Unicredit al dopo Ghizzoni. E adesso che succede al titolo?

Quando Federico Ghizzoni fu nominato nel settembre 2010 amministratore delegato di Unicredit dopo le dimissioni di Alessandro Profumo la missione affidata fu quella di rafforzare il posizionamento di UniCredit come banca leader in Europa e in particolare  verso i mercati dei paesi dell’Europa centrale e orientale, considerati le regioni a maggior potenziale di crescita.

Quasi 6 anni dopo la missione di conquistare il Vecchio Continente non sembra particolarmente riuscita e anzi sembra che la direzione intrapresa sia quella contraria: cedere alcune partecipazioni e ridimensionare il gruppo pur di far cassa.

Dal giorno della sua nomina il comparto bancario europeo non ha fatto certo faville (-20%) e nemmeno quello italiano (-50%) ma il titolo Unicredit si è comportato nettamente peggio, perdendo tre quarti (-75%) del proprio valore.

grafico Unicredit

Unicredit l’altro ieri capitalizzava circa 18,5 miliardi di euro ma se si considera che dal 2008 con lo scoppio della crisi Lehman i suoi azionisti già 3 volte sono stati chiamati ad aprire il portafoglio per varare aumenti di capitale (3 miliardi di euro nel 2008, 4 miliardi nel 2009 e 7,5 miliardi nel 2011) per un totale di 14,5 miliardi di euro  si comprende come la situazione sia tesa fra i piccoli ma anche i grandi azionisti esteri.

Lo scalpo di Ghizzoni è stato messo sul tavolo da diversi soci importanti e anche la poltrona del presidente, Giuseppe Vita, è traballante. Per troppo tempo è stato detto che tutto era sotto controllo e che tutto andava secondo i piani ma il mercato teme che il piano industriale presentato a novembre (e che aveva abbassato rispetto a 12 mesi prima le previsioni di utile netto al 2018 da 6,6 miliardi a 5,3 miliardi di euro)  sia troppo ottimistico e per le banche come Unicredit il futuro ricco di ostacoli nell’era dei tassi negativi.

Uno scenario ricco di rischi e minacce più che di opportunità dove il gruppo Unicredit ha l’handicap di presentarsi rispetto ai suoi competitor con indici di solidità appena sopra l’asticella posta dalla Banca Centrale Europea.
La soglia minima del Core Tier deve essere del 10,50% e UniCredit ha un indice pari al 10,85 %.

L’indice Cet1 dice sostanzialmente quanto capitale ha la banca a fronte dei suoi attivi, cioè quanti soldi ha a disposizione come cuscino di sicurezza per fronteggiare eventuali perdite

Unicredit è l’unica banca italiana a essere riconosciuta come banca sistemica ovvero è fra le 30 banche mondiali che il regolatore mondiale, il Financial Stability Board,  considera “troppo grandi per fallire”. Un onore ma anche una pesante responsabilità per una banca che fatica a far crescere la redditività se non puntando quasi tutto da alcuni anni sul taglio dei costi del personale tramite incentivi all’esodo volontario e che ha visto una riduzione di quasi 50.000 dipendenti dal 2008 a oggi.

Ghizzoni ha sempre smentito l’ipotesi della necessità di varare un aumento di capitale ma sul mercato da settimane si rincorrono le voci della necessità di mettere in cascina fra i 5 e i 9 miliardi di euro. E naturalmente procedere a questo punto a un cambio dei vertici che oppongono a questo scenario un piano più soft a base di cessioni di partecipazioni e non performing loan (ovvero crediti in sofferenza).

Questo banchiere piacentino ha sicuramente ereditato da Alessandro Profumo (che quando si dimise ottenne da Unicredit 40 milioni di euro di buona uscita) una situazione non facile da gestire e problematica dopo un decennio caratterizzato da acquisizioni in 22 paesi.

E a Ghizzoni va riconosciuta la cosa più difficile da fare che non è acquisire ma realizzare sotto il suo regno il progetto “banca unica” con la fusione sette controllate nel retail (UniCredit Banca, UniCredit Banca di Roma, Banco di Sicilia, UniCredit Corporate Banking, UniCredit Private Banking, UniCredit Family Financing Bank, UniCredit Bancassurance Management & Administration) sotto la capogruppo Unicredit.

Sei anni difficili, per le crisi in Europa e in Italia in cui sono cambiati completamente l’assetto regolamentare, le tecnologie e i mercati ma gli errori di percorso sono stati numerosi e alcuni clamorosi.

Come giudicare altrimenti l’aumento di capitale della Banca Popolare di Vicenza dove Unicredit un anno fa s’impegnò a garantirne il collocamento con lo stesso Ghizzoni che ancora a febbraio di quest’anno assicurava che sarebbe stato un “grande successo”. L’aumento di capitale è stato invece un totale flop e senza l’intervento del fondo Atlante che è subentrato in zona Cesarini questa operazione avrebbe comportato per Unicredit un’esposizione molto pesante e una vera tegola per lo stato patrimoniale.

Ghizzoni AD di Unicredit

Le stesse ricette che Ghizzoni e il suo management propongono per scongiurare un aumento di capitale e rafforzare il patrimonio e che sono tornate a circolare in questi giorni danno l’idea di una certa confusione.

Si parla di una cessione di un’ulteriore quota della controllata Fineco Bank (che dal collocamento della prima tranche nel 2014 è arrivata quasi a raddoppiare le quotazioni) ma anche secondo il tam tam di borsa di cessioni di partecipazioni nelle controllate in Polonia e Turchia (Bank Pekao e Yapi Kredi). E in questo quadro la joint venture con Santander che coinvolge Pioneer, società leader del risparmio gestito dal gruppo, è al palo da un anno.

Quelli che fino a poco tempo fa erano considerati i mercati del futuro e come i più promettenti come tassi di crescita come Polonia e Turchia sembrano tutti quindi finiti nella lista delle vendite e qualcosa non convince come la cessione di quote di Fineco che viene considerata una delle migliori banche digitali in Europa. Che strategia è quella di far cassa cedendo i rami migliori e che possono apportare già da subito i frutti più rigogliosi?

E’ vero che Unicredit nel nuovo piano industriale punta al digitale e al fintech ma si capisce poco perché debba diluirsi nelle società e nei  mercati più promettenti e dove già conta su posizioni di leadership.

Intanto la cessione in Ucraina di Ukrsotsbank ad Alfa Group è sospesa mentre l’annunciata ristrutturazione in Austria che non ha portato i benefici annunciati e si parla con sempre più insistenza della cessione delle attività di Unicredit nella gestione dei pagamenti pur di mettere a segno qualche plusvalenza e trovare il modo di aumentare di qualche decimo di punto (15 punti base) il Common Equity Tier 1.

L’ultima trimestrale è stata meno peggio del previsto ma ha confermato la difficoltà di crescita seppure ha pesato negativamente soprattutto il costo della ristrutturazione in Austria per 204 milioni di euro.

Unicredit  ha chiuso il primo trimestre 2016 con un utile netto di 406 milioni di euro, in calo del 20% rispetto allo stesso periodo del 2015  ma superiore ai 297 milioni stimati in media dagli analisti. Le rettifiche su crediti deteriorati sono state pari a 755 milioni, in calo dai 980 milioni del primo trimestre 2015 (-23%). E il complesso dei crediti deteriorati lordi è sceso a 79 miliardi di euro, di cui 52 miliardi sono sofferenze lorde (+1,8% sul trimestre precedente).

Sono scesi sia il margine di interesse sia le commissioni nette. E come tutte le banche, anche Unicredit nel primo trimestre 2016 ha subito un forte calo dei ricavi da trading, scesi a 362 milioni di euro, da 619 milioni dello stesso periodo 2015.

Per tornare a far crescere il Cet1 le strade non sono molte per Unicredit quindi poiché la strada delle cessioni significa svendere le partecipazioni più facilmente liquidabili (e buone) mentre varare un aumento di capitale significa andare incontro a una fuga probabile di molti investitori (soprattutto piccoli) che in questi anni hanno già pagato un prezzo altissimo.
Le dimissioni date ieri da Federico Ghizzoni e accettate dal consiglio sono un buon indizio che il nuovo timoniere di Unicredit che verrà scelto nei prossimi giorni sarà chiamato a una nuova operazione di pulizia e a un nuovo aumento di capitale che il vecchio vertice di Unicredit non aveva più la credibilità di far passare come una mossa a questo punto necessaria.

Ma il rafforzamento patrimoniale è lo scenario probabilmente meno peggiore se accompagnato da un cambio del vertice e della governance e da un piano industriale ritenuto più credibile e lungimirante dal mercato.

Ma si cammina sul filo. Un aumento di capitale importante come quello di Unicredit renderebbe ancora più difficile per molte banche rivolgersi al mercato se non a prezzo di pesanti ulteriori sconti a Piazza Affari. Per le banche italiane (-38% da inizio anno a Piazza Affari) l’affaire Unicredit rischia di essere un’altra brutta tegola.


Una sintesi del contenuto di questo articolo è stato pubblicato su  “Il Fatto Quotidiano” del 25 maggio 2016

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