investire in aziende tecnologiche perché troppo di moda e con un business per lui troppo complicato da capire. Poi il pentimento con l’ammissione in un’intervista a Cnbc che non avere acquistato titoli come Apple e Amazon era stata un’idiozia.

Chi investe e vuole tenere salde le proprie idee e non approfondirle e metterle continuamente in discussione non è oggi un bravo investitore e questa presunzione può costare cara ci ricorda sempre questo arzillo vecchietto. Ed è una lezione che noi “giovani” non possiamo ignorare.