SINGAPORE COME LUGANO ADDIO. CAPITALI OFFSHORE: QUANDO LA RICERCA DI UN PARADISO FISCALE DIVENTA UN INFERNO

“Singapore… vado a
Singapore,
vi saluto belle
signore!
Singapore… vado a
Singapore,
e vi lascio al
vostro dolore!”

Così cantavano il gruppo musicale dei Nuovi Angeli nel lontano 1972. E lo stesso motivetto è ritornato in mente a diversi italiani col conto in Svizzera o a Montecarlo che non avendo aderito agli Scudi Fiscali succedutisi nell’ultimo decennio hanno pensato magari a trasferire in questa località i propri soldi per nasconderli al Fisco italiano. Anche in tempi recenti magari per non pagare la “stangata” di cui da qualche mese si parla se un accordo fra Italia e Svizzera dovesse esserci sulla falsariga di quello discusso (ma non approvato, stante l’opposizione di uno dei due rami del parlamento tedesco) fra Germania e Svizzera (c.d. accordo Rubik).

E dove si parla di un’imposta secca, con un’aliquota variabile tra il 21% e il 41%, che verrebbe prelevata sui conti di chi detiene in territorio elvetico i capitali esportati illegalmente e non riemersi con lo Scudo, se si applicasse una tassazione alla tedesca.

 

Di questo argomento già abbiamo parlato (vedi qui)  esprimendo diverse perplessità  ma è necessario un aggiornamento perché stanno emergendo diverse novità.

Innanzitutto, l’accordo che sembrava quasi cosa fatta fra Italia e Svizzera potrebbe slittare a data da destinarsi come ha ammesso negli scorsi giorni il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, nel corso di un’audizione alla Camera perché non ci sono ancora le “condizioni”.

Il secondo aspetto non meno importante per chi detiene capitali in nero in Svizzera (ma non solo) è che quei soldi oltrefrontiera restano comunque un problema perché uno dei Paesi considerato da molti il candidato migliore dove spostarli per non farsi trovare “con le mani nel sacco”, ovvero Singapore, ha fatto chiaramente capire che non vuole diventare un centro di attrazione per i capitali frutto del riciclaggio ma anche dell’evasione fiscale.

Insomma per chi non ha fatto lo Scudo e detiene forti capitali all’estero quei soldi stanno comunque sempre più diventando “maledetti” come avevamo spiegato già nel 2009 con lo speciale dossier RientroCapitali a chi ci chiedeva lumi, consigliando di aderire allo Scudo perchè oltrefrontiera sui capitali non regolarizzati la tosatura sarebbe stato sempre più forte e fonte di crescenti problemi. E chi ha seguito il nostro consiglio di allora (e che in moltissimi casi si è poi affidata alla consulenza patrimoniale di Roberta Rossi e SoldiExpert SCF) non crediamo si sia pentito di regolarizzare la propria posizione.

E come prevedevamo già allora c’è sempre più il rischio concreto per chi cerca di scappare dal Fisco italiano di passare dalla padella alla brace se si scelgono i professionisti sbagliati, gli intermediari sbagliati o si punta sul paradiso fiscale sbagliato. Le maglie stanno diventando sempre più strette come spiega Roberto Lenzi, avvocato specializzato in diritto finanziario e consulenza patrimoniale.

L’accordo fra Italia e Svizzera slitta?
La trattativa tra Italia e Svizzera per arrivare a un accordo fiscale per la regolarizzazione dei capitali detenuti in nero da cittadini italiani nelle banche elvetiche non è ancora arrivato (era circolata dai tecnici la data del 21 dicembre come quella dell’annuncio) a “una conclusione”, ma l’obiettivo “non è un accordo a tutti i costi”. Così il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, nel corso di un’audizione alla Camera, ha spiegato, sottolineando che “il nostro interesse è la trasparenza e lo scambio di informazioni”.

Da parte italiana si dice che sono stati posti dei problemi sul tavolo, in termini di trasparenza, riciclaggio e scambio di informazioni e una riproposizione sic et simpliciter dell’accordo bozza fatto fra Germania e Svizzera non è riproponibile sia perché presenta diversi “buchi” come abbiamo scritto su MoneyReport sia perché fra Italia e Svizzera esistono anche altre questioni sul tappeto da tempo come la questione del trattamento fiscale dei transfrontalieri, il depennamento richiesto dalla Svizzera dalla “black list”, la richiesta posta dalle banche svizzere di potersi insediare con maggiore facilità sul territorio italiano. Inoltre il ripensamento della Germania ha complicato sicuramente il cammino.

Intanto i tedeschi stanno facendo marcia indietro…
L’eventuale accordo con l’Italia seguirebbe quello già siglato nelle linee generali (ma non ratificato) con Germania, Gran Bretagna e Austria in base ai quali i capitali detenuti nelle banche svizzere da clienti tedeschi, britannici e austriaci, vengono tassati e l’imposta viene versata dalle autorita’ svizzere alle rispettive autorita’ fiscali tedesche, britanniche e austriache.

In realtà al di là degli annunci e delle fanta-cifre di possibile gettito dalla chiusura di simili accordi chi lavora nel settore sa che non è affatto facile mettere il sale sulla coda degli evasori al tempo delle transazioni elettroniche e della concorrenza internazionale dei paradisi fiscali e bancari. E dove con un clic è possibile spostare i capitali in tutto il mondo e scegliere le giurisdizioni più favorevoli in tema di segreto bancario e fiscalità e più morbide in tema di compliance.

Ma il terreno è pieno di insidie sia per gli Stati che rischiano di firmare accordi fantastici sulla carta o con previsione di gettito stellare ma che poi nella realtà si rivelano dei bluff perché comunque i “pesci grossi” riescono a scappare (come è accaduto con l’Euroritenuta per esempio che ebbe fra i padri un certo Mario Monti allora Commissario Europeo per la Fiscalità). Ma anche coloro che detengono capitali in nero all’estero fra i contribuenti italiani rischiano non poco a fare i passi sbagliati.

E parliamo di questi argomenti con un esperto della materia come l’avvocato Roberto Lenzi dello Studio Lenzi E Associati di Milano.

Quali novità su Rubik, l’ormai noto accordo tra Svizzera da una parte e Germania, Regno Unito e Austria dall’altra ? E per Grecia ed Italia che hanno manifestato l’intenzione di definire delle trattative con la Confederazione ?
“Ad oggi, gli ostacoli minori si sono presentati per Gran Bretagna ed Austria con le quali non stati sollevati particolari problemi e si “dovrebbe” arrivare a breve a rendere effettiva (scambio di ratifiche) la Convenzione. Per la Germania, invece, uno dei due rami del Parlamento tedesco, il Bundesrat (che è composto dai delegati dei governi dei vari Länder ovvero le regioni) ha dato parere negativo”.

Cosa succederà ? Si farà l’accordo fra Svizzera e Germania oppure decadrà ?

“E’ possibile che la partita non sia chiusa in Germania (nonostante le dichiarazioni categoriche per una chiusura definitiva da parte del Ministro delle Finanze del Land Nordreno-Westfalia), e che possano esserci sviluppi su un tentativo di conciliazione (per arrivare ad un’intesa) per mettere d’accordo i Lander (rappresentati dal Bundesrat) e l’altro ramo del Parlamento (Bundestag) che rappresenta la rappresentanza popolare. Vedremo gli sviluppi”.

E l’Italia?
“Per Italia (come per la Grecia) vi sono contatti e trattative in atto e il nostro Governo ha già comunicato (almeno a parole) che è intenzionato a proseguire le trattative indipendentemente dall’esito dell’accordo fra Svizzera e Germania. In Italia, però, vi sono specifiche problematiche da superare non ultime quelle connesse a specifiche richieste da parte elvetica, quali, ad esempio:

  • definizione delle problematiche relative ai lavoratori transfrontalieri;
  •  cancellazione della Svizzera dalla black list italiana (in primis, quella sulle persone fisiche);
  •  prestazione diretta di servizi bancari svizzeri sul territorio italiano;
  • coordinamento con l’impianto connesso allo scudo fiscale italiano;
  • ecc.

Si può ricordare come l’aspetto più oneroso del modello Rubik, così come attualmente definito, preveda (oltre ad un imposta corrente sui redditi futuri calcolata in base alle aliquote previste nei singoli Paesi), soprattutto, un’imposta liberatoria di natura retroattiva (dal 21% al 41% per Germania e Regno Unito e dal 15% al 38% per l’Austria) – il cui range è calcolabile attraverso una complessa formula che varia sostanzialmente in funzione dell’ammontare del deposito, della durata della relazione e dall’incremento e velocità che hanno subito nel tempo gli averi, sui conti e depositi che rispondano ai due seguenti requisiti:

  • risultino siano stati aperti a nome di persone fisiche definibili come contribuenti del Paese sottoscrittore alla data del 31 dicembre 2010 o che comunque (come beneficiari effettivi) detengano i propri avere tramite delegati, società domiciliatarie prive di attività commerciale/industriale, polizze “mantello” (o insurance wrappers; non limitate, cioè, a coperture per malattia, morte ed invalidità);
  • risultino ancora aperti alla data del 31 dicembre 2012 (contribuenti tedeschi) o al 31 maggio 2013 (UK e Austria)”.

Quindi ricapitolando occorre che l’accordo sia prima realizzato e poi ratificato dagli Stati e non sembra poter essere retroattivo. Questo non consente quindi comunque a chi ha soldi evasi all’estero di spostarli prima che la “tagliola” scatti? E spostarli in altri lidi o addirittura ritirarli?
“Innanzitutto gli accordi prevedano che l’imposta si applichi se al momento dell’entrata in vigore dell’accordo esiste un conto aperto da un non residente in Svizzera. Nel caso che andasse in porto per esempio l’accordo in Germania (ipotesi tutta da verificare) non conta quanto si ha in conto al 31 dicembre ma si rileva anche l’andamento nei mesi precedenti. Riguardo al prelevare i soldi e chiudere il conto esiste poi tutta la problematica riguardo le normative anti-riciclaggio e la tracciabilità nel proprio Paese. Riguardo allo spostare i propri capitali in altri lidi o cosiddetti paradisi fiscali o bancari non sempre è una passeggiata come alcuni raccontano. Come per esempio sta dimostrando il caso di Singapore”.

 

Singapore come Lugano Addio

Che sta succedendo a Singapore. Fine di un paradiso bancario?
“E’ noto come la piazza di Singapore, denominata anche la Svizzera dell’Asia, si sia sempre contraddistinta come paradiso bancario ideale per la circolazione dei capitali provenienti da ogni angolo del pianeta.
L’affidabilità politica, la sicurezza dello Stato, l’esistenza di infrastrutture adeguate, una precisa regolamentazione, la possibilità di operare globalmente senza dovere pensare di subire sgradite sorprese come confische, privatizzazioni, restrizioni e via dicendo sono tutti elementi che hanno caratterizzato il territorio come ottimale per l’allocazione dei capitali, al pari di altre piazze blasonate, non solo da oggi più sotto pressione da parte della Comunità finanziaria internazionale.
Non vi è, quindi, da stupirsi se negli ultimi tempi possa essersi registrato un notevole incremento di flussi finanziari provenienti soprattutto da quei Paesi che si sono dovuti confrontare con un contesto differente. L’esempio degli accordi Rubick che vede protagonista la Svizzera ne costituiscono un esempio.
Tuttavia, coloro che hanno trasferito i propri asset dalla Svizzera ad istituti di credito della piazza asiatica (con o senza autonomia giuridica) per evitare di soggiacere agli accordi Rubick (quelli già intavolati e quelli in fieri) potrebbero trovare “oggi” seri problemi.
Un contribuente tedesco, inglese o, ad esempio, italiano, oltre a considerare gli eventuali accordi sullo scambio di informazioni stipulati dal proprio Paese con Singapore (l’Italia lo ha ratificato che si è tradotto nella legge n° 157 del 31 agosto 2012 – pubblicato nella GU n° 214 del 13 settembre 2012) in applicazione dell’art. 26 del modello OCSE che prevede la collaborazione in materia anche fiscale, ancorchè in presenza di informazioni “prevedibilmente rilevanti o pertinenti” (e per gruppi di contribuenti), dovrà, altresì confrontarsi con la posizione assunta recentemente dal MAS, l’Autorità monetaria di Singapore.
Quest’ultima, infatti, ha emanato una circolare (B/04 del 21 settembre 2012) ed un documento di consultazione (P/019 dell’ottobre 2012) con i quali è dato particolare rilievo al fenomeno dei reati fiscali (tax crimes) nell’ambito del fenomeno del riciclaggio di denaro. In tal senso, sono state “invitate” (c.d. moral suasion)le istituzioni finanziarie della piazza asiatica a prestare una particolare attenzione alle relazioni con la clientela (nuova ed esistente), attraverso l’attuazione di una politica di policy più rigorosa e, in ogni caso, tale da consentire una due diligence critica e accurata sulle transazioni e sulla provenienza del denaro.
Banche ed altre istituzioni, pertanto, dovranno “da subito” ad astenersi dall’aprire nuove relazioni con clientela che non sia in grado di dimostrare (difficile che le istituzioni si accontentino di una semplice dichiarazione) che i propri averi sono stati dichiarati nel proprio Paese di residenza. Mentre avranno a disposizione alcuni mesi (entro, comunque, il 2013) per “regolarizzare” i rapporti già esistenti (è realistico pensare che la clientela straniera, per evitare di trovarsi in una situazione compromettente, decida di spostare altrove i propri fondi).
Nonostante la documentazione ufficiale non lo indichi espressamente, è presumibile che i principali destinatari di questi obblighi siano i contribuenti europei: in specie, tedeschi, inglesi e italiani”.

In questa situazione immagino che altri paradisi bancari stanno cercando di accaparrarsi questi soldi in cerca di rifugi discreti?
“E’ ipotizzabile. La concorrenza fra i paradisi bancari è alta e ancora nella stessa Europa ci sono situazioni particolari. Dal Lussemburgo al Liechtenstein, da Malta a Cipro per non citare Monte Carlo o le isole del Canale inglese. Ma è presumibile che in tutta Europa sarà sempre più difficile tollerare situazioni di questo tipo poiché tutti gli Stati sono a caccia di entrate e la lotta all’evasione è nell’agenda di tutti i governi. Fra quelli che sono considerati poi paradisi offshore non tutti sono uguali e si possono mettere sullo stesso piano come sicurezza politica, legislazioni, trasparenza ed efficienza dei mercati. Chi sceglie una giurisdizione fiscale diversa deve ben valutare alcune variabili fondamentali. In primo luogo l’affidabilità politica e la sicurezza dello Stato. E’ difficile, infatti, ipotizzare lo spostamento dei beni in Paesi in cui possano verificarsi sgradite sorprese come confische, privatizzazioni, restrizioni alla circolazione dei capitali e via dicendo. In secondo luogo occorre un sistema di infrastrutture adeguate in termini finanziari ed economiche per poter gestire in modo libero i propri capitali e con costi non eccessivi. Importante se non fondamentale poi l’esistenza di un consolidato sistema giuridico in grado di garantire riservatezza. E da non trascurare poi l’accessibilità al Paese che in auto o aereo deve essere facilmente raggiungibile.
Quanti di questi elementi si conciliano con la scelta di mete esotiche come Dubai, il Brunei o Nauru o in altri paradisi lontani? Difficile, credo”.
Per chi detiene capitali importanti le strade per trovare una “sistemazione” non sembrano però mancare. Fra alcuni addetti ai lavori si parla molto dell’utilizzo del trust (vedi qui se desideri saperne di più ) come strumento per scappare dalla “tagliola” dell’imposta liberatoria seppure il Fisco italiano ha le antenne sempre più diritte su questo istituto, colpendo senza pietà chi lo utilizza per scopi di totale evasione fiscale. Com’è la situazione ?
“Per evitare di pagare tale imposta liberatoria, molti operatori hanno ipotizzato il conferimento dei beni in un trust (o fondazione) totalmente discrezionale (in pratica, totale libertà decisionale per il trustee in ordine agli asset amministrati) e irrevocabile (così come richiesto dalla prassi internazionale anche se gli accordi Rubick non hanno previsto quest’ultimo elemento).
Tuttavia, il connotato della discrezionalità (definito in maniera sintetica) poteva prestarsi ad interpretazioni diverse a seconda delle giurisdizioni (addirittura, in territorio elvetico non vi è stata omogeneità di giudizio da parte delle banche). Un eventuale similare accordo con l’Italia avrebbe potuto, infatti, prevedere requisiti più stringenti. Ora, tenendo conto anche di queste variabili e delle obiezioni sollevate dagli operatori del settore il Dipartimento federale delle Finanze ha emanato il 24 settembre 2012, sul tema della Convenzione inerente all’imposizione alla fonte tra la Svizzera e la Germania, un documento con la quale, oltre ad individuare le fattispecie rientranti nell’accordo (tra cui i veicoli interposti di cui sopra), vengono più specificamente definiti i requisiti del trust (fondazione) per potere essere o meno sottoposto alla Convenzione.
Per l’Autorità fiscale svizzera nei trust (fondazioni) discrezionali reali è definita soltanto la cerchia dei beneficiari potenziali, ma non quella dei beneficiari effettivi. Non esistendo, pertanto, un beneficiario effettivo di tali strutture, ci si sottrarrebbe agli accordi.
Tuttavia, qualora a seguito degli obblighi di diligenza a cui sono tenute le banche nell’identificazione dell’avente diritto economico si giunga alla conclusione che, nonostante sussista formalmente una fondazione o un trust discrezionale, i beneficiari (aventi diritto economico) siano accertati, la banca dovrà considerare questi soggetti come contemplati dalla convenzione (ovviamente, alla condizione che siano residenti tedeschi).
La Circolare, inoltre, precisa le circostanze per le quali un soggetto (il termine utilizzato è fiduciante/fondatore) debba essere considerato dalla banca come beneficiario. E ciò quando:

  • è l’unico avente diritto di firma o dispone di pieni poteri;
  •  è l’unico direttore di una underlying company (veicolo sottostante);
  • fornisce regolarmente istruzioni alla banca;
  • dispone di poteri di investimento illimitati e prenda da solo tutte le decisioni;
  • è (oltre al coniuge) l’unico beneficiario previsto fino al giorno del decesso”.

 

Morale: la materia è complessa. Ma chi racconta che basta imporre un accordo “alla tedesca” per far affluire decine di miliardi di euro nelle casse dello Stato italiano e colpire gli evasori e i grandi capitali che hanno depositato i soldi in Svizzera pecca d’ingenuità. O nei casi più gravi di idiozia come dimostrano le numerose somiglianze le fanta-previsioni di gettito che si sentono anche sulla Tobin Tax all’italiana attualmente in discussione nelle aule parlamentari.

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