RISPARMIATORI ITALIANI, VITTIME O COMPLICI DI BANCHE POCO VIRTUOSE?

C’è la banca che chiede all’imprenditore che ha bisogno del fido di sottoscrivere in cambio le sue azioni, il cliente che chiede un mutuo e se ne esce con un finanziamento e un investimento illiquido “a sua insaputa”, chi è “moralmente” obbligato a sottoscrivere gestioni separate di banche commissariate, chi è costretto a tenere aperto il conto presso una banca perché l’istituto gli ha addebitato costi non dovuti e non vuole rimborsarglieli, chi per non pagare le commissioni di ingresso sui fondi è costretto a comprare servizi di consulenza.

Le cronache finanziarie mostrano il moltiplicarsi di pratiche commerciali scorrette o eticamente discutibili (e questo sia ben chiaro non succede solo in Italia) da parte dei collocatori di prodotti finanziari. Le colpe? Non sono solo delle banche e delle reti di vendita ma anche forse dei risparmiatori stessi, cui i collocatori sembrano essere riusciti a cucire un abito su misura, una sorta di camicia di forza, con cui li tengono legati. Accada quel che accada.

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“Chi si somiglia, si piglia” recitava lo spot di Veneto Banca, che insieme alla Banca Popolare di Vicenza, ha congelato i soldi di 200 mila risparmiatori cui ha venduto i propri titoli illiquidi. Ma questi risparmiatori sono sempre e solo delle vittime o ci hanno messo del loro?

La relazione ispettiva effettuata da Bankitalia nel 2001 sulla Banca Popolare di Vicenza evidenziava che almeno da quattordici anni per convincere i clienti della banca a sottoscrivere le azioni venisse prospettata o fatta credere una crescita costante dell’investimento. Ovviamente “risk free”. Un binomio impossibile e irrealistico che è indecente non solo promuovere da parte della banca, ma anche illusorio ricercare da parte del cliente-azionista. L’obiettivo della banca secondo Bankitalia era “gestire il consenso”.

E’ andata avanti per anni, ma come afferma Gianluca Paolucci su la Stampa “con il beneplacito di tutti: azionisti, controllori e controllati”. Fossimo stati un altro Paese, quello che non sceglie gli investimenti sul libro dei sogni, forse sarebbe finita prima. E il buco che oggi ammonta a 8,3 miliardi non sarebbe diventato una voragine.

 

Bpvi e Veneto Banca azioni di valore
fonte Prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè – Comitato Direttivo ABI Lab – Bocconi University – SDA

 

Già perché in media gli investitori italiani i rendimenti se li aspettano molto alti e senza rischi: il 9% all’anno è un rendimento considerato raggiungibile da molti italiani che si dichiarano però avversi al rischio come ha mostrato una ricerca di Natixis Asset Management. E attese irrealistiche sono la premessa a cocenti delusioni come dimostra la vicenda delle due popolari venete. E forse c’è qualche ragione se si collega parte di questi comportamenti con il fatto che nelle classifiche internazionali gli italiani sono spesso agli ultimi posti come cultura finanziaria.

L’Italia è un Paese in cui spesso si sceglie il consulente per i propri investimenti in base alla prossimità fisica e alla relazione (senza valutare altri aspetti ben più importanti). Il cliente italiano il consulente lo vuole vicino e sul territorio. A portata di mano. Il contatto fisico e vis a vis con il consulente finanziario rimane per il risparmiatore medio italiano imprescindibile. Finora i tentativi di superare questo rapporto one to one, bancario o promotore e cliente, sono miseramente falliti o sono rimasti tentativi di nicchia. Anche in tempi moderni.

Non è un caso che alcuni analisti mostrino come punto dolente del modello CheBanca! la mancanza di una rete fisica di promotori sul territorio. E la banca “yellow” sia quotata come una di quelle maggiormente interessate a rilevare la rete di Barclays Italia. Il totem digitale con cui la banca retail del Gruppo Mediobanca vorrebbe dematerializzarli non sono per il sistema italiano ancora in grado di sostituire il rapporto umano. E non è solo perché siamo un paese anziano sia anagraficamente sia come concentrazione di patrimoni.

Anche la generazione Y (17-34 anni) secondo un sondaggio effettuato da Gfk Eurisko per Epfa Italia mostra che quando si tratta di decidere come investire e quali prodotti comprare il cliente italiano ha bisogno soprattutto di una relazione fisica con i propri consulenti finanziari. Non può essere un caso che le realtà maggiormente di successo nel banking on line, Fineco in primis, abbiamo una rete sul territorio di migliaia di promotori. E che recentemente ci sia stata una fusione tra una rete di promotori finanziari (Ubi) e una banca on line (Iwbank) per tentare di replicare con IWBank Private Investments il modello di successo Fineco ma partendo subito col piede storto a vedere come sono stati trattati i vecchi clienti della banca.

Il modello soprattutto o esclusivamente digitale interessa ancora una parte minoritaria di risparmiatori italiani seppure questa tendenza è in crescita ma si tratta ancora di una nicchia. Le masse evidentemente vogliono la rete fisica sul territorio e possibilmente anche gli sportelli fisici. Il successo di Bancoposta è lì a dimostrare l’incredibile potenza di questo mix a prescindere dalla preparazione finanziaria degli addetti allo sportello e dei prodotti collocati. E della capacità del Gruppo, recentemente multato dalla Consob e prossimo alla quotazione in Borsa, di vendere ai propri clienti prodotti veramente adatti al loro profilo rischio.

 

Poste pacco

Fra le banche che in questi anni hanno mostrato più alti tassi di “retention” ovvero capacità di trattenere i clienti anno dopo anno e non perderli colpisce che in cima alle classifiche non ci trovi le banche migliori come bilanci e parametri di efficienza ma spesso istituti che hanno avuto più di un problemino.

Può perfino capitare di vedere che banche commissariate abbiano accresciuto la raccolta diretta e in questi anni fra le presentazioni di banche che si vantavano di avere la maggior “customer retention” vi erano nomi come MPS o Banca Popolare di Vicenza, istituti che se si esamina poi l’andamento dei bilanci di questi anni non proprio si possono definire dei “gioiellini”.

 

Banche chiacchierate
fonte Prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè – Comitato Direttivo ABI Lab – Bocconi University – SDA

 

Verso lo sportello che si frequenta da trent’anni il legame “morale” rimane talmente forte che recentemente un risparmiatore mi ha chiesto se può azzardarsi a sottoscrivere la gestione separata che gli ha proposto la sua banca che però è commissariata. Rischio di perdere soldi? Dalla banca mi assicurano di no e me lo sottoscrivono x legge”. E se gli chiedo se anche così fosse “A lei chi glielo fa fare di sottoscrivere questo prodotto?” mi risponde che ha un rapporto anche con la sua ditta lungo  30 anni  con questa  banca. E che a volte esistono anche “motivi morali.”

Un bel rompicapo comprendere simili comportamenti da parte dei risparmiatori se si crede alla teoria dell’homo economicus che sceglie in base a ciò che è più conveniente per lui.

E qui viene fuori il secondo problema tutto italiano: i clienti delle banche a volte si considerano in dovere di sottoscrivere i prodotti che la banca gli consiglia. A volte è un obbligo che sconfina quasi nel ricatto, come sembra avvenuto in tanti casi delle popolari venete in cui chi ha chiesto un mutuo o un finanziamento ha dovuto per ottenerlo sottoscrivere anche le azioni di questi istituti, ma a volte è il cliente stesso che si sente in debito “morale” verso la banca. E ne sottoscrive i prodotti per “compiacere” l’istituto o l’addetto allo sportello verso il quale c’è un rapporto magari decennale. E questa è una degenerazione e distorsione del rapporto banca-cliente. Non si sta comprando uno shampoo o un tailleur ma un prodotto finanziario. Non si può comprare per “dovere morale” ma se serve ed è utile a sé e alla propria famiglia. A meno di non puntare al “commissariamento” dei propri cari per investimenti fatti per piacere alla banca.

Il mal di budget, questo sconosciuto …

Le banche conoscono la debolezza psicologica di molti clienti e anche la loro scarsa cultura in materia di investimenti e utilizzano quest’arma alla bisogna. L’obiettivo è spesso quello con rassicurazioni, pressioni e a volte omissioni, di trattenerli o convincerli a sottoscrivere i prodotti che la direzione della banca ha maggiore interesse a collocare.

“Da una parte i banchieri – che pretendono budget irraggiungibili con pressioni commerciali esasperanti e nel frattempo tagliano, prepensionano, suggeriscono scivoli – dall’altra i clienti che ormai vanno in banca con un nodo alla gola o pronti alla guerra per il fido da conquistare.  Nel mezzo loro, i bancari. Sepolti dai tabulati inviati dagli uffici marketing che dettano chi chiamare, a che ora e per quale prodotto. Lo stress da performance è alto…”

Così scriveva qualche anno fa la giornalista Camilla Conti, su questo rapporto malato. Il cosiddetto “mal di budget”, di cui su Plus 24 il giornalista Nicola Borzi, da anni tiene un osservatorio dove si evidenzia che lo stress di chi lavora in banca da qualche lustro non è più costituito solo dal timore di trovarsi dentro una rapina allo sportello. Ma anche di subire le pressioni dei piani alti per conseguire il budget, costi quel che costi, cercando non solo di non perdere il cliente ma anche di renderlo sempre più lucrativo per la banca. Pena il rischio di subire un downgrading.

Col bail in qualcosa cambierà nelle abitudini dei risparmiatori?

Con la nuova disciplina che entrerà in vigore nel 2015 del “bail in” anche i correntisti potranno rimetterci se la propria banca entra in serie difficoltà. Sotto i 100.000 euro dovrebbe essere garantito lo scudo del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (e si spera naturalmente che ad avere problemi non siano banche sistemiche). E forse qualche risparmiatore in più inizierà a preoccuparsi della salute della propria banca.

Bail in 2
fonte Prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè – Comitato Direttivo ABI Lab – Bocconi University – SDA

La Banca Centrale Europea ha cambiato le regole del gioco per tutti: controllori, controllati, azionisti, obbligazionisti e correntisti. Chi sbaglia ora paga. Con i propri soldi.

Anche sul fronte giudiziario qualche recente sentenza abbandona la strada della difesa tout court dell’investitore e introduce in alcuni casi particolarmente gravi di negligenza da parte del cliente il concetto di concorso di colpa. Con la sentenza 1826 della Corte di Cassazione del 22 settembre scorso è stato stabilito che il cliente che ha posto una eccessiva fiducia nel proprio promotore finanziario, in caso di malversazioni da parte di quest’ultimo perde il diritto di risarcimento integrale del danno subito. Nel caso esaminato il cliente era solito consegnare denaro a mano al proprio promotore e gli consentiva di aprire la posta inviata dalla banca al cliente. Un comportamento che si presta evidentemente a frodi di ogni tipo.

Il risparmiatore non è più una specie protetta né per la giurisprudenza italiana né per l’Europa. La negligenza è diventata una colpa. E d’ora in poi l’investitore dovrà stare un po’ più attento perché sarà considerato parte in causa.

 

Bail in
fonte Prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè – Comitato Direttivo ABI Lab – Bocconi University – SDA

 

In questo contesto la consulenza finanziaria indipendente non legata ad alcuna “società prodotto” o “rete con mandato” o “banca” puo’ essere una alternativa da esplorare. Se si hanno dubbi su un prodotto consigliato dal proprio istituto di credito perchè troppo perfetto o in odore di “conflitto di interessi”, una seconda opinione qualificata e super partes può essere di aiuto per evitare molti fraintendimenti. I tempi sono cambiati e chi non sa o non ha capito non sarà più salvato. Ignorantia legis neminem excusat

 

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