QUEGLI SPORTELLI BANCARI SEMPRE PIU’ VUOTI (E COSTOSI). E CHE SPIEGANO BENE IL TONFO DI MPS E NON SOLO.

Senso di spreco e miopia. Da diversi anni proviamo questa duplice sensazione quasi ogni volta che entriamo in una banca “fisica” italiana. Spazi immensi, talvolta bellissimi, desolatamente vuoti con più impiegati (pochi) che persone in coda. E i nostri ricordi vanno a quando eravamo bambini e accompagnavano i nostri padri in banca. A Torino (il flashback personale di Salvatore Gaziano) alla popolatissima sede del Banco di Sicilia in Via Alfieri o alla filiale Bnl di San Donato Milanese (il flashback personale di Roberta Rossi). Dagli sportelli al mitico “borsino” tutto un brulicare di persone, attività, commerci. Altri tempi.

Abbiamo letto, infatti, quindi con piacere e attenzione la bellissima inchiesta che questa settimana il settimanale Milano Finanza ha dedicato agli sportelli bancari italiani dalla quale emerge con chiarezza come il numero delle filiali e i costi del personale sono molto superiori alla media europea. Ed è un’interessante chiave di lettura alternativa per capire come mai in Italia il settore bancario sia stato in questi anni fra i peggiori in Europa (vedi grafico), contribuendo in modo determinante al tracollo del listino italiano.

settore bancario italiano ed europeo a confronto

Le banche italiane sono, infatti,  inefficienti e costose. E a scoprirlo ora c’è uno studio interno della stessa Abi (l’Associazione dei Banchieri Italiani) che analizza il fenomeno, lasciando capire come la strada inevitabile sarà intervenire sui costi e sul modello di presenza sul territorio che appare non più al passo con l’evoluzione tecnologica e con i nuovi bisogni dei clienti, sempre più attivi attraverso i canali online.


Prima compravano le filiali (a caro prezzo) ora le chiudono. Quei geni dei banchieri italiani…

Contrordine, compagni. Anzi, banchieri verrebbe da dire visto che fino a qualche anno fa le più importanti banche italiane si strappavano di mano a colpi di milioni di euro per sportello in un’asta al rialzo senza quasi limiti ogni spazio fisico a colpi di fusione e Opa salvo scoprire qualche anno dopo che tutti questi sportelli non servivano poi a molto e che trarre più profitto dai soldi dei depositanti non proprio così facile nell’era di internet e del low cost dove il risparmiatore con l’anello al naso (a cui gli puoi rifilare fondi di bottiglia e prodotti cari e inutili facendoglieli passare per diamante) è in forte diminuzione.

Da questo studio dell’Abi apprendiamo così che in Italia ci sono mediamente 56 sportelli ogni 100.000 abitanti mentre la media europea di 42 sportelli sullo stesso bacino di popolazione.

“Per fare un confronto in Olanda, il Paese dove in assoluto i clienti sono più evoluti tecnologicamente, oggi si contano 17 sportelli ogni 100 mila abitanti. Seguono Regno Unito (20) e Svezia (21) mentre gli unici Paesi che superano l’Italia sono Francia (60), Portogallo (60) e Spagna (94). Un eccesso di sportelli incide sulla produttività. L’Abi ha calcolato anche che il valore aggiunto per dipendente ha innestato la retromarcia: è sceso del 20% tra il 2006 e il 2010, dopo essere cresciuto del 16% tra il 2003 e il 2006”.

Da fine anni ’90 in poi a livello europeo le banche hanno iniziato a diminuire gli sportelli (puntando sempre più sulla tecnologia) ma in Italia è accaduto il contrario e fino allo scorso anno la tendenza è stata per tutto il decennio passato quella di presidiare il territorio con un numero di sportelli sempre maggiore. Fino al 2007 avere filiali e sportellisti ha mostrato comunque un certo ritorno ma poi, complice l’onda lunga della crisi dei subprime, è arrivata la tempesta. E il crollo della redditività. “Le banche italiane sono lontane non solo dai rendimenti sul capitale (Roe) che avevano prima della crisi, ma anche dai livelli raggiunti oggi dai rivali esteri – evidenziano gli autori dell’inchiesta su Milano Finanza – Nell’analisi si confronta il sistema bancario italiano con quello dei principali Paesi europei.

Il punto di partenza è la redditività. Il roe medio delle banche italiane si è fermato al 3% nel 2010. Il valore sfiorava il 12% nel 2006 ed era al 10% l’anno successivo. Se si torna ai dati del 2010 e si limita l’attenzione ai maggiori otto gruppi italiani, il roe medio degli istituti sale al 3,7%, ma resta comunque a un livello di circa la metà rispetto ai concorrenti Ue (6,7%). Il confronto forse più significativo è però probabilmente un altro: negli ambienti bancari si osserva che questi rendimenti sono insufficienti per coprire il costo del capitale, pari al 10% circa”.

E le prospettive future, secondo gli addetti ai lavori, non sono proprio esaltanti. Secondo le stime Abi il Roe medio è sceso allo 0,3% nel 2011 (anno in cui gli istituti hanno avuto grande difficoltà a pagare dividendi) e si riprenderà solo in parte quest’anno (2,4%) grazie al “regalo” fatto da Draghi (link ad articolo dove ne avevamo parlato) con le aste Bce a prezzi “politici” del denaro a cui le banche italiane hanno attinto in gran quantità per fare profitti facili con la leva finanziaria. Qualcosa certo di utile (per le banche) ma che non si pensa potrà cambiare le carte in tavola in modo significativo nel lungo periodo, invertendo la tendenza.

Peraltro il costo del personale bancario in questi anni è, nonostante tutto, cresciuto anche per effetto della promozione a quadri dirigenti di un numero elevato di impiegati: negli ultimi dieci anni i quadri direttivi sono passati dal 29 al 39% dell’organico totale e anche i dirigenti sono cresciuti dall’1,5 al 2,2%, appesantendo la struttura dei costi.

E che lo cose non vadano proprio bene sono gli stessi sindacati dei bancari a dirlo. Come quelli della Fabi che denunciano nei loro bollettini la situazione difficile per il settore con istituti in piede soprattutto grazie all’aiuto della Bce, indicatori economici tutti in flessione nei bilanci (tranne le sofferenze in costante aumento ovvero i la percentuale di crediti non pagati) e raccolta in calo.

Una situazione che per chi lavora allo sportello si fa ancora più fosca (e infatti gli sportellisti bancari sono la categoria più colpita dai piani di ristrutturazione, essendo anche la categoria più numerosa) perché altri dati minacciano da tempo la categoria:

– il crollo dei ricavi da servizi (oramai oltre il 50% delle operazioni avviene via web, con gli smartphone, o con il pc tradizionale);

– il conseguente crollo del numero delle operazioni allo sportello (meno 35% negli ultimi anni con la previsione che si arrivi al 50% nei prossimi due anni);

– la riduzione  – per la prima volta nel nodo Paese – del numero degli sportelli a livello di sistema, con significative chiusure previste e attuate nei maggiori Gruppi bancari;

– la modifica organizzativa degli sportelli (da “full service” a “sportelli leggeri”), con numeri e figure professionali in eccesso.

Già gli sportelli, “croce e delizia”. Le stesse banche che negli anni passati facevano incetta di filiali in tutta la penisola, facendo crescere una vera e propria “bolla” ora sono arrivate al “redde rationem”. E nei piani strategici delle banche si è scoperto improvvisamente che quello che conta non è la quantità ma la qualità e quello a cui occorre guardare è la redditività. E se nel passato tutto questo patrimonio immobiliare che veniva acquistato aveva un valore significativo ora con l’inversione del ciclo immobiliare è pure difficile disfarsene salvo inventarsi come hanno fatto alcune banche meccanismi e veicoli complicati per rifilarlo agli stessi clienti della banca.

Siamo quindi (e alcune banche come Ubi già da anni hanno iniziato il processo) all’inversione della rotta: prima si compravano clienti, raccolta e impieghi, ora si va verso il dimagrimento della rete (come il puntuale Nicola Borzi dalle colonne di Plus del Sole 24 Ore ci informa ogni settimana su quel che accade nelle retrovie). E le banche scoprono nel 2012 (sic) che devono puntare soprattutto sull’offerta dei servizi online e digitali, sullo sviluppo di filiali leggere o in franchising, sugli sportelli automatici intelligenti e sull’attenzione ai bisogni dei clienti.

Il 30-40% delle filiali potrebbe essere chiuso ma ora non ci sono grandi “paracadute” per i bancari. Anche per colpa della solita Fornero…

Sia chiaro: “la bassa redditività delle banche è dovuta a numerosi fattori e in particolare durante la crisi hanno pesato quelli legati al debito dell’Eurozona – sottolineano correttamente Andrea Montanari e Francesco Ninfole su Milano Finanza – Ma proprio la crisi ha evidenziato la necessità di ristrutturare il settore: ormai si ritiene non sia più rimandabile un’azione sui costi per il personale e la gestione delle filiali, che arrivano in Italia fino a tre quarti delle spese complessive”.

Evidenziando quello che è a nostro parere la scarsa lungimiranza della maggior parte dei banchieri italiani, bravi a copiarsi fra loro nell’avviare costose campagne di acquisizioni negli anni passati salvo scoprire poi che non c’era un grande senso in tutte queste smanie spesso inutili di grandezza.

filiali bancarie in Italia e in Europa (media) per 100.000 abitanti

Lo studio Abi analizza l’andamento di agenzie e personale. Per quanto riguarda il numero degli sportelli, nel 2010 per la prima volta è sceso da 57 a 56 ogni 100 mila abitanti, dopo un decennio di crescita. Nel 1999 il dato italiano (48) superava la media europea (47): ma dopo quell’anno, mentre in Italia le filiali sono aumentate costantemente in rapporto alla popolazione, nel resto del Vecchio Continente sono diminuite fino ad arrivare nel 2010 a quota 42 ogni 100 mila abitanti.

Per fare dei confronti per istituti può essere interessante scoprire, come evidenzia Andrea Airoldi, partner e leader retail banking di Boston Consulting Group (Bcg), che Bnp Paribas in Francia serve 7 milioni di clienti con 2.200 filiali, SocGen 10 milioni con 2.300 filiali, Ing 8 milioni con 900 filiali. In Italia, considerando i primi tre gruppi, Intesa serve circa 11 milioni di clienti con 5.800 filiali, Unicredit 8 milioni con 3.700 punti vendita, Mps oltre 6 milioni con 2.900 filiali”.

Per questo motivo, secondo Airoldi, la strada futura delle banche (e se siete banchieri o bancari che ci leggete già lo saprete) è inevitabile, dovendo agire sia sul taglio dei costi che sui ricavi. Riguardo ai ricavi, l’unico modo di crescere e’ strappare quote ai concorrenti “poiche’ il mercato quasi certamente non salira’. Non ci sono scorciatoie: bisogna essere piu’ bravi nella conoscenza del cliente, nei servizi offerti, nella qualita’, nei tempi di risposta. E tutto questo ottimizzando le risorse a disposizione”. Mentre per quanto riguarda i costi la strada più seguita sarà quella di una drastica riduzione delle agenzie. Secondo Airoldi “e’ inevitabile una drastica riduzione: il 30-40% delle filiali va chiuso o ripensato. Tante piccole agenzie oggi sono in perdita. Inoltre il traffico fisico in filiale si e’ ridotto a 1,5 visite al mese dalle 2 che si facevano in media nel 2005. E non e’ solo un discorso di quantita’, ma anche di efficacia: la produttivita’ per filiale di Bnp Paribas e’ superiore del 30% a quella delle altre banche francesi, perche’ la banca ha una maggiore capacita’ di generare nuove opportunita’ commerciali attraverso canali telematici”.

Tempi duri insomma per i bancari che con le riforme pensionistiche avviate dal governo Berlusconi/Tremonti e poi soprattutto Monti-Fornero si trovano ora in una situazione di difficoltà perché molti processi di accompagnamento morbido all’uscita dei dipendenti  (leggi il “fondo esuberi”) non sono più praticabili come un tempo (e non solo certo per questa categoria di lavoratori) e qualche decina di migliaia di banchieri rischia di trovarsi senza più “ciambella di salvataggio”.

Nel passato, infatti, le banche che volevano attuare una ristrutturazione del personale ricorrevano al Fondo Esuberi (una sorta di cassa integrazione per i bancari) che pagava l’accompagnamento fino alla soglia della pensione. Ora con il doppio knock out inferto prima da Tremonti e poi soprattutto dal ministro Elsa Fornero al numero di anni necessari per andare in pensione chi si trovava fra i lavoratori “esodati” si trova in un limbo. Alcune persone con lo spostamento delle finestre sono rimaste senza esodo incentivato e senza diritto alla pensione; altre confidano che sarà la banca a pagar loro o comunque a prendersi carico di loro se lo Stato non interverrà mettendo una pezza.

Le banche italiane in questa situazione rischiano di dover rivedere i loro piani di ristrutturazione del personale passati, metter mano al portafoglio oppure nei prossimi mesi ed anni a mali estremi agire con licenziamenti collettivi (o il varo di “contratti di solidarietà” dove ci riduce tutti lo stipendio per evitare che il collega venga licenziato) ed è notizia di pochi giorni fa la manifestazione a Siena indetta dai dipendenti del gruppo Monte dei Paschi di Siena (addirittura 8000 secondo le fonti sindacali) scesi in piazza contro la politica di contenimento dei costi decisa dal nuovo direttore generale Fabrizio Viola con altre giornate di sciopero in programma nelle prossime settimane.

Nel caso del Monte dei Paschi di Siena in particolare si parla di 1500 bancari ora messi nella lista “nera” per un risparmio stimato dalla società in 70 milioni di euro, lasciando come unica alternativa il varo di un contratto di solidarietà che prevederebbe in caso di approvazione due giorni al mese in meno di stipendio per per garantire un risparmio equivalente.

Quei grandi banchieri italiani bravi a comprare… ma cattivi ad amministrare

Ed è beffardo che a capo dell’Abi ci sia proprio lo stesso Mussari (sotto nella foto col “vestito” da presidente dell’Abi) che è anche presidente del Monte Paschi di Siena che fu l’artefice dell’acquisizione di Antonveneta dal Santander per la cifra record di 9 miliardi di euro per mettere le mani su 1000 sportelli che secondo il “piano strategico” dovevano far decollare la banca e invece si dimostrati piombo per il titolo MPS che oggi dopo 2 aumenti di capitale (dove sono stati incassati oltre 7 miliardi di euro) capitalizza poco più di 3,8 miliardi di euro (qui si può leggere un articolo dedicato lo scorso anno all’ultimo aumento di capitale). Una delle distruzioni di valore più grandi che in Italia una banca ha mai prodotto se si vogliono tenere fuori da questa contesa banchieri come Sindona e Calvi.

Ed è notizia di queste ore (e al momento in cui chiudiamo quest’articolo il titolo perde oltre l’8%) la pubblicazione dei dati del bilancio 2011 di Monte Paschi di Siena che si chiudono (ma non ce ne stupiamo certo) con una perdita netta contabile di 4,69 miliardi di euro dopo aver svalutato avviamenti per 4,26 miliardi legati principalmente alle acquisizioni di Antonveneta e Biverbanca e dopo 1,3 miliardi di rettifiche su crediti.
Giuseppe Mussari, presidente dell'Abi (e di Mps)

Cose che capitano. Ora intanto l’ufficio studio dell’Abi scopre che le banche italiane hanno troppo sportelli e una dieta dimagrante è necessaria. Sic.

E va detto per inciso che nemmeno all’Abi la gestione dei costi e del personale è un esempio di frugalità. La Confindustria dei banchieri nata nel 1919 per tutelare gli interessi del sistema e che rappresenta 1.013 associati,. Secondo il consuntivo 2010 l’associazione costa quasi 50 milioni di euro all’anno (con un disavanzo di 5,4 milioni nel 2010) con circa 300 dipendenti (per un costo del personale di circa 27 milioni di euro) tanto che anche qui è stato avviata una ristrutturazione.

Tornando all’evoluzione del sistema bancario italiano prima i top manager (e i loro pagatissimi consulenti) di tutte le banche italiane (da Intesa a Unicredit, da Mps a Banco Popolare e via discorrendo) ci raccontavano che grande è bello e che solo tramite l’acquisizione di quote di mercato e sportelli era possibile da parte loro creare sinergie e aumentare la redditività; ora che le cose sono andate in modo quasi opposto (e nei bilanci delle grandi banche vediamo passare anche svalutazioni in un sol colpo degli avviamenti di migliaia di miliardi di euro) ci dicono che “piccolo e leggero è bello”. Che faccia tosta…

Anche perché a capo di queste banche (magari cambiandosi le seggiole fra loro) ci vediamo gli stessi banchieri che negli anni precedenti (Alessandro Profumo ora nominato nuovo presidente di MPS per il dopo Mussari ne è un esempio eclatante) hanno seguito una strategia di “grandezza” (stra-arricchendosi con compensi iper milionari) e ora predicano l’austerità (degli altri…), invitando i dipendenti a ridursi lo stipendio pena rappresaglie.

Insomma a leggere la parabola del settore bancario in Italia e di come è stato gestito in questi anni non si trovano molte tracce di lungimiranza: mentre banche dall’estero conquistavano da zero quote di mercato interessanti. Si pensi per esempio agli olandesi di Ing Direct con il conto Arancio o gli inglesi di Barclays che senza lanciarsi in costose acquisizioni hanno seguito una strada opposta a quella dei banchieri italiani, conquistandosi un posto al sole.

Nel caso di Ing Direct in poco più di 10 anni con una strategia di marketing azzeccata (e senza acquistare sportelli come le banche italiane hanno fatto in questo periodo sborsando fino a 7 milioni di euro per filiale) sono diventati la prima banca online in Italia e al 7° posto fra le banche tradizionali con quasi 1,3 milioni di clienti per un volume di attività di oltre 23 miliardi di euro e 700 dipendenti.

Anche l’inglese Barclays nel 2006 ha deciso di puntare sul retail e ha scelto un modello leggero, senza ricorrere a costose acquisizioni. Il risultato? Oltre 190 filiali bancarie aperte soprattutto nel Centro Nord Italia e oltre 180 negozi finanziari, specializzati nella vendita di mutui e di prodotti di credito al consumo (prestiti personali, cessioni del quinto, carte di credito) insieme a una rete composta da oltre 800 professionisti tra Promotori Finanziari, Agenti in Attività Finanziaria e Consulenti di Credito Immobiliare. La dimostrazione che ci sono molti modi oggi di fare banca e soprattutto con un approccio multicanale e l’utilizzo della tecnologia che sarà sempre più protagonista. Dai telefonini smartphone ai tablet, dalle carte con chip intelligenti agli sportelli Atm multifunzione, dalle filiali leggere ai bancari preparati e aggiornati (e non trattati come venditori ed esche per la clientela a cui rifilare prodotti mal confezionati).

Insomma i banchieri italiani (tranne poche eccezioni) hanno mostrato scarsa lungimiranza in questi anni e ora tutti i nodi vengono al pettine. Ora arriva il lavoro duro e salvo regali come quelli fatti da Draghi in questi mesi (col denaro sparso come concime e sparato pure dagli elicotteri per “defibrillare” il sistema) la redditività del sistema appare ancora sotto pressione. Un’opportunità per quei banchieri che sapranno trovare una ricetta e un modello originale ma non c’è questa volta trippa per tutti.

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