TAMBURI DI RIALZO PER PIAZZA AFFARI. ED E’ FIAT IL TITOLO PIU’ SOTTOVALUTATO. L’INTERVISTA AL PRESIDENTE DI TIP.

La sua società, che ha anche il suo nome nella ditta, è quotata a Piazza Affari dal 2005 e negli ultimi anni il titolo è stato fra le small cap che ha dato maggiori soddisfazioni ai suoi azionisti grazie all’andamento dei corsi e ai dividendi staccati.

Ma l’angoscia di Giovanni Tamburi, presidente di Tamburi Investment Partner (TIP) e banchiere d’affari di lungo corso è il prezzo delle sue azioni nonostante in quest’ultima settimana la Borsa sembra aver in parte riscoperto il suo titolo dopo una serie di notizie una più positiva dell’altra.

Un investitore privato dal Qatar ha infatti comprato la quota di maggioranza della grande catena commerciale francese Printemps da Borletti e dalla Deutsche Bank (per 1,75 miliardi di euro) e, a cascata, la Tamburi Investments Partners (Tip) ha incassato 42 milioni di euro e una “simpatica” plusvalenza di 33 milioni.

Annunciata questa operazione dopo pochi giorni TIP ha annunciato un’altra operazione questa volta in acquisto molto rilevante. L’ingresso tramite la propria controllata Clubsette S.r.l.del 14% di Ruffini Partecipazioni, società controllata da Remo Ruffini che detiene il 32% del gruppo Moncler.

tamburi

 

Una società famosa in tutto il mondo nell’abbigliamento invernale e il cui approdo prossimo dovrebbe essere la Borsa con una valutazione che potrebbe oscillare fra i 2 e i 3 miliardi di euro se si tiene conto dei multipli che girano oggi nel settore del lusso. E che può contare su una fortissima redditività nel settore: Moncler nel 2012 ha fatturato 624 milioni di euro con un margine operativo lordo di 170 milioni di euro, in crescita del 39% rispetto all’anno precedente.

Ma nonostante questa pioggia di buone notizie accompagnate ieri da alcuni report molto positivi sul titolo pubblicati da banche d’affari come Integrae ed Equita (che hanno confermato il giudizio “buy” con target price rispettivamente di 2,5 euro e 2,1 euro) Giovanni Tamburi vede il suo titolo troppo bistrattato dal mercato.

E’ troppo basso. La nostra società vale ben di più. E’ un mio grande cruccio che Piazza Affari non ci valuti ancora come dovrebbe. Personalmente mi sono dovuto fermare a fare acquisti sui titoli della mia società perché sapevo che nell’operazione Printemps la nostra uscita come soci avrebbe generato una plusvalenza importante (oltre 30 milioni di euro). Ho però continuato come società quotata a procedere al riacquisto delle azioni proprie spingendo al massimo possibile per quello che consente la legge il buy back. Da inizio anno abbiamo così raddoppiato la presenza da poco più del 2 al 4% di azioni proprie detenute perché crediamo fortemente nella sottovalutazione della nostra società. Il mercato fino a oggi ci ha snobbato e preferisce scommettere su altre storie anche perché non è forse facile far capire il nostro mestiere e la nostra storia. Ma sono convinto che il mercato si accorgerà di questa sottovalutazione e peraltro in questi ultimi 3 e 5 anni abbiamo sovraperformato come titolo sia in Italia che in Europa l’indice delle small cap europee”.

La specialità di TIP è diventare partner finanziario di società quotate e non quotate, cercando di accompagnarle nello sviluppo. La vostra strategia è entrare come azionisti di minoranza ma in modo attivo. Quali sono le più importanti partecipazione che detenete fra le non quotate?

“Veniamo considerati una società di private equity e oggi nel nostro portafoglio le società quotate pesano per circa il 65% e quelle non quotate per il 35%. Gli investimenti più importanti fra le aziende non quotate sono ora quelli fatti su Moncler e poi il secondo è quello in Intercos, società specializzata in profumi e cosmetici che di fatto è il leader mondiale nelle forniture per i più grandi marchi da Lancome a L’Oreal a Proter&Gamble.

E’ una società con 400 milioni di euro di fatturato circa e 50 milioni di euro di ebitda.

Il nostro portafoglio di società quotate comprende invece diverse società di cui deteniamo direttamente e indirettamente importanti quote di partecipazioni come Amplifon, Bolzoni, Datalogic, Servizi Italia, Prysmian fra le più note”.

strutturaTIP

Quando investite in una società non quotata utilizzate gli stessi criteri che usate per decidere se entrare in una società quotata? Ovvero come ha spiegato in una presentazione “qualità ed affidabilità del management”, “esistenza di peculiarità commerciali ed industriali” , “possibilità concrete di avere un ruolo di socio attivo”, “possibili evoluzioni aziendali o nella struttura azionaria”…

 

“Sì per noi è assolutamente irrilevante che una società sia quotata o meno. E’ solo un dettaglio tecnico. Noi non facciamo operazioni di buy out ovvero rileviamo il pacchetto di controllo di aziende magari caricando il debito sulla società bersaglio. E quindi operiamo con le caratteristiche che lei ha descritto come investitori di medio-lungo periodo con una posizione di minoranza ma entrando quasi sempre nel consiglio di amministrazione e quindi per noi non c’è differenza da questo punto di vista fra Prysmian e Moncler, Intercos e Interpump.

Il nostro approccio e specializzazione è più sul lato finanziario dove porto anche la mia esperienza personale di quasi 40 anni nel settore. Abbiamo da molto tempo la sensazione che in Europa e in Italia i top manager sono focalizzati più su tematiche industriali che finanziarie e il nostro valore aggiunto può essere proprio quello di fornire non solo mezzi freschi ma anche questo know how”.

Può fare un esempio concreto?

“Il caso dell’azienda Interpump di cui siamo azionisti da molti anni è piuttosto esemplificativo del nostro possibile contributo. E’ un’ottima società, leader mondiale nel suo settore, e in tempi non sospetti già nel 2005-2006 abbiamo consigliato al suo management di puntare a finanziarsi sul lungo termine perché temevo un credit crunch e la chiusura dei rubinetti del credito. Questa società ha seguito il nostro consiglio, aprendo linee di finanziamento a lungo termine per poi crescere e mettere a segno acquisizioni nel settore. Con il crollo dei mercati poi il titolo era sceso da 8 a 2 nel 2008-2009 e il nostro consiglio è stato quello di varare un aumento di capitale con warrant. Un modo per mettere fieno in cascina e fare un’operazione a favore di tutti i soci. Oggi il titolo è tornato vicino agli 8 euro, quando la società ha dovuto fare acquisizioni aveva i soldi in cassa e tutti hanno guadagnato e moltissimo (compresi i piccoli risparmiatori) da quell’aumento di capitale. Un altro caso interessante è stata l’operazione in Amplifon. E’ una società che seguivamo da tempo e ci piaceva ma non volevamo entrare acquistando le azioni in Borsa perché quando ci muoviamo non siamo un peso piuma e avremmo spostato troppo il titolo. Ho parlato allora all’amministratore delegato di Amplifon, Franco Moscetti e gli ho dato la disponibilità della nostra società a entrare nel capitale nel caso che la società avesse varato un aumento di capitale riservato per la realizzazione di un’operazione importante. E così quando Franco Moscetti, l’amministratore delegato di Amplifon, ha deciso di portare l’azienda in Australia, con un investimento da 300 milioni, è partito avendo in tasca una nostra lettera che gli garantiva la nostra disponibilità a partecipare per 100 milioni”.

Il settore del private equity a che punto è? Il credit crunch e la crisi Lehman come hanno cambiato questo mercato? Da come parla sembra che nel vostro caso è stato un fatto positivo per la vostra società…

“Fra il 2009 e il 2012 abbiamo fatto cose che non ha fatto nessuno anche perché avevamo tanti soldi in cassa e abbiamo potuto approfittarne per mettere a segno acquisizioni e operazioni importanti. Dal 1° gennaio 2010 al 2012 abbiamo investito quasi 500 milioni di euro e siamo fra i primi investitori italiani e fra i primi anche in Europa.

Nel periodo 2006-2007 quando dicevo nelle interviste che sarebbe arrivata la crisi tutti mi davano del cretino e ci criticavano perché avevamo tanti soldi in cassa che non utilizzavamo. Il tempo ci ha dato ragione e oggi tutto il mondo del private equity è profondamente cambiato”.

Come?

“Chi fa il private equity classico per come lo si faceva fino a qualche anno fa è fuori dal tempo. Questo modello è proliferato negli ultimi 30 anni iniettando soprattutto debito nelle aziende. E in alcuni casi questo modello ha fatto un pessimo servizio all’economia perché ha spremuto troppo le aziende, ha emesso troppo debito (caricandolo sulla società acquisita), occupandosi troppo degli interessi degli azionisti di maggioranza. Oggi il private equity si fa in modo sano con una leva equilibrata, senza grandi debiti e capitale proprio cercando di investire nel lungo termine nell’interesse di tutti. Peraltro andare da una banca per farsi finanziare un’operazione a leva è praticamente impossibile: se va in un grande istituto gli chiede credito per farsi finanziare un’operazione di questo tipo il banchiere la guarderà come un matto perché ha già i suoi problemi nel gestire e rientrare dalle sue operazioni nel settore”.

moncler

Immagino che sull’operazione Moncler ci fossero anche altre società interessate, anche più grandi di TIP, a diventare soci di Remo Ruffini, il patron dell’azienda? Come è riuscito a convincerlo?

“Mi ha ascoltato per non più di quarto d’ora e gli ho spiegato le stesse cose che spiego ora a lei. E il numero 1 di Moncler ha capito che solo noi in Italia avevamo a cuore il destino della sua azienda. E ci ha scelto. E può telefonare pure a Ruffini per chiedergli conferma di quello che le ho detto”.

Quanti soldi avete in cascina per fare ulteriori eventuali acquisizioni in TIP dopo l’operazione Moncler?

“Come soldi diretti fra i 100 e i 150 milioni di euro. Ma con i club deal (partnership fra TIP e altri imprenditori) possiamo disporre di capitali quasi illimitati perché ci sono alcune delle più importanti famiglie di imprenditori in Italia che sono nostre socie in Tamburi o sono interessate di volta in volta a entrare con altre quote delle cassaforti di famiglia in singole operazioni come è accaduto ora con Moncler. All’inizio su questa operazione volevamo fare quote di 10 milioni di euro per ciascun socio che voleva partecipare anche personalmente ma poi abbiamo dovuto abbassare il gettone a 5 milioni di euro perché erano in tanti a voler entrare e ancora oggi mi chiamano molti imprenditori perché avrebbero voluto partecipare”.

Quando è nata la vostra azienda la missione annunciata era quella di selezionare “tech stocks”. Invece vedendo come è andata avete virato decisamente dalla new alla old economy, guardando le operazioni che avete messo a segno…. Magazzini, arredamento (Roche Bobois), piumini.

“E’ cambiato anche il mercato ma gli stessi analisti ci hanno fatto capire che una società come la nostra dove puntare sulle eccellenze e diversificare, cercando di cogliere a largo raggio le opportunità d’investimento senza concentrarsi troppo”.

Qualche tempo fa ha dichiarato che in Borsa il titolo Fiat è uno dei migliori da comprare. Lo pensa sempre e perché?

“Assolutamente sì. Fiat è una società considerata legata al mercato italiano e alla difficile situazione del mercato automobilistico continentale ma di fatto è oramai una società americana con un redditività e un fatturato soprattutto estero. Se non fosse quotata a Milano ma a Wall Street o in Olanda (come sarà per Fiat Industrial e con la fusione con CNH) il mercato la valuterebbe in modo più congruo e secondo me il titolo entro fine anno potrebbe arrivare anche a 8 euro che è il suo prezzo più giusto.

Se fosse una preda alla nostra portata ci farei sicuramente un pensiero ma peraltro Sergio Marchionne non ha certo bisogno dei nostri consigli in tema di finanza. E’ un maestro e tanto di cappello al lavoro che ha fatto e sta facendo.”.

graficoTamburi

Come giudica da esperto di lungo corso le quotazioni di Piazza Affari e lo stato di salute dell’Italia?

“Le quotazioni di Piazza Affari sono mediamente molto basse e fra le blue chips società come Fiat o Luxottica rappresentano dei casi ancora molto interessanti. Pesa troppo in modo ingiustificato il “rischio Italia”. Riguardo le valutazioni delle società in Borsa i prezzi poi non riflettono in molti casi il vero valore. Le oscillazioni spesso repentine non trovano giustificazione col valore delle aziende che si calcolano in base al cash flow, alla redditività, alle prospettive di sviluppo, dalla serietà del management. Quando calcolo il valore delle società io guardo al lungo termine e questo prescinde dall’andamento contingente dei mercati che spesso prende delle solenni cantonate. Si pensi all’11 settembre e cosa accadde alle quotazioni nei giorni successivi. Nell’immediato sembrava che il mondo dovesse finire con crolli generalizzati: se si riguardano oggi i grafici quel movimento nel lungo periodo sembra un dentino minimo all’ingiù poi ricomposto”.

E la situazione dell’Italia dal punto di vista politico-finanziario come la vede, la preoccupa?

“Se dobbiamo guardare alla situazione politica, della finanza pubblica e delle infrastrutture non siamo messi benissimo. Ma in un Europa che non ha comunque consentito il crac a nazioni come la Grecia, il Portogallo o Cipro non credo che saremo mollati al nostro destino. C’è poi comunque un’Italia positiva fatta di aziende sane e nonostante tutto l’export italiano continua a crescere e raggiunge trimestre dopo trimestre nuovi record. Ci sono non solo grandi aziende ma anche piccole e medie che sanno reggere alla competizione globale e sono gestite bene”.

Fa però dei casi come la Grecia e Cipro dove i risparmiatori hanno partecipato al “salasso” con un hair cut pesante (ovvero un differimento del rimborso dei titoli di stato) nel caso dei bond greci e la partecipazione dei correntisti al salvataggio (i titolari di conti correnti a Cipro con più di 100.000 euro potranno perdere quasi il 50% di quanto depositato)?

“In effetti se l’Italia fosse un’azienda avrebbe senso una ristrutturazione del debito. Se si finanzia un debitore in modo sconsiderato, se le banche hanno dato troppi soldi in giro in modo cretino e tanta gente ha sottoscritto i Btp perché gli davano un rendimento del 5% senza rischio c’è evidentemente qualcosa che non va. E sarebbe anche giusto che qualcuno pagasse per avere troppo disinvoltamente sottovalutato il rischio. Ma detto tutto questo non credo che questo succederà e on crediamo che nè l’Italia nè l’euro stiano per collassare”.

 

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