UN ANNO CON DONALD TRUMP. SMENTITE TUTTE LE PREVISIONI. E UN SETTORE IN PARTICOLARE HA FATTO IL BOTTO

Rileggere le previsioni che erano state formulate prima delle elezioni presidenziali Usa e cosa sarebbe accaduto nell’ipotesi di vittoria di Donald Trump con quello che è poi effettivamente successo dopo 12 mesi, ha qualcosa di quasi comico che conferma in pieno il pensiero del grande economista John Kenneth Galbraith: ”la sola funzione delle previsioni in campo economico è quella di rendere persino l’astrologia un po’ più rispettabile”.

Prima della vittoria a sorpresa di Trump nella disfida presidenziale l’opinione prevalente di economisti e analisti finanziari era, infatti, che con l’elezione di questo immobiliarista dato come outsider, Wall Street sarebbe crollata.

 

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C’era chi consigliava di mettersi al ribasso per trarre profitto da questa “apocalisse” (come George Soros a cui è costato un miliardo di dollari questa scommessa sbagliata) o di riempirsi di oro come bene rifugio per eccellenza in tempo di crisi.

Come sappiamo le cose non sono andate proprio in questo modo e Donald Trump è diventato il 45° Potus acronimo che in inglese sta per President Of The United States, ovvero Presidente degli Stati Uniti d’America (e @potus è l’indirizzo Twitter di Donald J. Trump).

E come abbiamo visto l’indice azionario Usa è salito del 30% come indice Dow Jones (e Nasdaq) mentre il caro e vecchio metallo giallo ha perso il 6,5%. E anche alcuni dei settori dati come favoriti con l’elezione di Trump come quello delle infrastrutture petrolifere hanno visto dopo un primo rally iniziale le quotazioni fortemente scendere (-7%).

Un settore che non ha deluso è stato quello della Difesa che veniva dato come favorito sia nel caso di elezione di Hillary Clinton che di Donald Trump nella prospettiva di spese militari in aumento e questo settore è stato protagonista di un rally di oltre il 32%.

Si vis pacem, para bellum?

Se c’è un settore che si è portato tutti i continenti in prossimità dei massimi è proprio quello legato alla difesa e aerospaziale che beneficia da tempo più di tutti dalle rinnovate tensioni geopolitiche e dall’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump.

una foto di Donald Trump scattata nel 1985 dal fotografo William Coupon

 

Dall’elezione del presidente americano l’ETF collegato al settore (quotato sul mercato Usa e in Italia non fiscalmente armonizzato) è salito di quasi il 33% e nelle scorse settimane la decisione dell’amministrazione Usa di inviare in Afghanistan altre truppe ha fatto capire che la linea di Trump sposata nella fase elettorale e basata sullo slogan “riportiamo a casa i nostri ragazzi e non sprechiamo i soldi” è stata cestinata.

Le spese per la difesa sembrano tornare in aumento in tutto il mondo e già da qualche tempo si osserva che anche negli Stati Uniti da alcuni anni si è tornati ad incrementare gli stanziamenti (611 miliardi di dollari nel 2016) dopo che per alcuni anni si era puntato a una riduzione della spesa. E sono gli Stati Uniti nel mondo il Paese che più spende in assoluto per la spesa militare prima di Cina e Russia.

Le spese militari mondiali nel 2016 rappresentavano il 2,2 per cento del PIL mondiale e fra i “big spender” si segnalano i paesi del Medio Oriente con una media del 6 per cento del PIL nel 2016.

E l’Italia? Le stime collocano la spesa militare poco sopra l’1,2% del PIL e l’adesione all’Alleanza Atlantica (Nato) impegnerebbe teoricamente gli Stati membri a raggiungere un obiettivo del 2%: obiettivo che Donald Trump non ha mancato di ricordare anche alla Merkel.

La Germania di fatto dedica l’1,2% del Pil alla Difesa come molti altri partner europei. Solo 5 Paesi su 28 aderenti alla Nato raggiungono la soglia del 2% che è stata posta come obiettivo allargato a tutti i membri entro il 2024.
Il settore europeo della difesa e aerospaziale potrebbe quindi beneficiare di forti ordini nei prossimi anni e se si osserva l’andamento dell’indice più importante del settore (STOXX Europe TMI Aerospace & Defense) si noterà l’andamento fortemente positivo anche nel 2017 con una crescita del + 21%.

Un incremento globale delle spese militari nel mondo viene visto come pressoché certo in quasi tutti i Paesi e anche le recenti elezioni in Giappone con la vittoria del premier uscente Shinzo Abe hanno consegnato alla compagine Liberaldemocratica la maggioranza dei due terzi della Camera (310 seggi), necessaria per modificare la Costituzione. E questo era l’obiettivo di Abe per rendere le Forze di Autodifesa giapponesi, per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, delle vere e proprie Forze Armate nazionali e modificare l’articolo 9 della costituzione nipponica che vietava il diritto di belligeranza e la possibilità di dichiarare guerra per primo.

Fra gli effetti della presidenza Trump il ritorno al riarmo sembra una delle conseguenze più evidenti in tutti e 5 i Continenti.

Giù la testa

E le aziende della Silicon Valley (da Apple a Facebook, da Amazon a Google) che erano fra le più grandi sostenitrici dell’elezione di Hillary Clinton e temevano come un barbaro l’elezione di Trump per i contraccolpi che avrebbero potuto avere sul loro business non si può dire che se la passano male con l’indice del settore ai massimi storici.

Nel libro “Questa non è l’America” (Newton Compton Editori) di Alan Friedman il capitolo “Giù la testa” è fra i più gustosi dove ben racconta come nei giorni successivi all’elezione a sorpresa di Donald Trump la convocazione dei pezzi grossi della Silicon Valley alla Trump Tower per il “Tech Summit” aveva visto i leader di Amazon, Google, Apple, Microsoft, Oracle, Cisco, Ibm, Tesla e Space X “tutti accorsi a baciare l’anello”.

E il rally di Wall Street ha qualcosa di unico e sorprendente a rileggere anche quello che lo stesso Trump dichiarava un anno fa.

 

 

Durissime erano state, infatti, le parole di Donald Trump nei comizi pre-elezioni nei confronti dei banchieri d’affari di Wall Street e i poteri forti come Goldman Sachs che venivano accusate di “un’immoralità senza limiti” pur di raggiungere i loro obiettivi.

In uno spot trasmesso nei giorni conclusivi della campagna (accompagnato dall’immagine di Lloyd C. Blankfein, CEO di Goldman Sachs), Donald Trump metteva in guardia contro “una struttura di potere globale che è responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra working class, privato il nostro paese della sua ricchezza e messo quel denaro nelle tasche di un manipolo di grandi corporation ed entità politiche”.

Rivedere  per esempio questo video su Youtube di un celebre discorso condotto da Donald Trump contro l’establishment e i poteri forti confesso che fa un certo effetto.

Le azioni del “nemico pubblico n.1” di Goldman Sachs sono poi salite del +24% (e sono anche arrivate a +45% a inizio anno) e la squadra di governo dell’amministrazione Trump si è popolata poi nelle poltrone chiave di ex banchieri Goldman (da Gary D. Cohn, direttore del National Economic Council a Steven Mnuchin, segretario al Tesoro Usa).

I mercati (e i poteri forti) evidentemente sanno adattarsi a qualsiasi scenario ancora più dei camaleonti o Donald Trump ha usato toni molto “populisti” per farsi eleggere per poi circondarsi (invece che sbarazzersene) dell’establishment una volta eletto. Un film già visto (e non solo con Ronald Reagan) con molti presidenti degli Stati Uniti. E non solo in America.

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