Telefonami tra 32 anni: io, Warren Buffett, Lucio Dalla e i titoli del futuro

I titoli di oggi saranno anche quelli di domani? Un focus sull'azionario e sul settore delle telecomunicazioni nella Lettera Settimanale

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Una settimana ancora tutto sommato positiva quella passata per i mercati azionari mondiali ad eccezione dell’indice Nasdaq che ha respinto nuovamente l’attacco sopra quota 14.000 mentre invece molte altre Borse mondiali hanno raggiunto nuovi massimi.

Ne ha approfittato Warren Buffett che a 90 anni ha visto il proprio patrimonio personale superare i 100 miliardi di dollari portandosi nel Bloomberg Billionaires Index al 6° posto fra i riccastri della terra.

La leggenda racconta che il guru di Omaha (è nato in questa cittadina del Nebraska) ha iniziato a fare soldi già a 5 anni vendendo limonate davanti alla casa di un suo amico che dava su una via molto trafficata. Quando un problema diventa un’opportunità.

Oggi Buffett controlla un impero tentacolare con un mucchio di contanti in continua crescita che è salito a 145,4 miliardi di dollari e comprende di tutto ovvero dalle caramelle ai tappeti, dalle ferrovie alle scarpe da corsa, dalle catene di gelati alle batterie elettriche, dalle vernici Benjamin Moore (che Roberta ha voluto per la nostra casa come buon auspicio) alle assicurazioni, dagli smartphone ai rating finanziari e ha annunciato che il suo successore ufficiale sarà Gregory Abel scelto anche per la sua “giovane età” (59 anni).

Le prime cinque partecipazioni di Buffett a dicembre 2020 erano Apple, Bank of America, Coca-Cola Co., American Express Co. e The Kraft Heinz.

Non è certo facile stare sulla breccia per molti anni, ha peraltro ricordato Warren Buffett 2 settimane fa ai suoi azionisti, con l’immagine sotto, per far capire come i leader di oggi non è detto che saranno quelli di domani e per questo ha fatto vedere le 20 società a maggiore capitalizzazione borsistica nel 1989 confrontate con quelle di oggi.

 

Le più grandi società al mondo nel 1989 e a fine marco 2021 come valore

 

Buffett ha evidenziato che nessuna delle prime 20 big cap di oggi appariva nell’elenco delle società a maggiore capitalizzazione di 30 anni fa.

“Nessuno. Zero. C’erano allora sei società statunitensi sulla lista e i loro nomi vi sono familiari. Avevamo General Electric, abbiamo Exxon, abbiamo IBM Corp. Nessuna è arrivata alla lista 30 anni dopo.”

La lezione per gli investitori è, secondo Buffett, che il mondo può cambiare in modi molto drammatici.

E’ bene non essere quindi troppo sicuri di se stessi e diversificare (e per questa ragione Buffet trova molto furbi gli ETF, come quelli sugli indici Usa) senza cadere nella trappola dei “megatrend” e delle mode, perché gli investitori sono attratti dalle industrie popolari, che si tratti di ferrovie a metà degli anni ’50 o di società tecnologiche oggigiorno. Ma scegliere vincitori e vinti in un settore è incredibilmente difficile.

Ad esempio, Buffett ha ricordato che nel 1903 il “posto dove stare” era sicuramente l’industria automobilistica. “La tesi era che un giorno 290 milioni di auto avrebbero percorso negli Stati Uniti. Tuttavia, c’erano almeno 2.000 aziende che sono entrate nel settore automobilistico. Nel 2009 ne sono rimaste tre, due delle quali sono fallite”.

Secondo Buffett, il capitalismo continua a funzionare egregiamente e anche gli Stati Uniti stanno tutto sommato molto bene e ringrazia sempre Iddio di essere nato lì, perché in nessun’altra parte del mondo avrebbe avuto tutte le possibilità di realizzare il suo “big dream”.

 

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Le parole di Warren Buffett mi hanno riportato indietro di 32 anni fa al 1989 a quello che sembra allora il titolo del futuro la Sip, Società italiana Per l’Esercizio delle Telecomunicazioni, che nel 1994 cambiava denominazione in Telecom Italia in vista della successiva privatizzazione.

Il 1989 un anno che ricorderemo per sempre per la vittoria trionfale di Solidarność alle elezioni parlamentari e per il concerto dei Pink Floyd a Venezia.

Era l’alba degli anni ’80 quando Lucio Dalla cantava la sua bellissima “Telefonami fra 20 anni” con la sfera di cristallo in mano, un invito a prendere le distanze e al tempo stesso a non dimenticare. Rispetto al 1989 di anni ne sono passati 32 anni e quando ho ascoltato le parole di Warren Buffett all’ultima assemblea degli azionisti di Berkshire Hathaway la mia mente è andata a questo bellissimo brano e alla società che all’epoca in Italia sembrava con il vento in poppa.

Nel 1989 la telefonia mobile era ancora agli inizi con 100.000 abbonati (sì avete letto bene) mentre oggi sono diventati 31 milioni (!) i titolari di linee mobili con Telecom Italia. Se una maga vi avesse detto che un giorno in Italia tutti avrebbero avuto non una ma due sim telefoniche e saremmo stati al top nel mondo per tempo passato non solo al telefono, ma anche sui social (circa 60 ore mensili a persona) vi sareste imbottiti di azioni telefoniche immagino…

Una crescita veramente prodigiosa, ma se aveste acquistato le azioni dell’ex monopolista telefonico italiano in 32 anni il grafico borsistico, come potete vedere sotto, non è stato certamente proprio esaltante e pur con tutti i dividendi incassati essere azionisti di Telecom Italia è qualcosa che assomiglia molto a una sciagura finanziaria.

 

Telecom Italia (ex SIP): 100 lire investite dal 1989 a oggi

 

In Europa il business tlc dopo i successi iniziali si è rivelato molto più complicato del previsto e anche gli Stati hanno strozzato il settore con costi delle licenze altissimi, mentre i top manager riempivano le società di debiti e si facevano poi una concorrenza forsennata fra loro, uccidendo la redditività.

O spendendo miliardi di euro per acquistare contenuti (tipo quelli calcistici) facendo lievitare i prezzi senza poi riuscire a monetizzarli.

Chi ci segue da molti anni sa che, nei nostri portafogli azionari Italia, il peso dato ai telefonici è sempre stato bassissimo o nullo (mentre i gestori dei fondi azionari Italia ne replicavano come minimo il peso nei portafogli) e siamo stati fra i primi a parlare 15 anni fa della concorrenza che sarebbe arrivata anche dalle innovazioni come Skype e Whatsapp.

In Italia, poi, per spiegarne il disastro aggiungeteci i manager e azionisti a capo di queste aziende da Mario Rossignolo a Roberto Colaninno con la “razza padana”, da Marco Tronchetti Provera e soci (Pirelli: Intesa Sanpaolo, Generali, Mediobanca e Benetton) fino all’attuale progetto della Rete Unica di cui si parla da anni senza capire mai a che punto si è con la politica che un giorno dice una cosa e il giorno dopo il contrario e si capisce il pateracchio e perché piange il telefono.

Il settore è difficile, ma come si può vedere nel grafico a livello mondiale e statunitense il settore delle telecomunicazioni nell’ultimo decennio è andato decisamente meglio dal punto di vista borsistico ho spiegato sul quotidiano La Verità la settimana scorsa (vedi qui) intervistato sul tema.

Gli Stati Uniti sono oggi un mercato più interessante di quello europeo e l’andamento borsistico riflette la maggiore capacità delle compagnie telefoniche yankee di fare profitti. Le bollette telefoniche mobili di uno statunitense sono più che doppie rispetto a quelle europee.

E, mentre negli Stati Uniti crescono, in Europa e in Italia i grandi gruppi tlc faticano a mantenere il fatturato visto che anche nuovi operatori come Iliad rosicchiano quote di mercato crescenti.

Una telefonata allunga la vita ma nel caso degli azionisti di Telecom Italia quella borsistica sarà sempre tormentata.

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