UNICREDIT E LA FAVOLA DI “AL LUPO, AL LUPO”. ORA ALL’AD GHIZZONI NON CREDE PIÙ NESSUNO

Se avete una buona memoria o dei bimbi piccoli forse ricorderete la favola di Esopo di “Al lupo, Al lupo”. Una storiella (e una morale) che si ritrova in molte favolette per bambini. Vale la pena ricordarla per chi se la fosse dimenticata:

“C’era una volta un villaggio un pastore che di notte doveva fare la guardia alle pecore. Si divertiva a fare uno scherzo: mentre le altre persone erano a dormire egli cominciava a gridare: “Al lupo, al lupo!” Così tutti si svegliavano e accorrevano per aiutarlo. Ma dopo il pastore burlone rivelava che era stato tutto uno scherzo. Questo scherzo continuò per parecchi giorni, finché una notte il lupo arrivò veramente. Il pastore cominciò a gridare: “Al lupo, al lupo!”, ma nessuno venne ad aiutarlo perché tutti pensarono che fosse il solito scherzo. Così il lupo si mangiò tutte le pecore e il pastore”.

Ci è venuta in mente questa fiaba leggendo questa mattina l’intervista su Il Sole 24 Ore all’amministratore delegato di Unicredit. Federico Ghizzoni, che si  dichiarato fiducioso sul buon esito dell’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro. E che ha dichiarato che il gruppo utilizzerà i proventi di questa maxi raccolta per aumentare il credito alle piccole/medie imprese e per mantenere stabile l’esposizione verso i titoli governativi italiani.

A vedere l’andamento a Piazza Affari del titolo Unicredit ieri (-14,5%) e oggi (-10% mentre scriviamo) il mercato sembra considerare Ghizzoni come il lupo della fiaba di Esopo. Le cui parole oramai non vengono più considerate affidabili dal mercato.

E se un banchiere non viene creduto e preso in parola quello che può accadere è molto più fosco di quello che accade in una favola.

Inutile girarci intorno: il mercato si fida sempre meno di Unicredit, delle sue strategie, dei suoi conti e dei suoi vertici. Basterebbe guardare il grafico del titolo, fra i più bastonati del listino, per capire che il feeling con Piazza Cordusio si è da tempo rotto con un titolo sceso del 93% dai massimi del maggio 2007 a confronto dell’indice dei bancari europei in discesa del 78,8%.

Ma basta anche leggere le dichiarazioni di quest’ultimo anno dove ancora a ottobre il numero uno di Unicredit smentiva decisamente le voci di un possibile aumento di capitale, spiegando invece che la strategia della banca nei mesi successivi era quella di rafforzare i propri indici patrimoniali puntando alla crescita organica, ovvero accantonando una parte degli utili.

E in un’intervista ad Affari & Finanza Ghizzoni spiegava come l’istituto intendesse cedere partecipazioni minori, lasciando aperta la porticina di un aumento di capitale solo “dalle condizioni esterne del mercato”.

Ora che a settembre/ottobre un banchiere di lungo corso come Ghizzoni quando lo spread  Btp/Bund già a settembre era arrivato a toccare quota 400 ancora raccontasse questa storia ci sembra un po’ assurdo.

E che Unicredit avesse bisogno di un aumento di capitale (e pure tosto) non c’era bisogno di avere un laurea in ingegneria bancaria per capirlo, mettendo in un foglio excel un po’ di dati e indici dell’istituto.

Solo a metà novembre poi il “redde rationem” con l’annuncio di una  perdita trimestrale per Unicredit di 10,6 miliardi di euro e soprattutto la sorpresa sulle maxi-svalutazioni con l’annuncio dell’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro.

Una maxi svalutazione degli avviamenti di marchi e partecipate, pari a 9,77 miliardi di euro, che non era certo attesa dal mercato in una simile proporzione e che gettò scompiglio sul mercato, riportando il titolo sui minimi del 2009.

Ora la nuova “lamata” con l’annuncio della partenza dell’aumento di capitale dal prossimo lunedì (e fino al 27 gennaio) che prevede l’emissione di 2 azioni ordinarie ogni una posseduta sottoscrivibili al prezzo di 1,943 euro per azione.

Un prezzo di emissione basso (con uno sconto di circa il 43% rispetto al Terp ovvero Theoretical ex-rights market price) che ha dato per molti analisti e trader la misura delle difficoltà di questa banca di reperire risorse in questo momento di mercato se non puntando sul “prezzaccio”.



Che punisce però i vecchi azionisti e coloro che hanno fino a oggi dato fiducia (in modo insensato ci sarebbe da dire) a questo istituto, mantenendone le azioni. E che da lunedì si troveranno costretti a un’ulteriore difficile scelta: o diluire la propria partecipazione cedendo totalmente o in parte i diritti (rendendo ancora più lontana la possibilità ipotetica di recuperare la perdita subita) o mettere mano pesantemente al portafoglio (e non è la prima volta ma la terza in pochi anni!) per aderire.

L’accoglienza pesante nei confronti dell’aumento di capitale non deve quindi stupire se peraltro alcuni degli stessi azionisti “eccellenti” in queste settimane e giorni hanno dimostrato scarso entusiasmo nel partecipare. Il prezzo poi basso e il maxi consorzio di collocamento organizzato danno l’idea della difficoltà a “piazzare la merce”.

Ventisei le banche coinvolte: oltre il doppio di quelle presenti nell’operazione di Intesa Sanpaolo da 5 miliardi realizzata nella tarda primavera con 12 istituti.

E sembra che il prezzo da “outlet” per questo aumento di capitale sia stato proprio richiesto a gran voce da alcune delle banche del consorzio sia per allontanare l’ipotesi d’inoptato e di diritti con valore azzerato sia perché nell’ipotesi che le banche “garanti” si trovino nella “disgraziata” condizione di dover proprio sottoscrivere la loro quota parte che almeno il prezzo sia “mini”.

“Ai prezzi attuali il titolo sarà pure sottovalutato e magari l’occasione della vita ma se devo mettermi questa roba in bilancio che il prezzo di carico sia almeno quasi la metà di quello di Borsa” il ragionamento di alcuni banchieri.

Facile capire perché quindi il titolo dopo questo annuncio sia stato bersagliato dalle vendite da trader e probabilmente da speculatori (ma non sarebbero vietate le vendite al ribasso sui titoli bancari?) che scommettono quasi sicuri sul fatto che quando i diritti saranno trattati il prezzo varrà sempre meno, avvicinandosi magari pericolosamente al prezzo di emissione delle nuove azioni. Un film già visto in numerosi recenti aumenti di capitale con simili caratteristiche.

E il piccolo azionista che ha le azioni Unicredit cosa deve fare? Perdonandoci la spietatezza il nostro consiglio (e non attuale visto che lo ripetiamo pressoché inascoltato a questo genere di investitori) è farsi un serio esame di coscienza. E invece che invocare solo contro (nell’ordine) Ghizzoni, l’ex Alessandro Profumo, la Consob, Borsa Italiana, Berlusconi, Monti e la Merkel e pure contro Saturno contro prendere atto che il criterio di investire in un titolo “perché è sceso tanto” o che “non si vendono i titoli in perdita” o che “questo titolo l’ho acquistato perché pagava un bel dividendo” oppure sono seguaci della teoria idiota di “mediare i titoli in perdita” è una sciocchezza sempre più colossale come insegnano i mercati non da un mese o da un anno ma da oltre 10.

L’opposto di quello che spieghiamo e consigliamo proprio da oltre 10 anni nei nostri portafogli.

E che proprio perché hanno abiurato queste teorie rassicuranti ma pericolose hanno nettamente sovraperformato e guadagnato come spiegheremo nell’evento, vedi qui, aperto a tutti che si svolgerà il 21 gennaio e il 18 febbraio a Milano.

Ma molti risparmiatori e investitori nonostante un decennio quasi di ribassi, titoli crollati anche del 95% fra le blue chip oltre che sui titoli “ad alta prospettiva di crescita”, gestioni e fondi passivi che vanno solo in passivo preferiscono ancora credere alle favole e alle sirene di chi racconta loro quello che vogliono sentirsi dire (i prodotti venduti sulle recentissime performance passate, i pac, i titoli con dividendo elevato, il portafoglio da mantenere immobile per il lungo periodo…).

Con risultati drammaticamente negativi nel tempo, nonostante magari “switch” da un anno all’altro e “pensate” poderose. La ragione? Non c’è alcuna vera strategia dietro le scelte di questi risparmiatori e investitori (anche con capitali magari importanti). Ma lo stesso candore di un bimbo (ma non l’età anagrafica e il cervello) che crede ancora alle favole dove basta solo aspettare l’ultima pagina per leggere il lieto fine.

 

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