Salvare l’Italia con i soldi della Bce? Anche in Italia c’è chi dice no

In un articolo pubblicato mercoledì scorso su Repubblica Alberto Bisin non condivide “la speranza riposta da governo, opinione pubblica e giornali sulle doti taumaturgiche delle istituzioni di politica monetaria..nella situazione del paese oggi non vi sono sostituti monetari indolori ai necessari interventi di politica fiscale”. Ovvero inutile e addirittura nocivo per l’Europa sperare in un aiuto della Bce a paesi come l’Italia. I compiti a casa noi italiani li dobbiamo ancora fare sostiene l’editorialista di Repubblica. Secondo Bisin la Bce non dovrebbe comprare titoli di stato di Italia e Spagna per calmierare gli spread. Perché questi spread sono “la conseguenza delle scelte di politica economica di alcuni paesi dell’EuroZona, Italia inclusa, che stanno (purtroppo) coerentemente minimizzando gli interventi atti a riaggiustare la propria posizione fiscale e competitiva”. Di “compiti a casa” l’Italia ne deve fare ancora per rimettere in riga le proprie finanze. E invocare l’aiuto della Bce per calmare gli spread comprando titoli del debito pubblico italiano viola il sistema di incentivi e vincoli stabilito dallo statuto della Banca Centrale Europa per impedire ai singoli stati di attuare delle “spese allegre” e poi di farne pagare il costo agli altri membri. E’ vero secondo Bisin che una parte del costo di finanziamento del debito italiano, come sostenuto dal governatore della Banca d’Italia dipenda anche da fattori esogeni ovvero dal rischio che l’euro salti, ma è anche vero che l’Italia paga per la sua mancanza di rigore sul fronte della spesa pubblica e anche per la sua bassa competitività.

Debito made in Italy, il grande freddo

Per gli investitori stranieri siamo un paese sempre meno “cool”. La percentuale di debito pubblico italiano in mano agli stranieri continua anno dopo anno a scendere. A gennaio del 2011 gli investitori stranieri detenevano il 43% del debito sovrano italiano: oggi tale percentuale è scesa a meno del 33%. Anche le banche italiane destano qualche preoccupazione oltreoceano. Oggi una banca italiana del calibro di IntesaSanpaolo per collocare un bond a tre anni deve offrire un rendimento del 4,99% per trovare investitori disposti a sottoscriverlo, mentre la tedesca Deutsche Bank (con tutto che non è una banca immacolata e opera con una leva molto elevata) paga su un bond a 10 anni un tasso dell’1,75%. E’ tutto il settore della finanza dell’Eurozona che ha ormai il “bollino rosso”. Bill Gross, il fondatore e co-direttore degli investimenti di Pimco, il piu’ grosso gestore obbligazionario del mondo in un articolo sul Financial Times, ha addirittura invitato gli investitori ad astenersi dall’investire nell’Eurozona. Secondo Gross la politica di sostegno della Bce è tutta un bluff ma anche se riuscisse nel compito di ridurre al 4% il costo di finanziamento di Italia e Spagna non sarebbe sufficiente perchè ai tassi di crescita attuali di questi paesi (negativi) e considerati in deficit gli spread anche del 4% farebbero aumentare ogni anno del 2-3% il rapporto debito/Pil. Ed è proprio la mancanza di crescita che fa nascere negli investitori d’oltreoceano la sgradevole sensazione che i paesi del Club Med non stiano attraversando un temporaneo problema di liquidità ma possano essere insolventi ovvero non siano in grado di ripagare l’enorme debito pubblico accumulato. Proprio oggi Goldman Sachs, la banca d’affari più famosa al mondo, ha comunicato di aver ridotto la propria posizione sul debito italiano del 92% nel secondo trimestre, dopo averla aumentata nei primi tre mesi. Una notizia data alla Sec, nella quale ha precisato che ”l’esposizione di mercato” ai bond del governo italiano e’ scesa a 191 milioni di dollari alla fine di giugno dai 2,51 miliardi di dollari della fine dei marzo. Nello stesso tempo Goldman aumenta invece la propria posizione sui derivati per assicurarsi da eventuali rischi di default per l’Italia. Speriamo certo che non accada e anzi Piazza Affari nell’ultima settimana ha mostrato in sintonia con le altre Borse europee un tono più positivo nonostante dati economici (si pensi al Pil e alla produzione industriale) terrificanti. La ragione? Si scommette su un imminente arrivo della cavalleria ovvero della Bce disposta a comprare con quote significative i titoli di stato spagnoli e italiani pur di far crollare lo spread e i tassi d’interesse.

Come ti taglio il debito pubblico italiano: le ricette si sprecano. L’immobile della Patria in vendita al miglior offerente

Di idee per uscire dalla crisi in questi giorni ne sono state sfornate tante e tutte hanno un minimo comune denominatore la (s)vendita dell’enorme patrimonio immobiliare pubblico italiano. Si potrebbero tirar su secondo il Pdl 400 miliardi e riportare il rapporto debito/pil al 100%. Poi finiti gli immobili non ci resta più nulla. Visto che nessuno vuole veramente intervenire sugli sprechi che ci sono in questo paese. A tutti i livelli. Vendere i gioielli di famiglia non ci sembra propriamente una idea geniale anche perché bisognerebbe capire bene chi compra e a quali prezzi. Ci rimane poi l’oro della Banca d’Italia e poi più niente. Rimane il patrimonio artistico e qualcuno di ha già gettato l’occhio. La Finlandia per esempio si dichiara disposta a finanziarci ma se non gli restituiamo i soldi vogliono in cambio un pezzo dello Stivale. Tipi tosti questi nordici.

Ahi ahi ahi per le banche italiane sono guai

L’italico vizio di non guardare molto oltre il proprio naso colpisce tanti in Italia, comprese le banche che anziché erogare credito alle imprese e alle famiglie hanno preferito con i soldi della Bce imbottirsi di titoli di stato. Secondo i dati contenuti nel Supplemento al Bollettino Statistico “Moneta e banche” pubblicato da Bankitalia, le banche italiane a fine giugno 2012 detenevano titoli di stato italiani per 316,1 miliardi di euro, in rialzo rispetto ai 302,5 miliardi di euro di maggio. Da inizio anno la quota di bond governativi detenuti dalla banche con sede in Italia è cresciuta di oltre 100 mld. Le operazioni Ltro che avevano lo scopo di scongiurare il credit crunch non sono serviti a niente. Mentre crescono i depositi privati (+2,9%), scendono dell’1,5% i prestiti alle imprese (su questo argomento, banche italiane “sicure” e sofferenze, sto preparando con Salvatore un report che pubblicheremo a breve su MoneyReport.it particolarmente ricco di dati). Un vero paradosso del resto le banche italiane hanno dei curiosi primati. Hanno per esempio la percentuale maggiore di crediti dubbi dell’Eurozona: 13% contro 7% e il più basso livello di copertura (in altre parole prestano peggio e coprono meno i crediti dubbi). Prestano sempre peggio: a giugno le sofferenze delle banche italiane sono salite al 15,8% dal 15,3 di maggio. Lo comunica Bankitalia nel consueto supplemento al bollettino statistico I crediti di dubbia esigibilità sono inoltre poco coperti. E drenano altri soldi. Nell’ultima trimestrale dei due colossi bancari made in Italy IntesaSanpaolo e Unicredito la voce delle “rettifiche nette su crediti” è aumentata per Unicredit del 36% e del 30% per IntesaSanpaolo.

Depositante avvisato mezzo salvato

C’è poco da fare: se la crisi è sempre più pervasiva sempre più imprese fanno fatica a stare dietro ai pagamenti e sempre più famiglie fanno fatica a pagare le rate dei mutui. Per questo lasciare i soldi sul conto corrente o aprire conti deposito pensando che sia l’investimento più tranquillo del mondo può non essere in questo scenario di mercato così tranquillo come sembra. Le banche italiane hanno il rapporto più altro tra impieghi e depositi: il 180%. In altre parole prestano il denaro dei depositanti 1,8 volte. E’ un livello molto più elevato rispetto alla maggior parte dei paesi Euro, degli Usa e del Giappone Per ridurre questo rapporto le banche cercano di aumentare i depositi attraverso l’offerta di allettanti tassi di interesse sui conti deposito (soprattutto se vincolati) o rifilando ai propri clienti i bond della casa. Soldi che non lasciano fermi ma che impiegano per erogare crediti a famiglie e imprese. Soggetti che ultimamente in Italia non se la passano benissimo. O per investire e speculare sui mercati. Nel suo bollettino mensile di agosto la Bce rileva che l’Eurozona ha visto un “netto deterioramento della valutazione del rischio di credito delle imprese” misurato dai tassi attesi d’insolvenza, con un “incremento che è stato particolarmente pronunciato per le imprese italiane e piuttosto moderato per quelle olandesi e tedesche”. Per questo tenere liquidità sul conto, soprattutto su un unico conto, in dosi massicce per “stare tranquilli” può rappresentare un rischio cui non si pensava di essere esposti avendo venduto tutte le azioni, le obbligazioni e i fondi che si detenevano per rifugiarsi nella liquidità. Noi nella nostra testa ci siamo messi in difesa ma la banca per fare il suo mestiere questa liquidità la impiega. Magari per comprare gli stessi titoli di cui ci siamo liberati. Non è meglio allora se si vuole stare tranquilli non lasciare il nostro denaro a disposizione della banca (se vi è della liquidità non investita nei nostri portafogli o extra) e investire anche in un fondo monetario (di quelli che abbiamo selezionato) o investire scommettendo non necessariamente sull’Europa e sull’euro. E’ davvero più rischioso in questa fase dei mercati assolutamente eccezionale e si spera temporanea investire rispetto a lasciare i soldi sul conto corrente? A ciascuno la sua personale risposta.

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