FRA SCUDO FISCALE, CONTI SECRETATI E IMMOBILI ALL’ESTERO LA DURA VITA A OSTACOLI DEL CONTRIBUENTE

Sono giorni di passione per le scadenze fiscali e fra questi ci sono anche gli adempimenti legati allo Scudo Fiscale o chi detiene attività finanziarie o immobiliari all’estero.

E come al solito quando si parla di adempimenti fiscali fra le poche certezze ci sono sempre… delle incertezze.

Anche il governo dei “tecnici” sembra continuare sulla scia di quelli precedenti, varando provvedimenti e norme che lasciano spazio a buchi interpretativi e operativi non di poco conto. E che costringono i professionisti del settore, come i contribuenti, a cercare di interpretare le virgole, i commi, le norme precedenti che si richiamano nei provvedimenti emanati come esegeti delle centurie di Nostradamus. Poiché da parte dell’amministrazione finanziaria la cosiddetta “volontà del legislatore” è talvolta qualcosa di sfuggevole e oscuro come un tiranno senza volto e nessuno ci vuole mettere la faccia e nemmeno una pezza per chiarire, al di là di ogni ragionevole dubbio, i punti controversi e di più difficile interpretazione.

Una tassa sull’anonimato poco anonimo…

La tassa sullo scudo fiscale, come si ricorderà, è stata introdotta dal governo Monti a dicembre, come misura compensativa dei tagli alle pensioni. Un prelievo straordinario sui capitali scudati (per un importo complessivo di 182,5 miliardi rientrati con le sanatorie del 2001, 2003 e 2009-2010) dove a chi aveva “sanato” la propria posizione viene chiesto di riaprire il portafoglio e versare ancora qualcosa. Una norma contestata, in parte farraginosa che è stata già cambiata e che probabilmente farà affluire nelle casse dello Stato molto meno (2,19 miliardi di euro) di quello che si era preventivato. Una doppia tassa per quanto riguarda i conti “scudati” a seconda se i capitali sono rimasti tuttora “segretati” (e in questo caso la somma da pagare è l’1% per il 2011, l’ 1,35% per il 2012 e dal 2013 in avanti lo 0,4%) mentre per coloro che hanno rinunciato alla segretezza dei capitali scudati – o dichiarandoli, o perché li ha in qualche modo utilizzati prelevandoli o comunque dismettendoli – si applica una tassazione, una tantum, dell’ 1%.

Detto così sembrerebbe quasi tutto chiaro ma la realtà è molto più complessa e nemmeno le proroghe e le disposizioni del governo e dell’Agenzia delle Entrate hanno chiarito tutti i dubbi.

C’è il problema di tassare chi ha movimentato i capitali scudati, magari per operazioni risalenti anche a 11 anni fa; c’è chi solleva questioni di incostituzionalità, le stesse banche e intermediari devono risalire per fare i calcoli nel tempo a operazioni del lontano passato e magari  la cosa non è agevole. Inoltre altre questioni si collegano a questa tassazione. Ha ancora senso restare “segretati” (e pagare tasse anche per il futuro) quando dall’1 gennaio 2012 devono essere segnalati dagli intermediari all’Anagrafe dei conti correnti non solo i nomi dei clienti ma anche i saldi dei conti e le movimentazioni, senza distinzione tra conti normali e secretati?  E riguardo altre questioni aperte alcune sono relative a chi detiene immobili all’estero dato a decorrere dal periodo d’imposta 2011 (Unico 2012) è prevista un’imposta (IVIE) sulla detenzione di immobili all’estero da parte di persone fisiche residenti nel territorio dello Stato, che siano proprietari/comproprietari (anche multiproprietari pro-quota) o titolari (co-titolari di un diritto reale). E qui il paradosso è che i problemi applicativi maggiori si hanno per coloro che detengono immobili all’interno dell’Unione Europea…

Di tutte queste questioni, criticità, scadenze e problematiche ne abbiamo parlato con Roberto Lenzi,  avvocato specializzato in diritto finanziario e pianificazione patrimoniale dello studio Lenzi & Associati (http://www.lenzieassociati.it/). Che fornisce alcuni utili suggerimenti ma invoca, come altri professionisti del settore, diversi necessari chiarimenti applicativi da parte del Fisco.

 

Per chi ha attività finanziarie scudate all’estero ci sono state novità significative da risolvere oltre alla tassazione dell’uno per mille? Entro quando vanno versati e quali sono i casi più spinosi?

“L’imposta di bollo “speciale” relativa all’1% sui capitali scudati e ancora segretati deve essere versata entro il 16 luglio 2012 con riferimento all’anno 2011 (in particolare alla data del 6 dicembre).
L’imposta riguarda le sole attività finanziarie che sono state oggetto di rimpatrio fisico o giuridico. Naturalmente, sui capitali che mantengono la segretazione occorrerà versare entro il 16 luglio 2013 una imposta pari all’1,35% (per l’anno 2012) e pari allo 0,40% (per gli anni successivi) con riferimento al valore delle attività segretate al 31 dicembre dell’anno precedente.
L’imposta, infatti, è un’imposta sull’anonimato.
Per quanto riguarda l’anno 2011, occorrerà versare anche una imposta di bollo “straordinaria” pari all’1% sulle dismissioni ed i prelievi effettuati solo dal 1° gennaio 2011 al 6 dicembre 2011. In attesa di ulteriori chiarimenti ufficiali sono considerabili come tali, ad esempio, (e fanno perdere la segretazione): prelievi materiali delle attività finanziarie affidate in amministrazione (limitatamente alle somme prelevate); espressa rinuncia al regime delle segretazione; trasferimento delle attività finanziarie allo stesso od altro intermediario senza mantenimento del regime di segretazione (limitatamente alle somme trasferite); le fattispecie legate a ipotesi successorie o di trasferimento per donazione; esibizione dello scudo fiscale all’Amministrazione Finanziaria; l’accreditamento sul conto segretato di somme differenti dai redditi prodotti dalle attività rimpatriate; comunicazione da parte dell’intermediario all’Agenzia delle Entrate del nominativo (cliente) che non abbia fornito all’Intermediario la provvista per il pagamento dell’imposta; cointestazione, con altro soggetto che non abbia aderito allo scudo fiscale (nel caso di nuova cointestazione la perdita delle segretazione è limitata alle somme trasferite).
L’imposta di bollo speciale è applicata nei confronti degli eredi di contribuenti che hanno rimpatriato attività finanziarie usufruendo del regime di riservatezza e che sono deceduti dopo il 6 dicembre 2011. Altresì è applicata l’imposta di bollo straordinaria nei confronti di eredi di contribuenti che hanno rimpatriato attività finanziarie usufruendo del regime di riservatezza qualora il de cuius abbia effettuato prelievi tra il 1° gennaio e il 6 dicembre 2011. L’obbligo tributario, dunque, è da escludersi per gli eredi in caso di decessi intervenuti fra il 1° gennaio 2011 ed il 5 dicembre 2011.

Per quanto concerne le modalità applicative dell’imposta di bollo speciale e straordinaria sui prelievi occorre considerare sia la base imponibile, sia i soggetti tenuti al versamento. Sotto il primo profilo (base imponibile) il calcolo è fatto sull’ammontare delle somme di denaro e sul valore di mercato delle attività finanziarie, o in mancanza, sul valore nominale o di rimborso, determinati alla data del 31 dicembre di ciascun anno (ovvero del 6 dicembre 2011 relativamente all’imposta dovuta per tale anno) ovvero alla data del prelievo. Per le attività finanziarie che non presentino nè un valore nominale nè uno di rimborso si terrà conto del valore d’acquisto. Per le polizze assicurative, ove manchi un valore di mercato o nominale,  si prende come riferimento il valore di rimborso (qui inteso come valore di riscatto alla data di riferimento o il valore effettivamente rimborsato) al 31 dicembre di ciascun anno ( o al 6 dicembre per l’anno 2011). Con riferimento, invece, ai soggetti tenuti al versamento (intermediari finanziari,imprese di assicurazione,società fiduciarie),le imposte saranno trattenute direttamente dal conto segretato o da conti riconducibili al contribuente (non è previsto che l’intermediario possa attivare dismissioni di strumenti finanziari). Qualora i predetti conti non siano capienti, la provvista può essere fornita dal contribuente. Gli intermediari segnaleranno all’Agenzia delle Entrate i contribuenti nei confronti dei quali le imposte non sono state versate (incapienza dei conti e mancanza di provvista da parte del contribuente) con consequenziale attivazione della procedura di iscrizione a ruolo. Nel caso in cui il rapporto segretato sia stato trasferito ad altro intermediario in regime di riservatezza nel corso del 2011 il prelievo relativo all’imposta speciale viene effettuato dall’ultimo intermediario presso il quale è detenuto il rapporto alla data del 6 dicembre 2011. Sui prelievi eventualmente effettuati nel corso del 2011 l’imposta è applicata dall’intermediario presso il quale sono stati effettuati. Nell’ipotesi in cui il contribuente abbia trasferito dal 1 gennaio al 6 dicembre 2011 il rapporto segretato presso altro intermediario senza mantenere il regime della riservatezza, è dovuta la sola imposta straordinaria (non la speciale) applicata dall’intermediario (presso il quale era detenuto il rapporto segretato) per i prelievi effettuati”.

Sullo scudo fiscale mi sembra che le questioni aperte siano numerose. Ha ancora senso, si domandano in molti, mantenere la “secretazione”? Non è in un certo modo violata con le comunicazioni che devono essere inviate dalle banche all’anagrafe dei conti correnti?

Questo è un tema assai delicato che va, in ogni caso, valutato caso per caso. Vi sono degli aspetti da considerare. Alcuni riconducibili all’effettiva “tenuta” dello scudo; altri all’opportunità di rinunciare o meno alla segretazione. Sotto il primo profilo, a mio parere, lo scudo fiscale non è a “tenuta stagna”. Proviamo a pensare se il fisco procedesse a creare delle liste selettive su tutti i rapporti aperti nel periodo in cui si dovevano presentare le dichiarazioni riservate (2009/2019). Quanti rapporti in più sono stati aperti nel suddetto periodo? Inoltre, non è stato ancora chiarito espressamente se i saldi di inizio e fine periodo dei rapporti scudati  debbano o meno essere segnalati all’Archivio dei rapporti finanziari, così come è previsto, in materia di Antiriciclaggio, per i rapporti bancari e finanziari (e, quindi, non soltanto la comunicazione dell’apertura, ancorchè non qualificato espressamente come scudato). Sotto il profilo della convenienza o meno al mantenimento della segretazione occorre valutare più aspetti. In primo luogo, come è ovvio, la rinuncia alla segretazione (vedi sopra) comporta il venire meno del pagamento dell’imposta speciale. La stessa, infatti si pagherebbe pro-rata; vale a dire, solo per il periodo di tempo durante il quale il rapporto è stato segretato. Tuttavia, la rinuncia alle segretazione potrebbe presentare delle criticità (da valutare) per quei contribuenti (persone fisiche, enti non commerciali) che hanno aderito allo scudo, quando, negli anni precedenti all’emersione dei capitali scudati soggetta abbiano svolto un’attività  IVA. E’ stato infatti confermato (Decreto Semplificazioni) come lo scudo fiscale non copra l’IVA (così invece aveva affermato l’Agenzia delle Entrate in una sua prima Circolare prima di incontrare una censura a livello europeo); bensì solo imposte dirette e quelle di successione o donazione. In caso, quindi, di accertamenti che dimostrassero la riconducibilità  dei capitali scudati ad una evasione IVA, la copertura a questi fini non vi sarebbe (con consequenziale raddoppio dei termini di accertamento in presenza di situazioni con rilevanza penale). Altri casi di criticità potrebbero essere riconducibili ad eventuali soggetti, congiunti al contribuente, che non abbiano aderito allo scudo. O, ancora, nei confronti di soggetti che, in un qualche modo, abbiano da temere in caso di nuove indagini fiscali a loro carico (è vero che lo scudo ha “buchi”, ma andare proprio a comunicare la desecretazione……..). Diverso, invece, il caso di capitali scudati frutto, ad esempio, di eredità o comunque non riconducibili ai casi sopra espressi, per i quali la rinuncia alla segretazione potrebbe valere la pena. Sono tante le situazioni che possono verificarsi: ognuna da valutare singolarmente”.

Sempre sullo scudo fiscale c’è chi solleva problemi di incostituzionalità ricordando che lo Statuto del contribuente prevede che non possano essere applicate imposte per il passato. Ma questo Statuto ha qualche valore o sono quello dello Stato promesse da marinaio?

 

“Il problema è prima di tutto etico e di credibilità per lo Stato: uno Stato che fa un patto con i propri cittadini/contribuenti e poi “viola” quel patto non può certo definirsi “Stato di diritto” (“pacta sunt servanda” vi era nel diritto romano). In tale contesto tu non hai più uno Stato al  servizio del cittadino, bensì uno Stato sovrano in cui il cittadino ha il ruolo marginale di suddito. Il tutto senza considerare un precedente “devastante” nei rapporti Stato-Cittadino: uno Stato che mi cambia le carte in tavola una volta lo potrà fare ancora. Inoltre ci si trova a confrontarsi con una bassa tecnica normativa causa di norme poco chiare, spesso contraddittorie e che non danno alcuna certezza (tanto è lo sforzo dell’interprete), oltre al meccanismo perverso della retroattività delle stesse (in un sistema tributario che si rispetti dovrebbe vigere sempre un principio di salvaguardia). Quanto ai profili di incostituzionalità, sarebbe auspicabile la presa di posizione di qualche “illustre costituzionalista” volto a chiarire definitivamente se la tassa sui capitali scudati possa in un qualche modo essere aggredita in sede domestica (difficile) o comunitaria (più realistico). In questa sede, desidero solo sottolineare come la norma sull’imposta sui capitali segretati abbia rettificato il tiro. Inizialmente non era chiaro se l’imposta potesse colpire anche i capitali scudati e desegretati prima del 2011; provvedimenti successivi sono intervenuti per limitare al solo 2011 il pagamento dell’imposta. Iniquità tra coloro che, pur avendo scudato negli anni precedenti, hanno desecretato prima del 2011 e gli altri invece che lo hanno fatto solo nel 2011. Con tale norma, però, si è tolto spazio a chi sollevava obiezioni sull’applicazione di una tassa su periodi d’imposta già chiusi”

 

Cosa succede invece a chi ha immobili all’estero? Qui la situazione mi sembra più foriera di difficoltà d’interpretazione in taluni casi? Quali gli adempimenti da rispettare ?

 

“E’ prevista, a decorrere dal periodo d’imposta 2011 (Unico 2012), un’imposta (IVIE)  sulla detenzione di immobili all’estero da parte di persone fisiche residenti nel territorio dello Stato, che siano proprietari/comproprietari (anche multiproprietari pro-quota) o titolari (co-titolari di un diritto reale). L’imposta è pari allo 0,76% del valore degli immobili (non dovuta qualora l’importo dell’imposta non superi i 200/euro), pur con un meccanismo di detrazioni con riferimento alle imposte pagate all’estero. Non sussistono particolari problemi applicativi per gli immobili situati al di fuori della UE o del SEE (solo Paesi aderenti che garantiscano un adeguato scambio di informazioni): in questo caso, l’imposta  è applicata sul valore d’acquisto o in mancanza secondo il valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l’immobile. Dall’imposta di detrae, fino a concorrenza del suo ammontare, un credito d’imposta pari all’ammontare dell’eventuale imposta patrimoniale versata nell’anno di riferimento nello Stato estero in cui è sito l’immobile. Per quanto concerne,invece, gli immobili appartenenti all’Unione Europea o al SEE, la norma fa riferimento al valore catastale (così come determinato e rivalutato nel Paese in cui l’immobile è situato) e, solo quando questo non vi sia, si applicherà il valore d’acquisto o, in mancanza, il valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l’immobile.  Il problema che sorge è se applicare questo criterio in Paesi (ad esempio, la Francia) dove il riferimento corrispondente è un imposta sul reddito locativo (“catastale”) non necessariamente qualificabile come imposta patrimoniale. L’imposta si applica anche nel caso di immobili detenuti da persone fisiche in Paesi extra UE per i quali non era stato possibile optare per la regolarizzazione. E’ la situazione di emersione effettuata attraverso un contratto di amministrazione con una società fiduciaria. In tale fattispecie è la Società fiduciaria che provvederà ad applicare e versare l’imposta dovuta dal contribuente, previa fornitura della provvista da parte dello stesso. Da rilevare come l’Agenzia delle Entrate richieda, per gli immobili situati all’estero, ove non viga l’euro, l’indicazione di un controvalore in euro degli importi in valuta (su cui applicare l’imposta), con i criteri già definiti in materia.
Una annotazione: se l’immobile all’estero è posseduto da un veicolo societario l’interpretazione prevalente dice che non si applicherà necessariamente l’IVIE, ma l’imposta  sulle attività finanziarie all’estero (0,10% per il 2011 e 0,15% per gli anni seguenti) calcolata sul valore di mercato e, ove mancante, sul valore nominale o di rimborso. Ne deriva, pertanto, che una società che possieda un immobile (ad esempio) e che non possa fare riferimento ad un valore di mercato (tipico di strumenti finanziari che presentino una quotazione di mercato) potrà, a rigore di norma, utilizzare il valore nominale (fermo restando che vi sono riferimenti da parte del Fisco circa la possibilità di trattare queste situazione come detenzione diretta dell’immobile). E se per quella società era stato fornito un valore di emersione nettamente più alto. Evidente la discrasia tra i due valori. E di fronte ad un eventuale incrocio, da parte del Fisco, tra valore scudato e valore indicato ai fini dell’imposta in questione quale orientamento si svilupperebbe? Urgono chiarimenti applicativi. Ed è proprio di queste ultime ore una circolare dell’Agenzia delle Entrate che dice che anche chi possiede un immobile all’estero  tramite un veicolo societario (interposto) paga l’IVIE (0,76%) e non lo 0,10% (imposta attività finanziarie estere)“.

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