TASSARE DI BRUTTO I CAPITALI DEGLI EVASORI IN SVIZZERA “ALLA TEDESCA” E’ UN’IDEA COSI’ GENIALE?

Larissa, cittadina di circa 200.000 anime in Grecia vanta un particolare primato al mondo. E’ il luogo al mondo con maggiore concentrazione di Porsche Cayenne per abitante. Giocattoloni da oltre 100.000 euro che qui nella capitale della Tessaglia si vendono come il pane nonostante l’economia di questa zona sia fondata soprattutto sull’agricoltura (cotone, granoturco, viticoltura…) che, a vedere i dati ufficiali, non è proprio un settore così fiorente. Basta considerare che in Grecia la produzione agricola secondo i dati del 2009 genera solo un 3,2% del Pil come ha ricordato recentemente Eracle Polemarchakis , l’ex capo del dipartimento economico del primo ministro greco.

Che ha ricordato che fino a qualche anno fa in Grecia giravano più Porsche Cayenne che contribuenti che avevano dichiarato e pagato le tasse su un reddito annuo di oltre 50.000 euro.

Questa storia ci dice che l’evasione fiscale in Grecia (e non solo) è un problema serio ma i contribuenti tedeschi stufi di mantenere le cicale greche (secondo un recente sondaggio pubblicato sul Financial Times meno di un tedesco su tre pensa che la Grecia dovrebbe restare nell’euro) possono forse consolarsi col pensiero che tutte queste automobili di lusso sono state prodotte e vendute in questi anni da un’azienda di Stoccarda. Magie (e paradossi) della globalizzazione.

 

“E’ altresì vero che comunque i tedeschi si sono stancati dopo avere avuto tempo di ricapitalizzare la proprie banche esposte in Grecia –  osserva Roberto Lenzi, avvocato specializzato in diritto finanziario e pianificazione patrimoniale dello studio Lenzi & Associati – E senza tenere conto che la Germania è stato il primo esportatore di armi verso la Grecia”.

Soldi che vanno, soldi che vengono…

Tutti questi soldi evasi e spesso fuggiti anche all’estero in questi anni dalla Grecia si vorrebbe che ritornassero nella patria di Omero ed è di questi giorni l’annuncio del quasi accordo tra il vice ministro delle Finanze greco George Mavraganis e la controparte elvetica, che imporrà una tassazione ai conti dei cittadini ellenici occultati nelle banche svizzere.

Un accordo che dovrebbe essere formalmente firmato a fine mese e che segue le tracce dell’accordo simile già stipulato (ma non entrato in vigore) dalla Germania con la Svizzera e poi Gran Bretagna e Austria: quest’ultima ad aprile ha firmato un accordo con Berna che prevede una tassazione sui capitali con percentuali variabili dal 15 al 34%. In questo modo, il governo austriaco ha previsto per il 2013 un introito di circa 3 miliardi di euro.

La proposta di tassare capitali esteri in Svizzera era in atto – secondo Dimitris Papadimoulis, deputato del partito Syriza, la sinistra radicale greca – già dal 2005, ma la firma sarebbe stata rimandata perchè molti parlamentari dei vari partiti avevano conti nascosti in Svizzera.

E in Italia cosa aspettiamo a firmare un simile accordo?

Da più parti si dice che anche l’Italia dovrebbe darsi una mossa e firmare un accordo del genere come hanno fatto questi Paesi. Con la necessità di liquidità e soldi da mettere nell’economia italiana sarebbe una bella cosa se lo Stato italiano prelevasse dai conti di coloro che hanno esportato illegalmente il proprio capitale in Svizzera e li tosasse di una bella quota. E i calcoli che girano da tempo dicono che il presunto gettito che potrebbe arrivare da una simile mossa potrebbe essere vicino ai 40/50 miliardi di euro. Altro che una manovra finanziaria…

“Non tutti i soldi detenuti nei forzieri elvetici sono frutto di evasione – osserva l’avvocato Roberto Lenzi – Molti sono contribuenti italiani che per paura del comunismo, del terrorismo (in passato) e soprattutto dalle “caratteristiche” dello Stato Italiano (caratterizzato da un’alta “volatilità” in campo fiscale) hanno portato soldi fuori. Quindi, soldi guadagnati “onestamente” ed “espatriati”, ove l’irregolarità consiste nel averne mai dato evidenza nel quadro RW (detenzione attività all’estero) e nel non avere pagato le imposte sui redditi”.

 

Secondo le ipotesi di intesa che circolano e ricalcano a grandi linee gli accordi già raggiunti con Regno Unito e Germania gli evasori nostrani dovrebbero essere tassati con un prelievo una tantum (c.d. “imposta liberatoria”) sui loro depositi svizzeri. Un prelievo particolarmente elevato, che nel caso dell’accordo tedesco, per esempio, è stato fissato in un range tra il 21% ed il 41%; con un criterio parametrato sull’entità e sulla data di accensione del deposito. La logica alla base di un range così ampio  sta nel tassare maggiormente i fondi che sono arrivati illegalmente in Svizzera da meno tempo e che hanno subito un incremento esponenziale. E per il futuro, i redditi dei capitali così emersi sarebbero tassati con aliquote stabilite tra i due stati. Per la Germania è previsto il 26,3 per cento, mente nel caso inglese si arriva al 48 per cento, con una logica che tiene conto delle aliquote fiscale sul reddito tipiche di ogni Paese.

Nel caso dell’Italia si parla di un tesoro stimato “svizzero-vestito” di circa 160/200 miliardi di euro, esportati di nascosto dagli evasori italiani da decenni e sfuggiti a ogni scudo o sanatoria e che per la prima volta verrebbero aggrediti dal fisco italiano con una tassazione “una tantum” che alcuni stimano in un range dal 15% al 25% (ben più del 5% degli Scudi Fiscali) e poi assoggettata negli anni successivi all’imposizione ordinaria così come previsto in Italia.

“Tu evasore vuoi mantenere l’anonimato e tenere i soldi in Svizzera? Ok ! Ma me ne cedi subito un quarto di questa ricchezza (e non mi interessa come l’hai prodotta) e poi ogni anno paghi le tasse sul reddito generato come un qualsiasi contribuente italiano”. Questa sarebbe la logica di questo accordo se andasse in porto trovando una sistemazione con i vicini della Confederazione Elvetica anche su altre questioni laterali, non di poco conto quali, ad esempio, la cancellazione della Svizzera dalle black list italiane, la sistemazione della questione con i transfrontalieri e la possibilità per gli Istituti di credito elvetici di potere prestare i propri servizi in Italia senza dovere aprire filiali di diritto italiano.

Sarebbe giusto un simile accordo? E soprattutto porterebbe questo gettito? Sul piano del senso di giustizia fiscale ammetto che l’ipotesi è giusta e sensata. Anche perché chi ha esportato senza dichiararli i capitali in Svizzera negli anni passati ha avuto tutto il tempo di redimersi e aderire ai diversi “Scudi fiscali” a prezzo da Hard discount che si sono succeduti nel passato decennio.

Ma se vogliamo fare le pulci a questo tipo di accordi c’è qualcosa che non mi convince se si passa dal lato teorico a quello pratico, dai principi di fondo e morali alla realtà delle cose.
Non è il mio mestiere scrivere un trattato di accordo fiscale con la Svizzera ma da quello che ho letto in questi mesi mi sembra che ci sia grande ingenuità nel pensare che basta applicare una tassazione del 25% sui capitali evasi degli italiani giacenti nei forzieri svizzeri per fare “bingo” sul fronte delle entrate dei conti pubblici.

Qualche soluzione certo la si dovrà trovare ma come il vento non lo si cattura con le mani così anche i capitali nell’era dei paradisi fiscali e bancari e della finanza globale non li si imprigiona con un testo di legge. Soprattutto se questo accordo è applicato e vale solo nei confronti di un paradiso bancario e all’evasore resta… la possibilità e il tempo di spostare il proprio malloppo in un altro luogo nel mondo. Non assoggettato a un simile accordo. E le alternative nel caso alla Svizzera non mancano come ben sanno coloro che hanno i soldi in Svizzera e che stanno già facendo le “valige” verso paradisi bancari come solo per citare qualche nome Hong Kong, Singapore, Bahamas,  Dubai o per restare in Europa il Liechtenstein, Montecarlo.

Luoghi apparentemente esotici in alcuni casi e ben più lontani della Svizzera ma al tempo del trading e banking online basta un pc e un mouse e una casella postale elettronica per muovere i propri capitali in pochi minuti in tutto il mondo.

Peraltro è bene ricordare che negli anni passati i “cervelloni” dei ministri finanziari europei avevano firmato con la Svizzera un accordo (la famosa “euro-ritenuta”) che prevedeva un’imposizione fiscale sui redditi dei correntisti non residenti (e sui capitali non dichiarati al Fisco del paese d’appartenenza) in realtà come Lussemburgo, Svizzera, Austria..

Soldi che la Svizzera avrebbe dovuto trattenere dal conto e poi girare ai vari Paesi di provenienza degli evasori.  Peccato che il gettito dell’euro-ritenuta proveniente dalla Svizzera si è dimostrato ridicolmente basso perché le banche di questi Paesi spesso consigliavano (lo ha denunciato anche più volte pubblicamente l’ex ministro Tremonti) ai propri clienti di intestare i conti ad una società off-shore (tipo Panama), aggirando così l’obbligo fiscale.

Qualcosa è cambiato in questi anni a Berna. Ginevra, Lugano e dintorni. “Le banche svizzere non possono consigliare il cliente in questa direzione – osserva Roberto Lenzi –  ma non possono nemmeno impedirglielo. Comunque, è fatto divieto esplicito di proporre o offrire consulenza al cliente in questa direzione. Infatti, dal marzo 2011 l’Associazione svizzera dei banchieri ha pubblicato delle regole di condotta che invitano le banche a organizzarsi in modo da non favorire o incoraggiare trasferimenti di capitali fuori dal campo di applicazione degli accordi. E alcune banche, addirittura, impediscono prelievi in contanti sopra una certa cifra”.

E’ comunque a mio parere sensato avere più di qualche dubbio sulle cifre del gettito previsto che circolano fra i ministri, la stampa e che vengono rilanciate da alcuni blogger (anche perché in Italia su queste fanta-cifre siamo poi capaci già di spenderle prima di averle incassate…) e al riguardo mi viene anche in mente al mega flop delle tasse sugli yacht. Una manovra nella manovra introdotta nel decreto “Salva Italia” e il cui gettito effettivo si sta dimostrando un quarto di quello previsto.

Che cosa è accaduto? Che molte delle vele e degli yacht invece che attraversare il Mare Nostrum e pagare il balzello hanno preferito puntare il timone verso altri lidi: la Dalmazia, la Grecia, le Baleari, Bodrum e le coste turche. Ovunque nel Mediterraneo tranne che a ridosso dello Stivale. Un turismo,  spesso “ricco”, che si è spostato, sottraendo alla fine perfino soldi allo Stato perché il settore della nautica, una delle eccellenze italiane (superiore a quella tedesca), ha perfino così acuito la crisi, vedendo crollare anche per questo motivo la domanda interna. Si stima, infatti, che la nautica tricolore ha perso 20mila addetti in due anni, vedendo ridurre il fatturato dal 2008 di ben 2,5 miliardi di euro, praticamente dimezzato a poco più di 3 miliardi. E così rispetto ai 115 miliardi che si attendevano dalla “tassa sugli yacht” ne sono entrati al 31 maggio soltanto 23,5 ossia il 15 per cento.

Ed è di fine settimana scorsa (ma non la notizia che anche il gettito della tassa sullo scudo fiscale ha deluso le attese. Nelle casse dello Stato sono arrivati, infatti,  878 mln euro invece degli 1,5 mld messi in conto dal Governo, con la relazione tecnica al decreto Salva-Italia, provvedimento nel quale era stata introdotta l’imposta dell’1%.

 

Anche in Germania non dire gatto…

In realtà anche l’accordo sui capitali evasi fra Svizzera e Germania che sembrava cosa fatta ancora è in alto mare perché come mi spiega un banchiere svizzero sta incontrando nuove e durissime resistenze in quest’ultimo Paese dato che alla Camera dei Länder – dove la sinistra tedesca (SPD) è in posizione di forza – non vi è ancora una maggioranza.

Questi considerano un simile trattato troppo blando nei confronti degli evasori. E anche in Svizzera alcune frange gridano alla svendita del segreto bancario o alla resa di fronte allo straniero, italiani compresi.  E cresce l’insofferenza di una parte della popolazione contro l’accordo di doppia imposizione firmato tra Berna e Berlino e che potrebbe sfociare in un referendum che vede già favorevoli i Verdi e i socialdemocratici.

Guldimann ha spezzato una lancia per la ratifica dell’accordo attuale da parte di Berlino. La destra al potere (CDU/CSU e FDP) sostiene invece l’intesa.

La Svizzera non è certo quella di un tempo ed è profondamente cambiata negli ultimi  anni.

“Le autorità finanziarie preposte – mi conferma uno gnomo svizzero che vuole naturalmente mantenere l’anonimato – hanno introdotto non poche nuove normative e lo scenario operativo nel settore bancario è praticamente irriconoscibile rispetto a soli 5 anni fa. Chi oggi crede di poter venire in Svizzera con la valigia piena di soldi, come si faceva a fine anni 90, non ha ancora capito che in questo senso è finita un’epoca. Credo esista ancora qualche istituto minore che lavori un po’ come allora ma per il resto oggi si lavora solo sul trasparente, in particolare collaborando con le fiduciarie italiane”.

 

I banchieri svizzeri dicono che ora lavorano pulito insomma ma ammettono che chi possiede grandi capitali potrebbe spostarli su altri lidi nel caso di una tassazione alla “tedesca” poiché chi possiede grandi fortune ha un esercito di consulenti e fiscalisti pronti a consigliare loro come ottenere la migliore “ottimizzazione” o “pianificazione” fiscale.

Morale: nella rete di un accordo siffatto potrebbero cadere le vedove e i pigri mentre una quota significativa di italiani prima di versare l’obolo a Mario Monti inventarsi di tutto pur di non pagare.

Anche perché le scappatoie sembrano veramente molte  come ha ben documentato in un articolo (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002775-351.html) pubblicato a inizio anno Andrea Manzitti, ex capo del Dipartimento per le Politiche fiscali del Ministero dell’Economia che ha analizzato nel dettaglio ( e vale la pena leggerlo se si è interessati alla materia e non si parla solo per partito preso) lo schema dell’accordo fra Berlino e Berna, mettendone in evidenza le incongruenze, trappole, limiti (la Germania potrà inviare solo 1300 richieste motivate di informazioni bancarie in due anni ai banchieri svizzeri per fare un esempio)  e buchi che possono consentire agli evasori tedeschi (e domani italiani) di beffare in diversi modi (con la felicità dei banchieri svizzeri) questo accordo se questo diventerà nelle sue parte fondanti il testo definitivo.

E secondo Roberto Lenzi, avvocato specializzato in simili questioni siamo quasi vicini a un paradosso: “chi spinge per un accordo alla “tedesca” alla fine è soprattutto la Svizzera per mantenere (concedendo qualcosa ma non troppo) il segreto bancario e “sottrarsi all’eventuale futuro scambio automatico di informazioni previsto in sede multilaterale (vedi Euroritenuta ed altro)”.

 

Annunciare di chiudere la stalla per consentire ai buoi di scappare?

Da quasi un anno poi si parla di questo possibile accordo con indiscrezioni sui giornali, incontri, smentite, quasi accordi e palleggi. E non è una strategia geniale come ha ricordato giustamente Vittorio Malagutti sulle colonne de “Il Fatto Quotidiano” perché “i cosiddetti tecnici guidati da Mario Monti hanno fin qui prodotto una montagna di parole. Inutili. Anzi, peggio, dannose per le casse dello Stato. Perché la strategia degli annunci a cui non seguono i fatti finisce per mettere sull’avviso gli evasori nostrani che hanno tutto il tempo, con la volonterosa collaborazione delle banche elvetiche, per trasferire i loro tesoretti in paradisi offshore al riparo del fisco nostrano”.

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