Salvate il soldato PIR. Tante commissioni, zero fondi all’economia reale. Banche e reti all’assalto del tesoro maledetto.

Non è probabilmente un caso che il relatore di una delle prime proposte portata sul tavolo della Commissione Finanze della Camera nel Conte II sia proprio un family banker di Banca Mediolanum che è anche vice presidente della Commissione parlamentare nonché deputato di Forza Italia. Si chiama Sestino Giacomoni e sulla sua pagina personale Linkedin si presenta come private banker di Banca Mediolanum e anche consulente finanziario indipendente seppure le due cose insieme suonano come un ossimoro.

La proposta che ha portato alla Camera è quella sostanzialmente di tornare alla normativa precedente fatta dal governo Conte I, magari incrementando le risorse che i risparmiatori privati possono investire nei Piani Individuali di Risparmio (PIR) e “ampliare gli strumenti d’investimento che si possono inserire in questo contenitore con l’obiettivo di sostenere l’economia reale in favore delle piccole e medie imprese e delle società che non possono aspirare alla quotazione in borsa”.

 

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In due anni ha sottolineato l’onorevole Giacomoni “ben 23 miliardi di euro di risparmi privati sono andati direttamente a finanziare le piccole e medie imprese”.
Soldi in verità che sono affluiti sui fondi d’investimento specializzati soprattutto di Intesa Sanpaolo e Banca Mediolanum che sono i ras del mercato e a voler essere un po’ pignoli nell’economia reale sono arrivati spiccioli (poco più dell’1% secondo una ricerca di CFO Sim). Se i soldi dei risparmiatori vanno in un fondo che compra azioni sul secondario di società quindi già quotate all’economia reale non arriva un cent e di reale ci sono soprattutto le commissioni di gestione che banche e reti possono generare grazie a questo strumento.

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Eppure la retorica finto patriottica che investendo sui PIR si canalizza il risparmio delle famiglie verso il sostegno all’economia reale e in particolare verso le piccole e medie imprese continua anche con questo governo con l’Abi che spinge per ritornare almeno ai Pir vecchia maniera. Passato il mese dell’educazione finanziaria, si invitano così i risparmiatori a concentrare i propri investimenti nel Belpaese che è proprio il contrario di quanto si dovrebbe fare secondo tutta la ricerca accademica mondiale. Sorge il dubbio che i veri beneficiari delle proposte finora portate in Parlamento siano banche e assicurazioni visto che gli stessi intermediari sembrano aver fatto cartello e continuano a impedire quasi totalmente ai risparmiatori di costruirsi un Pir fai da te senza passare dai prodotti del risparmio gestito. In Paesi come Francia e Gran Bretagna dove i veri Pir sono nati (e prendono il nome rispettivamente di Pea e Isa) il risparmiatore è al centro e non c’è assolutamente una riserva d’attività che di fatto costringe i risparmiatori che vogliono usufruire dei vantaggi fiscali a dover passare obbligatoriamente (a caro prezzo) dal risparmio gestito e non esistono soprattutto limiti geografici nazionalisti così stringenti.

Quasi tutti i partiti gli vogliono e le banche spingono perché si ritorni almeno alla proposta originaria che aveva fatto fare un boom alla raccolta (e alle commissioni)

La proposta fatta di rimettere mano ai Pir ha trovato un terreno fertile bipartizan fra Forza Italia, Pd e Movimento 5 Stelle e lo stesso ministro dell’economia Roberto Gualtieri sono tutti pronti a fare qualcosa dopo che una modifica normativa voluta fortemente dalla Lega (in prima fila allora il deputato Giulio Centemero) e dal M5S a inizio 2019 ha di fatto congelato la vendita di fondi PIR. L’idea giallo-verde (di fatto naufragata) nel Conte I era di obbligare questi fondi a investire almeno il 3,5% nelle azioni dell’AIM e il 3,5% in fondi di private equity. E c’è da ringraziare che quasi tutte le società di gestione per effetto anche della cattiva scrittura normativa abbiano bloccato dopo questa idea “meravigliosa” la raccolta su questi strumenti. Soprattutto vedendo quello che è successo alla regina dell’Aim, il listino di Piazza Affari dedicato alle “società ad alta prospettiva di crescita”, ovvero Bio On. La società specializzata in bioplastiche è infatti crollata dell’80% (ed era arrivata a valere quasi un quinto della capitalizzazione del listino AIM) e ora sospesa a tempo indeterminato dopo che la procura di Bologna ha accusato di falso e manipolazione del mercato i vertici societari. E se fosse stata inserita nei dossier PIR avrebbe causato un ulteriore falò dei risparmi, estendendo il danno a centinaia di migliaia di risparmiatori. Costringere un fondo d’investimento aperto a investire in asset illiquidi o quotati su mercati non totalmente regolamentati e trasparenti non è un’idea propriamente geniale come avevano fatto notare su queste pagine a inizio 2019.

In via di archiviazione l’idea “meravigliosa” il cantiere dei Pir si è quindi riaperto ed è comprensibile che banche e reti premano per un ritorno al vecchio status quo.
Grazie a un argomento di vendita irresistibile per molti risparmiatori come i forti stimoli fiscali (zero tasse su eventuali capital gain, dividendi, successione e donazioni se l’investimento di massimo 30mila euro viene mantenuto per almeno cinque anni) questo tipo di fondi e contenitori aveva riscosso un successo eclatante (23 miliardi di euro di raccolta all’apice del successo) che si è trasformato in centinaia e centinaia di milioni di euro di commissioni di gestione per banche e reti che hanno visto totalmente inaridirsi da inizio 2019 questo fiume di soldi.

 

 

Per l’industria del risparmio gestito un affare irresistibile visto che le spese di gestione medie annue applicate ai sottoscrittori sono di oltre il 2% e per un prodotto che probabilmente il risparmiatore terrà in portafoglio almeno 5 anni significa poter “tosare” circa un 10% di commissioni senza grande fatica. Certo un risparmiatore potrebbe più che dimezzare questi costi acquistando degli ETF (fondi passivi che replicano l’andamento di un indice e dove le banche non ci guadagnano quasi nulla se non l’intermediazione) sullo stesso paniere ma chissà perché di fatto la cosa non viene consentita dalla stragrande maggioranza delle banche. Decisamente non male l’affare dei Pir per i bilanci avari di molte banche italiane. Bella sarebbe l’idea di rimettere mano alla normativa sui Pir ma guardando all’esperienza francese e inglese (e magari anche come accade nei SIPP inglesi anche per il terzo pilastro previdenziale invece che far veicolare obbligatoriamente tutto tramite banche e assicurazioni per ottenere la deducibilità della previdenza complementare fino a 5164,57 annui) ma come dimostrano i dati sulla trasparenza imposta alle banche dalla Mifid2 sui rendiconti dei costi in Italia, il tema non suscita interesse quasi alcuno ai legislatori italiani e più che la tutela del risparmiatore si continua a privilegiare (anche alla Commissione Finanze) quella del banchiere. E pazienza se il risparmiatore medio italiano è fra i più tartassati di Europa come dicono i costi del risparmio gestito (dati Esma) e fra quelli hanno meno visto risalire la propria ricchezza rispetto a 10 anni fa.

I contenuti di questa analisi  di Salvatore Gaziano, responsabile strategie d’investimento di SoldiExpert SCF, sono stati pubblicati in parte il 13 novembre 2019 su “Il Fatto Quotidiano” (vedi qui) 

 

 

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