11 settembre 2001/2021: i terroristi di Al Qaida fecero i soldi in Borsa, speculando al ribasso? Ecco cosa dicono le carte dell’inchiesta

Come è cambiato il peso percentuale di Italia e Stati Uniti sull'indice azionario globale rispetto all'11 settembre di vent'anni fa? Il commento alle Borse mondiali di Salvatore Gaziano nella Lettera Settimanale

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Sono passati 20 anni dall’attentato dell’11 settembre e l’Occidente non è precipitato e se guardiamo ai mercati azionari è impressionante come il potere yankee si è rafforzato dopo un evento devastante.

Quasi 3.000 persone sono state uccise negli attacchi e molti dei primi soccorritori che hanno lavorato nei luoghi dell’incidente hanno successivamente perso la vita a causa di malattie causate dalle tossine a cui erano stati esposti.

Il primo attacco straniero al continente americano in quasi due secoli. Un bel servizio di Plus24 di sabato scorso ci ha ricordato il lato finanziario e come sono cambiati i mercati azionari, il peso dei settori e dei Paesi nell’indice azionario mondiale.

Piazza Affari in questi 20 anni è passata dal valere il 2,1% allo 0,7% attuale, mentre le azioni degli Stati Uniti che valevano il 58% della capitalizzazione borsistica mondiale sull’indice Msci World ora valgono il 67,8%.

 

11 settembre vent'anni dopo: FTSEMIB e S&P500 a confronto

 

Gli Stati Uniti avranno perso la guerra per l’Afghanistan, ma restano il locomotore dell’Occidente e chi ne profetizza la caduta da oltre 50 anni alla fine sbaglia sempre, perché alla fine, come nei film di Hollywood, c’è sempre un riscatto e un finale a sorpresa più rosa che grigio.

O come dice Warren Buffett: “Nel XX secolo, gli Stati Uniti hanno sopportato due guerre mondiali e altri traumatici e costosi conflitti militari; la Depressione; una dozzina di recessioni e panico finanziario; shock petroliferi; un’epidemia di influenza e le dimissioni di un presidente caduto in disgrazia. Eppure il Dow è passato da 66 a 11.497”.

Ora l’indice Dow Jones vale circa 35.000 punti.

Potrà sembrare disonorevole l’uscita precipitosa da Kabul, ma sarebbe stato un errore anche restare a oltranza. Certo qualcosa non ha funzionato, ma dire che “esportare la democrazia” è tempo perso e qualcosa di impossibile è po’ esagerato, perché nella storia ci sono casi di nazioni vinte che grazie proprio alla democrazia “esportata” non solo hanno visto attecchirne le radici ma sono riuscite anche a diventare poi delle super potenze economiche mondiali.

Penso al Giappone (di cui parlerò più diffusamente nel commento) per esempio la cui storia prima della ricostruzione post II guerra Mondiale non era certo quella di un popolo molto pacifico e molto democratico.

Ognuno ha un ricordo dell’11 settembre e il mio è abbastanza surreale, perché proprio quando venivano attaccate le Twin Towers e la CNN trasmetteva quelle immagini allucinanti con gli indici di Borsa che crollavano, mi trovavo in uno studio legale dove stavo chiudendo la cessione delle quote di un sito finanziario di cui ero amministratore oltre che il socio al 50% (l’anticamera di una sicura morte). La trattativa naturalmente prese per me una brutta piega, mentre si susseguivano le notizie di questo attentato multiplo che sembrava uscito da un thriller finanziario che avevo letto molti anni prima (“Mercato nero” di James Patterson).

Mi offrirono improvvisamente una cifra molto più bassa per la mia quota e a quel punto rilanciai: avrei acquisito io tutta la società. In realtà dopo 20 anni posso confessare che era un bluff (non avrei all’epoca potuto mantenere la società per più di 6 mesi), ma la cosa dopo un breve conciliabolo fece un certo effetto e alla fine fui liquidato parte in cash e parte in cambio merce (pubblicità su giornali che allora valeva) e uscii da quella società che solo un anno prima in piena New Economy sembrava destinata a farmi diventare pluri-milionario.

Uscire ai massimi non è sempre facile (tranne che col senno del poi) e talvolta il miglior affare è chiudere (anche in perdita) un’iniziativa o un business su cui non si vede più futuro (per ragioni di mercato o di visioni con gli altri soci) piuttosto che accanirsi col ricordo dei bei tempi andati e illudersi che questi ritorneranno.

Con SoldiExpert SCF, nata poche settimane dopo (e che festeggerà fra poco 20 anni), sono riuscito grazie ad alcune persone che mi hanno seguito (fra cui Roberta Rossi e Francesco Pilotti del vecchio team) a realizzare quello che avevo in mente non perdendo mai la fiducia nella consulenza finanziaria a pagamento (all’epoca vigeva la free philosophy di Renato Soru e pagatissimi consulenti delle più importanti società mondiali ti spiegavano che bisognava dare tutto gratis e riempirsi pure di costi) e nell’indipendenza.

Farsi pagare a parcella o flat per i consigli finanziari e non in modo levantino facendosi retribuire dai collocatori o dai gestori dei fondi ovvero sotto banco come è invece ancora oggi di fatto il modo tipico in cui i risparmiatori italiani pagano la consulenza della propria banca o Rete.

E in proposito ne parlo anche nel primo video di una nuova serie di tutorial che abbiamo deciso di produrre sul nostro canale YouTube SoldiExpert (e anche su RadioBorsa per chi ama solo ascoltare) spiegando il giro del fumo. Il video si chiama “La tua banca ti dice tutto sui costi della consulenza? La risposta non ti piacerà (MIFID 2)

Un argomento purtroppo ancora scottante e attuale, viste le continue denunce da parte di chi lavora dentro banche e Reti e delle pressioni commerciali sempre maggiori che ricevono per intortare i clienti e collocare i prodotti più lucrativi per la mandante e non per il cliente.

 

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In Italia siamo ancora al “ground zero” per quanto riguarda la trasparenza finanziaria.

E a proposito ancora dell’11 settembre 2001, all’epoca si parlò a lungo se i terroristi avessero speculato al ribasso a Wall Street per approfittare del crollo dei mercati mettendosi a ribasso nei giorni precedenti.

Il leader di Al Qaeda e i suoi complici furono sospettati di aver accumulato una fortuna. Cosa si sa dopo 20 anni? Questa è un’altra storia poco nota che merita di essere conosciuta.

Quando Wall Street riaprì il 17 settembre, le azioni delle due compagnie aeree utilizzate dai dirottatori, United Airlines e American Airlines, crollarono rispettivamente del 43% e del 40% e l’indice azionario S&P 500 scese di oltre il 14% solo nella settimana successiva all’attentato. E il mercato azionario statunitense rimase chiuso fino al 17 settembre, il periodo più lungo dalla Grande Depressione.

Fu aperta un’indagine (“The 9/11 Commission Report”) dove la Sec per 3 anni con 40 funzionari dedicati esaminò 9,5 milioni di transazioni in 103 azioni e 32 indici di borsa. E furono interrogati anche dall’FBI gli autori delle operazioni più sospette come chi aveva comprato opzioni put o si era messo massicciamente allo scoperto sul mercato nei giorni precedenti, puntando quindi a guadagnare sui prezzi in forte discesa. Decine di speculatori professionisti e dilettanti furono costretti a dare spiegazioni alle autorità.

Il 6 settembre 2001, un hedge fund, che amministrava 5,3 miliardi di dollari, possedeva da solo il 95% delle opzioni put sulle azioni della United Airlines. Ma emerse anche che aveva comprato quasi 115.000 azioni di American Airlines il giorno prima degli attacchi perdendo molti soldi su quell’investimento.

Alla fine di questa super indagine emerse una verità desolante. Nessuna prova di grande complotto finanziario e arricchimento da parte dei terroristi, perché troppo “dilettanti” e pure un po’ “tonti”.

“I dirottatori non erano esperti nell’uso del sistema finanziario”, scrive il rapporto della Commissione Nazionale sugli attacchi terroristici negli Stati Uniti. Nessuno di loro aveva conti con broker e, secondo alcune deposizioni, alcuni di questi avevano perfino difficoltà a capire come fare un bonifico o un trasferimento di denaro.

Chi seminava morte e distruzione nel mondo erano spesso menti giovanissime e instabili e di Salah Abdeslam, attentatore del Bataclan, un suo avvocato difensore belga disse qualche anno fa che “aveva l’intelligenza di un portacenere vuoto”.

Tra gli altri dettagli sorprendenti della 9/11 Commission, i rapporti hanno fatto luce sulle tracce del denaro e sul flusso di risorse in quanto hanno rivelato che l’allora capo di al Qaeda, Osama Bin Laden e i suoi aiutanti non avevano bisogno di una somma molto grande per finanziare il loro attacco pianificato contro l’America. I cospiratori dell’11 settembre hanno speso tra i 400.000 e i 500.000 dollari (raccolti principalmente tramite donazioni) per pianificare e condurre il loro attacco.

Art Cashin, oggi ottantenne, è un trader veterano di Wall Street con oltre 60 anni di esperienza e intervistato da CNBC ha raccontato quella giornata tremenda dove perse molti amici e cosa si può imparare da una tragedia “L’uomo è sia un animale socievole che ottimista, soprattutto se sei americano. L’ottimismo è l’anima di questa nazione, quindi quando ti capita una cosa terribile come l′11 settembre, ti unisci e dici: ‘OK, andiamo avanti.’”

Stai bene, investi bene

 

Salvatore Gaziano di SoldiExpert SCF
Responsabile Strategie d’Investimento SoldiExpert SCF

 

p.s. in occasione del Salone del Risparmio che si svolgerà sia in presenza a Milano che in modalità streaming Roberta Rossi, amministratore di SoldiExpert SCF, è stata invitata come co-relatrice nella conferenza organizzata da Radio24 e da Debora Rosciani e Mauro Meazza che si svolgerà venerdì 17 settembre dalle 12,30 alle 13,30 sul tema: “Solido, liquido o gassoso? Il risparmio è questione di chimica”.