VENETO BANCA E POPOLARE VICENZA: L’AUMENTO DI CAPITALE CON QUOTAZIONE IN BORSA SARA’ UNA TRAPPOLA O UN’OPPORTUNITA’ ?

Un’apparente buona notizia fra tante negative era arrivata in queste settimane a cercare di consolare gli azionisti di banche come Popolare Vicenza e Veneto Banca, istituti veneti finiti nel mirino della BCE e della magistratura con un azionariato in crescente rivolta.

Quale buona notizia?

L’accordo siglato da questi istituti di essere a buon punto sugli aumenti di capitale annunciati con consorzi di garanzia pronti a sostenerne la ricapitalizzazione nel caso ci fossero dei problemi.

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In particolare Banca Imi (gruppo Intesa San Paolo) aveva annunciato nelle scorse settimane un accordo di pre-garanzia relativo all’aumento di capitale in opzione, per un ammontare tale da coprire l’intero fabbisogno di capitale, ovvero 1 miliardo di euro per Veneto Banca.

E anche Banca Popolare di Vicenza nel consiglio di amministrazione tenutosi proprio il giorno prima dell’indagine del 22 settembre aveva annunciato che sarà Unicredit ad affiancarla nell’aumento di capitale di 1,5 miliardi di euro.

Una pre-garanzia che è apparsa a diversi investitori e commentatori come una quasi messa in sicurezza dei 2 istituti in difficoltà. Una ciambella di salvataggio lanciata magari con la benedizione di Bankitalia da parte delle 2 più importanti banche del Paese, Unicredit e Intesa San Paolo, nei confronti rispettivamente di Vicenza e Montebelluna.

Sono arrivati i cavalieri bianchi? In realtà lunedì mattina una dichiarazione del presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro, a margine di un convegno all’università Bocconi, ha gelato chi ipotizzava già una soluzione di sistema e una ciambella di salvataggio pronta quasi a scattare in modo quasi automatico.

“Noi non intendiamo avere alcun ruolo proprietario, facciamo la banca, quando ci sono clienti nell’ambito del capital market noi siamo pronti ad azioni, come stiamo facendo con Veneto Banca” ha affermato Gros Pietro.

Niente mire proprietarie sull’istituto ha detto in pratica a chiare lettere il top banker di Intesa San Paolo, facendo chiaramente capire che l’ipotesi che come capofila del consorzio di garanzia la sua banca possa ritrovarsi a sottoscrivere una quota importante delle azioni di Veneto Banca non è molto auspicata o cercata. Tutt’altro.

Si fa presto a dire aumento di capitale…

L’aumento di capitale di Veneto Banca come della Popolare di Vicenza è stato programmato per la prima parte del 2016 e non si conoscono naturalmente ancora le tecnicalità. I rispettivi board dei 2 istituti hanno avviato una sorta di cammino simile e parallelo che prevede di sottoporre all’assemblea dei rispettivi soci la trasformazione in società per azioni, la quotazione in Borsa e il successivo e/o contestuale aumento di capitale. Cosi i 2 numeri 1 delle rispettive banche  hanno annunciato per le rispettive banche.

E’ difficile ipotizzare che gli azionisti di questi 2 istituti che hanno in mano titoli illiquidi e potenzialmente ancora fortemente sopravvalutati rispetto ai parametri di mercato faranno la gara a tirare fuori i soldi ancora dal portafoglio.

Sono sempre più numerosi gli azionisti di queste banche che dichiarano di essere stati “incastrati” e sono numerose le associazioni dei consumatori che si stanno interessando a tutto quanto di oscuro è successo in questi anni. Con un rapporto spesso “malato” fra collocamento di azioni illiquide a prezzi generosi e perfino prestiti concessi per finanziare questo tipo di “incesto” fra risparmiatori, debitori e azionisti “per il bene della causa”.

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Nell’agosto 2003 pubblicavamo come MoneyReport.it uno studio dove mettevamo in guardia i piccoli azionisti sui rischi di detenere azioni di questi istituti

E di cui MoneyReport.it (il blog di SoldiExpert Società di Consulenza Finanziaria indipendente) ha chiaramente raccontato già da diversi anni quello che stava succedendo senza fare sconti a nessuno e con numerosi articoli e report (si veda qui il primo articolo quasi profetico che ci è valso da allora oltre 100.000 visualizzazioni e in cui consigliavamo ai piccoli azionisti di uscire prima che fosse troppo tardi poiché le quotazioni della azioni non stavano in piedi e lo dimostravamo in una tabella) e proprio quello che è emerso in questi mesi in tutta la sua drammaticità: azioni totalmente illiquide, prezzi gonfiati, pressioni allo sportello.

Cosa succederà quindi con il lancio di aumento di capitale?

Il consorzio di garanzia di regola dovrebbe intervenire in caso di inoptato se si tratta di un aumento di capitale con diritto di opzione per i vecchi azionisti : se così fosse nel caso di Veneto Banca il gruppo Imi (Intesa San Paolo) metterà all’asta i diritti non esercitati da parte degli azionisti che non sottoscriveranno l’aumento di capitale.

Nel caso che dal mercato non arrivi nessun compratore dovrebbe essere quindi Banca Intesa tramite il braccio di Banca Imi a farsi carico dell’acquisto, diventando azionista della banca. E se il numero dei diritti non sottoscritti sul mercato fosse molto elevato il ruolo della banca potrebbe quindi trasformarsi da quello di consulente e intermediario a quello di azionista.

Perché allora il top management di Intesa ipotizza che è quasi impossibile e in modo così perentorio un ruolo significativo nell’azionario di Veneto Banca ?

Due le ipotesi che proviamo a formulare. La prima è che l’aumento di capitale sarà un grande successo e tutto si sistemerà per il meglio. Gli attuali azionisti o qualcuno che si paleserà fra i nuovi sottoscriveranno senza problemi la ricapitalizzazione e non ci sarà bisogno di alcuna cintura di salvataggio da parte di Imi che non dovrà tirare fuori un soldo come “garante”.

La seconda ipotesi, più “cattiva”, è che il consorzio di garanzia non entrerà in funzione perché il prezzo a cui dovrà intervenire sarà così basso che renderà molto improbabile questa ipotesi.

Basta congegnare l’aumento di capitale in modo che il prezzo di esercizio sia posto a un livello basso o bassissimo. Ben più basso naturalmente delle ultime valutazioni ufficiali di Veneto Banca (30,5 euro) e Popolare di Vicenza (48 euro). Un valore si potrebbe ipotizzare solo per rendere l’idea del 50-75% inferiore a quello di questi prezzi.

Ed è quello che è temuto da molti piccoli azionisti con un copione in realtà in parte già visto negli aumenti di capitale  definiti “diluitivi”.

Per esempio in occasioni di ricapitalizzazioni di banche (si pensi all’ultimo aumento di capitale di Monte Paschi di Siena) e società in difficoltà e che prevedevano con questo meccanismo l’emissione di un numero incredibile di azioni. Tipo 10 azioni nuove ogni azione vecchia posseduta a un prezzo di qualche euro (1,17 euro in questo caso) come fece Banca MPS con le azioni che prima dell’aumento valevano quasi 10 euro.

Obiettivo emettere le azioni a un prezzo molto basso che rende molto difficile per le banche “garanti” la necessità di aprire il portafoglio se non a un prezzo extra discount e quasi simbolico. E con un prezzo basso e da maxi liquidazione (a pagarne le spese sarebbero naturalmente i vecchi azionisti che hanno le azioni a prezzi “gonfiati” o di affezione) la speranza è che si attiri qualche investitore istituzionale o qualche banca a entrare più facilmente nel capitale ingolosita dall’affare.

Una pratica discutibile questa degli aumenti di capitale diluitivi che ha acceso da tempo uno dei tanti “fari” della Consob che ha anche pubblicato qualche anno fa uno studio critico sull’argomento ma senza che le cose cambiassero molto tanto che simili aumenti di capitale sono oramai diventati a Piazza Affari quasi una prassi da parte delle società soprattutto in difficoltà.

E inutile dire che i piccoli azionisti con simili aumenti di capitale rischiano molto in caso di non adesione perché si riduce fortemente la loro quota di possesso. Possono certo cedere sul mercato (una volta che naturalmente la banca è quotata) i diritti d’opzione ma il prezzo che potranno ottenere sul mercato dipenderà dall’incontro fra domanda e offerta e dalla speculazione nella speculazione che si formerà sul prezzo. E se in tanti vogliono uscire e pochi entrare il prezzo evidentemente del diritto si adeguerà al ribasso e spesso abbiamo visto negli aumenti di capitale di questo tipo che il prezzo del diritto tende ad andare sotto pressione e a disallinearsi fortemente dal prezzo teorico.

A Vicenza invece si parla già di aumento di capitale senza diritto di opzione. E Ghizzoni ad di Unicredit dice di #staresereni

Si tratta naturalmente solo di ragionamenti e ipotesi (ma fra gli addetti ai lavori e molti risparmiatori già si discute anche di questi aspetti) visto che è ancora lontano l’annuncio delle caratteristiche operative di questo aumento di capitale (nulla è stato al momento fatto trapelare da Veneto Banca e da Banca Imi su come sarà questo aumento di capitale annunciato) ma che l’argomento sia scottante e di grande attualità lo dimostra un pezzo pubblicato lunedì 28 settembre su “Il Messaggero” da uno dei giornalisti più informati sui segreti bancari come Rosario Dimito. Che fornisce alcune anticipazioni sull’altro aumento di capitale “quasi gemello” che ha in cantiere la Popolare di Vicenza  (che sta annunciando in queste ore un piano di ristrutturazione e che prevede chiusura di filiali e tagli del personale pesanti) e che secondo l’autore di questo articolo seguirà un andamento già delineato abbastanza innovativo per il mercato italiano e che il nuovo ad di Popolare Vicenza, Francesco Iorio, aveva già a fine agosto annunciato a grandi linee.

Nell’articolo pubblicato su “Il Messaggero” si spiega che :“non ci sarà quindi un prezzo delle azioni prefissato; l’esclusione del diritto di opzione serve per raccogliere risorse ingenti dagli investitori e come nelle Ipo, in base alle quantità degli ordini prenotati con relativi prezzi, si formerà il valore delle azioni, che comunque la banca garante tiene sotto un certo tetto”.

Una tranche dell’offerta sarà riservata secondo questa anticipazione agli attuali possessori dei titoli e il prezzo delle azioni quotate e dell’aumento di capitale sarà determinato dall’incrocio fra domanda e offerta.

Questo secondo le indiscrezioni raccolte da “Il Messaggero” sarebbero fra le condizioni poste da Unicredit ai banchieri di Vicenza per garantire l’intero aumento da 1,5 miliardi di euro insieme ad altre banche del consorzio (Mediobanca, Deutsche Bank, JpMorgan e Bnp Paribas). E a un prezzo delle future azioni Popolare Vicenza stimato inferiore ai 10 euro per il possibile sbarco in Borsa senza dare ulteriori dettagli su questo prezzo e a cosa è da riferirsi.

E va annotato che anche il numero 1 di Unicredit, l’amministratore delegato Federico Ghizzoni, è intervenuto in questi giorni sull’aumento di capitale fino a 1,5 miliardi della Popolare Vicenza dichiarandosi “serenissimo” anche dopo il collocamento di un bond subordinato curato dalla stessa Unicredit insieme a Bnp Paribas e offerto a un rendimento superiore al 11%, un livello decisamente da junk bond.

“Siamo serenissimi altrimenti non avremmo preso questo impegno sul bond – ha detto Ghizzoni – Penso che con questo management e con il piano che sta presentando la banca sicuramente darà ottimi ritorni agli azionisti e tornerà a essere una banca assolutamente di primo ordine”.

Azionista di Veneto Banca o di Popolare di Vicenza “stai sereno”?

Sereni, sereni … se fossimo azionisti di queste banche noi proprio non lo saremmo.
Ma magari è solo perché non ragioniamo come i grandi banchieri.

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