Difendere i risparmiatori o le banche? Questo è il dilemma dei regolatori. Da Banca d’Italia a Consob

Salvatore Brigantini (ex Consob) fa le pulci al nuovo presidente (Paolo Savona): il suo discorso è sconclusionato e reticente

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La settimana passata Paolo Savona, presidente della Consob, l’organismo di tutela del risparmio, ha fatto la consueta relazione annuale.

Un discorso che ha provocato diverse discussioni per quello che ha detto e soprattutto non detto.

Nel 2020 si è assistito a un incremento della liquidità delle famiglie italiane che sono diventate molto più “risparmiose”, ma questo flusso di risparmi non ha prodotto rendimenti, perché gli italiani in larga parte questi soldi li tengono sotto al materasso e non generano ricchezza per nessuno e nemmeno per il Paese, in sintesi il Savona pensiero.

Poi il presidente della Consob ha messo in guardia dai rischi sistemici del Bitcoin e delle altre criptovalute che rischiano, se non regolate, di essere come “il genio uscito dalla lampada” che provocherà danni come i mutui subprime nel 2008.

Per Salvatore Bragantini, ex commissario Consob, economista e oggi firma de “Il Domani” il discorso di Savona è stato “imbarazzante” e pure un “testo sconclusionato: una lunga tesina sulle criptomonete, più vaghe ovvietà”.

Secondo Bragantini (e non è il solo a pensarla così), Paolo Savona si è dimenticato che lui è il presidente della Consob e dovrebbe parlare soprattutto dei temi “suoi” come il delisting (società in uscita dalla Borsa di cui abbiamo parlato noi ancora qualche settimana fa in questa analisi) o l’ardua unificazione dei mercati europei.

 

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Secondo Bragantini “fa scorrerie, per lui consuete, in altrui campi, ma solo scarni cenni alla protezione del risparmio, centrale per Consob. Ed aggiunge che le omissioni più gravi sono quelle sul risparmio gestito italiano dove “i gestori intascano molto più di 30 miliardi annui dai risparmiatori, almeno metà dei quali sono extra-profitti collusivi, da scarsa concorrenza. I loro margini operativi, spesso superiori al 60 per cento dei ricavi, sono ignoti ad ogni altra attività legittima.

Le banche stentano ad esser valutate sul mercato metà del patrimonio netto, ma i gestori spuntano grassi multipli del medesimo.

Lietamente ignaro, il presidente salmodia che «mercato e democrazia svolgono un controllo delle rispettive funzioni svolte e l’esatta conoscenza del valore da attribuire a ciascuna è un passo indispensabile per un buon funzionamento dell’economia e della società».

A proposito di questo, abbiamo scritto spesso in questi anni sul blog MoneyReport.it e raccontato come di fatto le banche considerino il risparmio gestito come il territorio di caccia e di profitti, mentre l’attività di banca tradizionale una palla al piede e la settimana scorsa ne abbiamo avuto un’incredibile prova (LINK AD ARTICOLO SEGUENTE SULLE BANCHE).

Non è certo facile nemmeno per i regolatori italiani (Consob e Banca d’Italia) muoversi su questo terreno, perché, come ha spiegato molto bene qualche settimana fa il giornalista Nicola Borzi su RadioBorsa, fra “la stabilità del sistema” e la “tutela del risparmio” gli interessi possono essere contrapposti e bisogna fare una scelta di campo se difendere l’interesse delle banche o dei risparmiatori e “per il bene della causa” è chiaro da tempo chi si è scelto di tutelare.

La stabilità e sopravvivenza del sistema finanziario prima di tutto “per il bene della causa”. Difficile comprendere altrimenti molti scandali finanziari che si potevano evitare (dalle Popolari Venete) al collocamento dei subordinati ma che si è “lasciato correre, lasciato passare” fino a quando la palla di neve è diventata una slavina.