TEMPI DURI A PIAZZA AFFARI PER LA SCUDERIA MARCHIONNE/ELKANN

Un crollo di oltre il  45% in pochi mesi a Piazza Affari non dovrebbe passare inosservato. Soprattutto se non si parla di questi tempi di una banca ma della cassaforte di una delle famiglie regnanti italiane, la Exor, della famiglia Agnelli/Elkann. Le azioni che solo a novembre si negoziavano a 45 euro in questi giorni di inizio febbraio sono arrivate sotto i 24 euro. E se si guarda all’andamento delle principali controllate quotate di questa holding, Fiat Chrysler Automobiles e Ferrari le cose non vanno certo meglio.

Sembra passato un secolo ma sono trascorse solo poche settimane da quando il n.1 di FCA e Ferrari, Sergio Marchionne, veniva festeggiato come un novello Re Mida a Wall Street e Piazza Affari sull’onda della doppia quotazione di Ferrari in 2 listini e di un’ardita operazione di ingegneria finanziaria che ha diviso dopo più di 50 anni i destini finanziari della Fiat da quella Ferrari.

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“il tempo di attesa per un modello Ferrari è «a metà» tra 6 e 18 mesi” ha spiegato Sergio Marchionne, presidente di Ferrari e amministratore delegato di FCA

Per celebrare lo sbarco a Piazza Affari del Cavallino Rosso si era pure scomodato il nostro premier Matteo Renzi, che aveva tenuto al Palazzo della Borsa un vibrante discorso dove aveva augurato un grande “in bocca al lupo di cuore a chi investirà in Ferrari”.

Più che il lupo è arrivato l’orso a vedere le quotazioni. Dal primo prezzo di collocamento a Wall Street le azioni Ferrari sono scese del 45% .
Per non parlare delle azioni di Fiat Chrysler che fino a questa estate gli investitori si strappavano di mano in vista dello spin off di Ferrari e che nei mesi precedenti avevano sovraperformato come andamento il settore automobilistico correndo come dei bolidi di Formula 1.

Di quell’enorme rialzo non è rimasto quasi più nulla se si guardano i grafici dei titoli.

Era il 29 ottobre 2014 quando Sergio Marchionne annunciava lo scorporo di Ferrari da Fca con il collocamento in Borsa a Wall Street e Piazza Affari.

Dal giorno di quell’annuncio a fine ottobre 2014 il titolo Fiat Chrysler Automobiles volava verso il cielo raddoppiando il valore e la capitalizzazione di Borsa.

Fa un certo effetto perciò vedere le quotazioni attuali di Fiat Chrysler o Exor. Se si guarda un grafico degli ultimi 2 anni dei titoli si noterà la fortissima ascesa ma anche il recente violento ritorno alla base.

Le lancette e i valori di Borsa sono tornate indietro a quella data.

Sono bastati così pochi mesi per far evaporare migliaia di miliardi di euro di capitalizzazione e veder dimezzare il titolo. Le Borse stanno certo attraversando un periodo negativo e anche le valutazioni del settore automobilistico si sono sgonfiate. Ma se si prende l’andamento degli ultimi 6 mesi del settore si rileva come la FCA perde molto più del mercato e l’altro titolo in coda è Volkswagen. Una società che è stata travolta da uno dei più grandi scandali automobilistici della storia, il dieselgate, e rischia di pagare fra multe e contenziosi con i consumatori una cifra astronomica. Certo si potrebbe liquidare questo andamento delle società del gruppo Exor del duo Marchionne/Elkann con l’andamento un po’ schizofrenico dei mercati finanziari e delle valutazioni di Borsa troppo ottimistiche o troppo pessimistiche. E magari è questo il caso. Ma il fatto che il mercato, che così tanto aveva puntato sulla FCA di Sergio Marchionne ora improvvisamente gli ritiri così la fiducia, è un fatto.

Come valutarlo? “Ci vogliono vent’anni per farsi una reputazione, e cinque minuti per rovinarla” ha detto Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo e soprannominato il saggio di Omaha. E possibile che Marchionne si sia bruciato in così poco tempo il credito che si era conquistato sul campo? Fra gli investitori istituzionali qualche critica inizia a serpeggiare anche perché alcune recenti uscite o dichiarazioni di Marchionne non hanno convinto il mercato e soprattutto inizia a crescere il timore che se l’economia dovesse rallentare, soprattutto negli Stati Uniti & dintorni (l’area dove si concentra la maggior parte dei profitti), il gruppo FCA potrebbe soffrire più di altri vista la posizione finanziaria più debole rispetto a quella di altri gruppi.

Sul collocamento di Ferrari Marchionne è stato abilissimo ad alzare la posta e collocare la casa del Cavallino Rosso con multipli da società del lusso convincendo il mercato che quello era il prezzo giusto. Mai una società automobilistica si era quotata sulla base di una valutazione di 30 volte gli utili netti. Quasi 3 volte la media del settore.

Ma i risultati dell’ultimo trimestre 2015 hanno deluso fortemente molti investitori e l’autorevole sito Breakingviews ha messo in evidenza diversi punti di demerito che si è guadagnato Sergio Marchionne con lo schianto di Ferrari in Borsa.

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Nel mercato nordamericano le vendite di FCA nel 2015 mostrano un andamento molto brillante soprattutto del marchio Jeep (+25% in Usa) seppure per effetto della crescita più modesta degli altri marchi la quota di mercato sale solo marginalmente

Prima del collocamento per i primi 9 mesi del 2015 la casa di Maranello ha corso ai massimi livelli con un fatturato in crescita del 9,2% e profitti del 62%. Poi alla prima trimestrale pubblicata dopo il collocamento in Borsa la società ha frenato vistosamente con un fatturato in discesa dell’1% e redditività in forte calo rispetto ai 12 mesi prima. Una sbandata che non è piaciuta agli azionisti come il dividendo più basso delle attese quando solo a inizio gennaio Sergio Marchionne alla conferenza stampa in occasione dello sbarco di Ferrari a Piazza Affari aveva parlato di un politica di dividendi generosa e un pay out (la quota di utili destinata agli azionisti) elevato.

Dal punto di vista finanziario poi il debito a fine esercizio di Ferrari è salito oltre le attese. A fronte di un free cash flow (la cassa generata dall’attività) l’indebitamento è balzato a 1,938 miliardi rispetto a disponibilità nette di cassa per 566 milioni alla fine del 2014. Una variazione che si spiega secondo Maranello come riconducibile alla riorganizzazione della nuova struttura finanziaria legata all’Ipo e allo scorporo da Fiat Chrysler Automobiles. Ma a deludere sono state anche le previsioni per l’anno un corso. Con l’attesa di vendite in salita nel 2016 di uno striminzito 1,6% e un incremento della redditività del 2,9% con un indebitamento netto a fine esercito sotto 1,95 miliardi (1,8 miliardi l’attesa del consenso), includendo la distribuzione di dividendi agli azionisti.

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l’84,5 degli utili del gruppo Fiat Chrysler come si vede da questa presentazione fatta agli analisti arrivano dall’area nord-americana.

Un bilancio complessivo certo buono (il migliore della storia di Ferrari) ma un quarto trimestre 2015 con alcune ombre che non sono piaciute agli investitori che hanno acquistato a caro prezzo un sogno e sono quindi particolarmente nervosi se qualche spia si accende (anche se magari è solo un falso contatto) sul cruscotto.

Nei giorni precedenti (il 27 gennaio) Sergio Marchionne aveva poi presentato i risultati di FCA e fornito un aggiornamento al piano industriale 2018 ma senza scaldare gli investitori. Il target di vendite di 7 milioni al 2018 previsto nel business plan presentato nel 2014 non è stato confermato.

“Non è rilevante, e poi anche i concorrenti non li danno (i numeri di auto vendute, ndr). D’ora in poi li terremo per noi – ha spiegato Marchionne – Siamo focalizzati piuttosto nel raggiungere i nuovi target finanziari al 2018”.

Ma se si leggono i report delle diverse banche d’affari (e la reazione della Borsa) il giudizio dato alle parole di Marchionne è che le previsioni 2016 sono state giudicate troppo prudenti mentre i target al 2018 sono giudicati troppo ambiziosi alla luce dell’attuale scenario macroeconomico.

Nel futuro di Fca si punta al momento soprattutto sul mercato americano di SUV e pick up in generale e soprattutto su Jeep (che è arrivata a vendere 1,3 milioni di auto lo scorso anno) mentre su Alfa Romeo la gamma completa prevista entro il 2018 è stata spostata al 2020.

Uno spostamento nel mercato dei suv e dei pick up che sembra una mossa ardita se il prezzo del petrolio dovesse risalire e che sembra poco “green” ma che viene letta dai fan americani di Marchionne come una strategia da cavalcare nell’immediato per massimizzare i profitti senza pensare troppo al lungo termine.

Un matrimonio nel settore fra qualche anno resta una delle opzioni più forti sul tavolo per consentire a FCA di condividere investimenti massicci e tecnologie in un’industria che è costretta a reinventarsi anche per effetto della rivoluzione tecnologica che vede nuovi potenziali concorrenti all’orizzonte.

Negli Stati Uniti Fiat Chrysler ha riportato 70 mesi consecutivi di crescita delle vendite, da quando è uscita dalla crisi che aveva portato alla fusione con la casa torinese. E’ la serie di successo più lunga per una compagnia automobilistica americana, arrivata ormai a soli 4 mesi di distanza dal record mondiale detenuto dall’Audi.

Una Fiat Chrysler sempre più a trazione statunitense (e dove realizza oltre l’80% dei profitti) che inizia però a preoccupare alcuni investitori che temono che si sia vicini alla fine del un ciclo positivo con un gruppo che presenta comunque un indebitamento industriale di circa 5 miliardi di euro dopo il completamento della scissione di Ferrari.

Uno dei debiti più elevati tra i produttori di auto con la prospettiva di bruciare cash nei prossimi anni se volesse investire seriamente per rilanciare il brand Alfa Romeo.

E c’è da annotare che al massimo storico il mercato automobilistico statunitense era arrivato nel 2000 a 17,5 milioni di auto vendute che è proprio il livello toccato lo scorso mese. Poi la lunga discesa culminata con i 10 milioni di auto del 2009 nel pieno della Grande Crisi quando Chrysler arrivò a un passo dalla bancarotta.

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LaFerrari, la prima ibrida da 963 CV prodotta in solo 499 esemplari e lanciata nel 2013. Prezzo base: 1.200.000 euro.

Evitata proprio grazie al massiccio piano di sostegno finanziario all’industria automobilistica voluta dal governo Obama con la Fiat di Sergio Marchionne nel ruolo di cavaliere bianco. Un cavaliere che si è mostrato audace, determinato e anche un po’ fortunato con la Chrysler che nel giro di qualche anno da “catorcio” è diventata per la Fiat la gallina dalle uova d’oro mentre l’altro mercato dove la casa automobilistica torinese storicamente era fortissima, il Brasile, è crollato per effetto della pesante recessione e degli scandali che hanno fatto precipitare l’economia.

Per i prossimi anni Fca punta sulla possibilità di raggiungere negli Stati Uniti i margini dei concorrenti, General Motors e Ford e risparmiare pesanti oneri finanziari grazie alla disponibilità della liquidità di Chrysler, alla quale attualmente è vietato distribuire cash a causa degli accordi con i finanziatori. Dal punto di vista borsistico il titolo FCA tratta a forte sconto rispetto ai concorrenti ma il mercato al momento sembra voltare le spalle a Marchionne.

Che considera il ribasso in Borsa di Ferrari e FCA di queste settimane “incomprensibile” e si è dichiarato convinto di centrare comunque i target comunicati: “L’importante è raggiungere l’obiettivo, non come. Gli analisti scettici? Non ne hanno azzeccata una… Il consolidamento non lo abbiamo abbandonato. Però, viste le condizioni del mercato e le difficoltà di trovare e chiudere una situazione vantaggiosa per FCA, ora ci concentriamo su quello che dobbiamo fare e cioè arrivare al 2018 con l’indebitamento a zero, raggiungere i 5 miliardi di utile netto e i 5 milioni di auto. Gli obiettivi non cambiano. Lasciare questa azienda con i piedi per terra per me è fondamentale. Non voglio che il mio successore trovi la cucina in disordine».

I mercati hanno messo lo chef Marchionne e il gruppo Fiat Chrysler di nuovo sotto “pressure test”.

Una situazione in cui in questi anni Marchionne ha dimostrato finora di saper sempre tirare fuori il meglio di sé come top manager, riuscendo a stupire i commensali e il mercato con operazioni straordinarie. Da qui all’inizio 2019 prima di lasciare Fiat Chrysler (Fca) Sergio Marchionne si trova così a disputare la partita decisiva in una situazione dei mercati borsistici che rende più complicata l’exit strategy: la fusione con un altro grande gruppo automobilistico mondiale.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato (vedi qui)  su “Il Fatto Quotidiano” del 9 febbraio 2016

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