STOP AI BONUS DEI BANCHIERI. QUANDO LA FINANZA DIVENTA UN FILM HORROR

 

Diversi clienti e amici desiderosi di capire il sistema finanziario mi hanno chiesto consigli su film che parlano di finanza in modo comprensibile. Questo è il secondo articolo di “cinefinanza”. Puoi leggere l’articolo precedente cliccando qui. Se desideri ricevere nella tua casella email articoli di finanza vista da un’angolazione particolare registrati sul sito www.soldiexpert.com e riceverai la newsletter gratuita “Soldi in Borsa” curata da Roberta Rossi consulente finanziario indipendente e responsabile della consulenza personalizzata di SoldiExpert SCFclicca qui se desideri contattarla per una consulenza o richieste d’informazioni

 

     

 

Quelli con le “mani in pasta”

Bisognerebbe tornare a essere bambini per raddrizzare la finanza. Ricordarsi di favole come la cicala e la formica in cui chi non ha faticato e pensato al futuro viene compassionevolmente aiutato da chi è stato più previdente. Ma la cicala non ne approfitta e non si appropria ingiustamente di tutto il risparmio della povera formica. O ripensare a Robin Hood, quello che toglieva ai ricchi per dare a chi stava peggio di loro.

In una generazione ha notato Paul Krugman (“The Great Unravelling”) la paga degli amministratori è passata da 40 a 500 volte quella di un lavoratore medio e la distribuzione della ricchezza è diventata più squilibrata in tutto il mondo se si pensa che:

• Lo 0,5% della popolazione mondiale detiene il 38,5% della ricchezza mondiale

• L’8,7% della popolazione mondiale detiene l’82,1% della ricchezza mondiale

E fra coloro che hanno partecipato in maniera più cospicua a questo banchetto ci sono quelli che lavorano ai piani alti nel sistema bancario e finanziario e hanno spesso anche il vantaggio di determinare le scelte politiche che contano.

Come viene raccontato magistralmente nel film “Inside Job” vincitore del premio Oscar nel 201o come miglior documentario. Il regista, Charles Ferguson, è un miliardario che i soldi se li è guadagnati (e alla grande) vendendo per 133 milioni di dollari un software (Frontpage) alla Microsoft di Bill Gates. Un regista impegnato Ferguson che dopo “No End in Sight” sull’occupazione americana dell’Irak ha raccontato in “Inside Job” il mondo di coloro che “hanno le mani in pasta” nel mondo finanziario: i manager di Wall Street e le pressioni che le istituzioni per cui lavorano hanno avuto sul governo degli Stati Uniti per abrogare leggi contrarie al loro business.

Leggi “profitticide” secondo questi rappresentanti delle maggiori banche americane, supportati in questo percorso distruttivo da autorevoli accademici che ovviamente in questo processo hanno avuto il loro tornaconto. Norme considerate antiquate e non al passo con i tempi che regolamentavano le banche sono state progressivamente smantellate per permettere al settore finanziario di sprigionare tutta la sua potenza di fuoco.

La deregulation non è di destra né di sinistra

“Inside Job” racconta come dagli anni Ottanta in poi sono state smantellate tanto da presidenti democratici quanto da repubblicani le leggi che davano al mondo delle banche e delle istituzioni finanziarie un assetto stabile. Si chiama deregolamentazione finanziaria e può fare più danni a un paese di uno tsunami trasformando il sogno di guadagnare in un incubo che fa perdere la casa, il lavoro e la pensione.

Un cancro quello che si è diffuso nel sistema finanziario originato dall’avidità, spregiudicatezza e scarsa lungimiranza di un manipolo di persone. E avvalorata come la “ricetta giusta al momento giusto” per favorire la crescita dell’economia da un gruppo di professori pagati profumatamente dai colossi del settore per diffondere il loro credo ultra liberista. Ci hanno impiegato quarant’anni a deregolamentare il sistema negli Stati Uniti. In Islanda meno di dieci.

E le conseguenze come mostra il film di Ferguson sono state devastanti e impreviste, anche da parte di questi professoroni, che un anno prima della bancarotta delle maggiori banche dell’Islanda, dicevano che l’economia era solida e che il sistema finanziario dell’isola era sotto controllo e in buona salute. Certo se un professore della Columbia viene pagato nel 2006 124 mila dollari dalla Camera del Commercio Islandese per un paper (studio) sulla stabilità finanziaria dell’isola, è anche difficile che vada a dire che il sistema finanziario del Paese è fortemente a rischio…

Vale il solito detto “chi paga ha sempre ragione” oppure la Camera di Commercio ha selezionato ad arte il Professore pescandolo tra coloro che avrebbero lodato il loro sistema. Ai padroni del vapore (e non solo in Islanda) piaceva così.

 

La fuga dei cervelli

Questo grafico tratto dal film “Inside Job” (la traduzione come per tutti gli altri grafici è mia) mostra il crescente divario che dagli anni Ottanta fino al 2008 ha caratterizzato lo stipendio di chi ha lavorato per il settore finanziario e quello di chi ha optato per altre professioni. Lo stipendio di coloro che non hanno scelto la finanza è aumentato in modo modesto mentre coloro che hanno scelto di occuparsi di finanza hanno raddoppiato il proprio salario. La finanza ha attirato per quarant’anni i migliori cervelli del mondo, soprattutto quelli interessati non solo alla gloria ma attirati anche dalla pecunia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla Lehman Brothers, la banca fallita nel 2008, gli emolumenti dei cinque manager al comando dal 2000 al 2007 hanno avuto una crescita ancora più portentosa. Il crack della Lehman Brothers a settembre del 2008 è stata la più grande bancarotta a livello mondiale nel settore finanziario. Nessuno dei managers della banca ha dovuto restituire un centesimo di quanto aveva guadagnato (clicca qui sei abbonato per continuare la lettura).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E di soldi la Lehman Brothers dal 2000 in poi ne aveva guadagnati a palate. Merito di un business milionario: la trasformazione di crediti derivati dalla attività più disparate (mutui, acquisti di auto a rate, prestiti universitari, debiti aziendali, acquisti a debito con la carta di credito) in titoli finanziari scambiati sul mercato.

 

 

 

 

 

 

 

La deregolamentazione del settore finanziario fu fondamentale per incamerare profitti e bonus finchè il sistema non implose. Con l’abolizione del limite di 1 a 12 tra capitale proprio della banca e attivi le banche d’affari come Lehman Brothers poterono indebitarsi sempre di più per comprare sempre più crediti dalle banche tradizionali e rivenderli sul mercato.

 

 

 

 

 

 

 

L’utilizzo della leva finanziaria esplose: tutte queste operazioni di assemblaggio e rivendita di debiti sul mercato venivano fatte prendendo sempre più soldi a prestito. Ovviamente non solo dalla Lehman Brothers. La banca d’affari americana era però il principale compratore di questi crediti derivanti soprattutto dai mutui subprime (quelli cioè di debitori di serie “B” e poi “C” e poi “D” ovvero di qualità sempre più scadente) e il principale venditore era la Countrywide. Ma i debiti che venivano acquistati dalla Lehman venivano fatti contraendo debiti con altre banche e la leva finanziaria esplose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sistema era molto profittevole per le banche d’affari. E per i loro top managers. Richard Fuld l’Amministratore Delegato della Lehman Brothers ha guadagnato tra compensi, bonus e stock option 485 milioni di dollari. Henry Paulson, Ceo della Goldman Sachs, prima di diventare Segretario del Tesoro durante la crisi finanziaria seguita al crack della Lehman nel 2008, guadagnò 485 milioni di dollari. Il sistema finanziario moltiplicava i propri guadagni anche grazie all’uso di strumenti derivati che amplificavano enormemente in senso sia positivo sia negativo i risultati di queste speculazioni. Finché non arrivò la crisi i guadagni dei top managers di Wall Street furono enormi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma erano costruiti sulla sabbia questi profitti. Il gigante aveva i piedi di argilla perché queste speculazioni erano fatte prendendo denaro a prestito. Quando Lehman Brothers, finita in bancarotta nel 2008, ha iniziato nel 2012 a rimborsare i propri creditori, aveva richieste per 300 miliardi di dollari. Ma fino al 2008 questa gigantesca speculazione finanziaria ha tenuto grazie anche alla benedizione di questi crediti impacchettati da parte delle tre agenzie di rating che davano giudizi lusinghieri a questi titoli finanziari derivanti da questi assemblaggi considerandoli altamente sicuri.

Anche il loro business andò per molti anni a gonfie vele. Le banche d’affari avevano continuamente bisogno di loro per farsi attribuire dei rating possibilmente elevati sui loro crediti impacchettati. Le agenzie di rating non si tirarono indietro e assegnarono la tripla A, ovvero riconoscendo la massima affidabilità creditizia, a questi crediti salsiccia, che secondo le tre sorelle del rating erano affidabili tanto quanto i titoli del Tesoro americano. Non solo erano affidabilissimi ma erano anche molto più redditizi. Così i fondi pensione americani e gli investitori istituzionali ne comprarono a piene mani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grazie alla loro trasformazione in titoli finanziari questi crediti finirono ovunque: in un fondo monetario della Deutsche Bank che perse il 14% in pochi mesi, in fondi distribuiti da Credit Agricole che furono congelati, in prodotti finanziari venduti alle Poste italiane come prodotti a capitale e rendimento minimo garantito, nei fondi pensione di molti lavoratori americani, in alcune polizze vendute da Mediolanum. Finirono ovunque. Per questo quando successe il disastro il problema non fu solo la bancarotta di alcune banche e istituzioni finanziarie americane, lo tsunami che provocò il crollo di questo sistema “facile e veloce” per rendere ricchi i managers di Wall Street ebbe conseguenze mondiali.

I responsabili del crollo

Nessun manager di Wall Street è stato incriminato per il crollo del sistema finanziario mondiale nel 2008 partito con la bancarotta di Lehman Brothers e propagatosi come un Armageddon in tutto il mondo. Ed è proprio nel sistema degli incentivi ai managers di Wall Street che l’economista Raghuram Rajan intervistato nel film individua la causa di questo disastro. Per lui annunciato. Il modo in cui venivano ripagati questi manager per le loro ardite speculazioni era sbagliato: i bonus erano basati sui profitti di breve termine e non c’era nessun sistema che imponesse a questi manager di restituire il maltolto in caso di performance negative. I profitti sono stati incamerati dai privati, le perdite dai contribuenti.

Se il film di Michael Moore “Capitalism: a Love Story” si chiudeva con la speranza che con l’elezione di Barack Obama il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America desse una raddrizzata a Wall Street, il film di Ferguson, girato successivamente, si chiude con la fine anche di questa illusione. Con Obama non cambierà niente visto che molte delle persone che hanno causato la più grave crisi finanziaria mondiale sono ancora ai posti di comando.

I compensi dei top manager? Diamoci un taglio!

Il problema del sistema degli incentivi finanziari ai manager delle società quotate è tornato di stretta attualità. Finora gli unici che hanno fatto veramente qualcosa in questo senso sono gli Svizzeri che hanno votato con una larga maggioranza un referendum che sottopone dal 2014 i compensi dei top managers al giudizio degli azionisti. Dal prossimo anno sul suolo elvetico non vi saranno mai più compensi decisi dai Cda delle società quotate e mai più compensi indipendenti dai risultati aziendali.

Sembrerebbe piuttosto ovvio commisurare la parte variabile dello stipendio dell’amministratore di una grande banca o di una multinazionale ai risultati raggiunti ma finora non è stato in molti casi così. Come ben racconta il libro “La paga dei padroni” (Chiarelettere Editore) scritto da un inviato del Sole24Ore, Gianni Dragoni, che non guarda in faccia a nessuno tanto meno al suo datore di lavoro, e da Giorgio Meletti giornalista de “Il Fatto Quotidiano”.

In questo libro i due giornalisti mostrano numeri alla mano come nel 2007 a fronte di una perdita per Piazza Affari dell’8 per cento circa, gli stipendi dei manager sono saliti del 17 per cento. Stessa cosa accaduta nel 2006. I nomi famosi sottoposti alla pubblica gogna per essersi attribuiti compensi spesso indipendenti dai risultati raggiunti dalle loro aziende e dai rendimenti per gli azionisti sono tutti i bei nomi del capitalismo italiano. Condannati senza appello nel libro anche molti banchieri e manager di Stato attribuitisi compensi a prescindere dai profitti realizzati dalle aziende per cui hanno lavorato. I nomi da citare sono tanti, tantissimi tanto da far pensare a un malcostume piuttosto diffuso non solo al di là dell’oceano. Dall’ex amministratore delegato di Unicredito, Alessandro Profumo (ora a capo di Mps) che nel 2007 ha visto la propria retribuzione crescere del 39% a fronte di una perdita dell’azione in Borsa del 17%, a Bob Nardelli manager della Home Depot che ha incassato per aver lavorato per sei anni fino al 2007 per la società attiva nel settore degli elettrodomestici e degli articoli per la casa più di 200 milioni di euro a fronte di una perdita del 5% del titolo.

I condottieri della crescita zero

Secondo quanto dichiarato al settimanale “Il Mondo” da Sandro Catani, responsabile per l’Italia di una società di consulenza che ha condotto nel 2006 un’indagine sui compensi dei manager di 230 aziende italiane, “In Italia i bonus vengono distribuiti più per rango che per merito, agli alti livelli è quasi obbligatorio dare un premio. Il variabile è diventato una specie di fisso, un valore di fatto permanente nella retribuzione”. Feroce l’epiteto attribuito dai giornalisti del libro “La paga dei padroni” ai manager nostrani definiti “i condottieri della crescita zero” riferendosi alla incapacità da parte di questi manager di contribuire alla crescita del paese. I dati citati sono impietosi: dal 2000 al 2007 la produzione industriale è diminuita del 4 per cento. Il peso delle esportazioni dell’Italia a livello mondiale è sceso dal 4,3% al 4,7%. I posti di lavoro sono diminuiti e la dimensione delle imprese anche.

I compensi dei padroni

Ovunque nel mondo i compensi dei lavoratori sono cresciuti in modo molto modesto mentre quelli delle classi dirigenti si sono moltiplicati. Nel 2001 secondo il settimanale “Business Week” i compensi dei top manager erano cresciuti negli ultimi dieci anni del 340 per cento, mentre i salari medi erano cresciuti del 36%. Il quotidiano inglese “The Guardian” e quello tedesco “Handelsblatt” mostravano un andamento analogo. Con casi eclatanti come quello dell’ex amministratore della Daimler- Chrysler che aveva aumentato nel 2001 i suoi compensi e quelli dei suoi più stretti collaboratori del 131 per cento mentre la sua società in Borsa aveva perso il 39%. Dal 2002 al 2006 i compensi dei top manager delle maggiori società quotate tedesche sono aumentati del 62% mentre i lavoratori medi tedeschi si sono dovuti accontentare di un magro 2,8%.

Il prezzo della disuguaglianza

I super compensi e i bonus dei manager sono secondo il Professor Stiglitz, premio Nobel all’Economia, una delle cause dell’aumento della disuguaglianza sociale e il problema non riguarda un solo paese ma l’intero Occidente. E’ in discussione alla Commissione Europea una nuova normativa che vieti ai manager di incassare in bonus più di due volte il proprio stipendio base. La norma è osteggiata dalla City di Londra che considera il bonus lo strumento migliore per accaparrarsi i banchieri più capaci del mondo.

Persone come Sergio Ermotti in forze al colosso svizzero Ubs che nel 2012 è stato il più pagato banchiere europeo: 8,4 milioni di dollari. In buona compagnia con i colleghi visto che nonostante una perdita di esercizio di 2,5 miliardi di franchi svizzeri i top manager del colosso bancario svizzero riceveranno 56 milioni di euro in bonus. Tanto è l’ultimo anno in cui possono attribuirsi liberamente i propri compensi visto che dal prossimo anno grazie al referendum taglia compensi gli stipendi non li decideranno più quei “gatti grassi” del Consiglio di Amministrazione ma gli azionisti. E in base ai risultati aziendali. Una cosa che dovrebbe essere ovvia e ragionevole e invece non lo è.

Lasciate ogni bonus voi che perdete

La Banca d’Italia ha già avvisato le banche: niente bonus ai e niente dividendi agli istituti con i conti in rosso. Vietato anche aggirare la norma con un aumento dello stipendio per gli anni successivi. Evidentemente conoscendo di chi stiamo parlando pensano “fatta la legge trovato l’inganno”. Ma chi decide i compensi dei manager delle società quotate? I componenti del comitato di remunerazione. Che non pagano certo di tasca propria gli emolumenti spiega l’economista Luigi Zingales e rischiano di non essere rinnovati come consiglieri se fanno cose troppo sgradite al management e hanno spesso nel comitato membri del Consiglio di Amministrazione. Sono quindi dei piccoli Davide contro Golia. Quindi nella maggior parte dei casi tendono a compiacere il management gratificandolo con uno stipendio sempre un po’ più alto della media.

Per questo secondo il Professor Zingales gli stipendi dei top manager sono destinati solo a salire. A meno che…l’Europa non ponga un freno a questo sistema di incentivi completamente sbagliato e potenzialmente distruttivo. Ma il ministro inglese dell’economia George Osborne è di tutt’altro avviso. I bonus non devono avere alcun limite: l’importante è che siano correlati al merito. E vanta come la Gran Bretagna ha già introdotto le regole più severe di tutti sui bonus. Talmente cristalline che i 200 top manager del principale istituto inglese l’Hsbc si sono staccati un bonus di 1 milione di sterline.

La banca si è distinta del 2012 per i suoi demeriti: dal riciclaggio del denaro dei narcotrafficanti negli Usa alle truffe sui mutui immobiliari lo scorso anno costate alla banca più di 4 miliardi tra sanzioni e indennizzi. Se questa è la “severità” del sistema vigente Oltremanica siamo a posto. Mi sembra che imbarchi acqua da tutte le parti. Soprattutto quando il governo inglese sta chiedendo sacrifici a tutta la popolazione dicendo che non farà sconti a nessuno. Tranne ai banchieri…che come Ulisse dicono di chiamarsi Nessuno. Auguriamo a Cameron di non fare la fine di Polifemo cui Ulisse aveva detto di chiamarsi Nessuno. Sappiamo come è andata a finire allo sprovveduto Ciclope. Ha perso l’unico occhio che aveva.

 

Il Blog di SoldiExpert SCF

Cerchi consigli per investire in modo
intelligente i tuoi risparmi?

Affidati ai professionisti della
consulenza finanziaria indipendente di
SoldiExpert SCF

PARLA CON NOI

Scopri cosa possiamo fare per il tuo piccolo o grande patrimonio e contattaci per fissare un primo appuntamento telefonico gratuito con uno dei nostri consulenti

PARLA CON NOI