Mamma, il mio fondo d’investimento stellato si è schiantato e l’hanno congelato

Sarà perché ad un certo punto gli piovono sottoscrizioni come se non ci fosse domani. Sarà che il gestore a un certo punto si sente un Dio. E inizia a fare scommesse sempre più grosse. Sarà quel che sarà, ma quando un fondo stellato fa il botto ci vanno di mezzo centinaia di migliaia di persone. Che si ritrovano con i soldi non solo persi, ma congelati per non si sa per quanto tempo. Perché per rimborsare i sottoscrittori in caso di liquidazione il fondo deve liquidare tutti i titoli che detiene. Anche quelli non proprio facili da liquidare.
Un film già visto in Italia con i fondi immobiliari che hanno tenuto in ostaggio i propri clienti per almeno un decennio, ma quando il sottostante non è il mattone ma azioni, la cosa è più singolare. Perché il mercato in teoria è ben più liquido. Salvo poi scoprire che il fondo ha in portafoglio titoli evidentemente non facilissimi da liquidare dall’oggi al domani.

 

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Il Re Mida d’oltremanica

È accaduto in Gran Bretagna che il Woodford Equity Income, un fondo con centinaia di migliaia di sottoscrittori inserito in molte liste come uno dei “migliori da acquistare”, ha bloccato qualche mese fa i riscatti (impedendo ai sottoscrittori che volevano uscire di rientrare in possesso del proprio capitale) poiché aveva grossi problemi nel liquidare le posizioni.
Il fondo, nonostante nei mesi precedenti aveva perso sempre più in confronto al mercato, continuava a essere consigliato anche da una delle più importanti piattaforme di fondi online inglesi, Hargreaves Lansdown. Tanti i clienti accorsi a sottoscriverlo tanto che la vicenda ha provocato non pochi imbarazzi a questa società e a suoi soci visto che il titolo di Hargreaves Lansdown (una sorta di Fineco britannica in salsa soprattutto online con masse sotto gestione per oltre 100 miliardi di sterline) è quotato alla Borsa di Londra e veniva considerato fino a poco prima dello scoppio di questo caso una sorta di gallina dalle uova d’oro senza macchie del risparmio gestito.

Cosa ha provocato il collasso di questo fondo d’investimento? La storia è interessante e merita di essere conosciuta. Neil Woodford è stato fino a poco tempo fa uno dei gestori di fondi inglesi più conosciuti e rispettati e si era fatto la fama di “Re Mida” come gestore precedentemente di un altro fondo d’investimento molto popolare in Gran Bretagna che aveva portato al successo massimo con oltre 15 miliardi di sterline di raccolta: l’Invesco Perpetual.

Nel 2014 decide di lasciare dopo 26 anni la società dove ha lavorato per fondare una propria società e il fondo di punta è il Woodford Equity Income che parte alla grande come raccolta e anche performance, meritandosi un sacco di stellette. Nel 2015 per capire ottiene un rendimento annuale del 16,2% contro i fondi della stessa categoria che mediamente ottengono un 6,3% annuo. La sua società arriva a raccogliere oltre 10 miliardi di sterline (ora sono diventati circa 3) e Neil Woodford è considerato in Gran Bretagna come il n.1 fra i selezionatori di titoli, un vero guru capace di moltiplicare i soldi affidati.

Tutti vogliono avere in portafoglio questo fondo che, grazie all’abilità di Neil, scova le migliori società quotate inglesi e tutti ne parlano: dai siti finanziari ai broker, dai giornali ai forum. Questo è il fondo, secondo tutti gli esperti, da avere in portafoglio per battere il mercato e correre meno rischi.

Dal 2016 inizia, però, una fase calante delle performance che diventa sempre più evidente con il mercato orribile del 2018 dove questo fondo chiude a -16.5% contro il -10% dei concorrenti. In 5 anni il Woodford Equity Income non solo si perde tutto il vantaggio iniziale ma è sotto dell’8% contro una salita di oltre il 30% del mercato azionario inglese in cui investe.

Ora, mentre scriviamo, questo fondo ha perso in poco più di un anno oltre il 40%, ma l’angoscia maggiore per i sottoscrittori non è nemmeno questo, ma il fatto che, fino a gennaio 2020, i riscatti sono stati congelati.

A creare problemi al fondo sono stati una serie cospicua di riscatti. In principio il consiglio della contea del Kent ha ritirato 250 milioni di sterline, investiti attraverso il suo fondo pensione. Da allora per Woodford Investment Management è stato un susseguirsi di duri colpi: il gestore patrimoniale St James’s Place ha rimosso capitali per 3,5 miliardi di sterline e Omnis Investments ha fatto altrettanto con 330 milioni di sterline.

Il fondo si è così ridotto dai 10 miliardi di sterline di metà 2017 ai circa 3 miliardi oggi. La maggior parte delle partecipazioni vendute inizialmente dopo i primi forti riscatti erano le società detenute a più larga capitalizzazione. Di conseguenza, il cuscinetto di liquidità di questo fondo, necessario per soddisfare ulteriori rimborsi, è vistosamente diminuito e la società di gestione si è ritrovata a detenere una quota molto elevata di partecipazioni in piccole e medie società non proprio facilmente liquidabili. È arrivata così a giugno come uno tsunami in Gran Bretagna la decisione di sospendere i rimborsi. Qualche giorno fa la Link Fund Solution, la società che amministra i fondi di Woodford ha deciso di liquidare l’Equity Income Fund.

E la società, mentre scriviamo, non sa né quando né con quanto (rispetto all’investimento inziale) i sottoscrittori verranno rimborsati. E le polemiche su questo caso stanno convincendo il regolatore inglese, la FCA, a intervenire in modo più forte per tutelare maggiormente i piccoli risparmiatori per tutto quello che sta scoperchiando questa vicenda compreso il fatto che il gestore di questo fondo, Neil Woodford, nonostante tutto quanto accaduto ha continuato sino a ieri a incassare super commissioni di gestione sul suo fondo che si afflosciava. Si calcolano in oltre 63 milioni di sterline i soli dividendi incassati in questi anni (quasi 9 milioni di sterline le commissioni generate dal fondo da quando è stato congelato da giugno in poi) da questo gestore inglese con la passione per i concorsi ippici di dressage in cui gareggia assiduamente con la compagnia dell’ex segretaria che ha soppiantato qualche anno fa l’ex moglie più anziana (che sui tabloid inglesi si sfoga facendo un ritrattino non proprio edificante dell’ex coniuge, naturalmente).

 

Occhio ai fondi superstar. Sono rari come il ghiro coda di topo. E a volte si estinguono

Una storia molto illuminante che spiega perché selezionare i fondi in base alla bravura del gestore nel passato o alle “stellette” è sicuramente interessante ma un investitore, risparmiatore o consulente consapevole dovrebbe anche porsi il problema di cosa fare se poi le cose vanno diversamente rispetto a quanto previsto.

In Gran Bretagna questa vicenda ha scatenato un grandissimo dibattito sull’argomento e le parole più sagge (e scomode per l’industria del risparmio gestito) sull’argomento sono state probabilmente quelle di Charles “Charley” D. Ellis, consulente finanziario statunitense veterano (è nato nel 1938), fondatore di Greenwich Associates, una società di consulenza strategica internazionale focalizzata sulle istituzioni finanziarie.

“La verità è che acquistare fondi sovra-performanti ex ante è quasi impossibile. Dati estesi e innegabili mostrano che identificare in anticipo un particolare gestore degli investimenti che, dopo costi, tasse e commissioni, raggiungerà il Santo Graal di battere il mercato è altamente improbabile”.

Naturalmente tutte le società di gestione, reti e società di consulenza producono liste di portafogli di fondi “superstar” cercando di individuare quelli che si comporteranno meglio del mercato (ovvero dei rispettivi benchmark) guadagnando di più e perdendo di meno. La nuda verità è che queste liste realizzate anche con software sofisticatissimi (e non discutiamo naturalmente della buona fede della maggior parte dei selezionatori) raggiungono difficilmente l’obiettivo complessivo di ottenere risultati migliori del mercato. A fronte di qualche fondo che va meglio ce ne sono altri che vanno peggio e la risultante aggregata è spesso qualcosa che si comporta peggio dei benchmark di riferimento.”

 

Fondi passati dalle stelle alle stalle

Secondo Robin Powell, giornalista e analista finanziario (editore di The Evidence-Based Investor), quello che è successo al fondo Woodford Equity Income è un esempio estremo di quello che può succedere nel mondo dei fondi e delle “liste miracolose” come quella del broker Hargreaves Lansdown ma non è l’unico caso. E in questi anni sono numerosi i fondi che dalle stelle sono passati alle stalle senza che i sottoscrittori siano stati informati: “gli investitori vogliono credere che qualcuno possa scegliere i vincitori. I gestori di fondi, i consulenti per gli investimenti, i broker, le agenzie di rating e molti media sono incentivati finanziariamente a non disdegnarli da questo malinteso. Non sto dicendo che le liste di fondi debbano sparire. Devono solo essere più utili. Devono includere fondi indicizzati a basso costo ed essere molto più focalizzati sui costi. Tutte le ricerche (comprese quelle di Morningstar) mostrano che il costo è il predittore più accurato delle prestazioni future; in altre parole, meno paghi, maggiore è la probabilità che i tuoi rendimenti netti siano superiori”.

Parole di pietra che è difficile non condividere e che ci hanno fatto capire che se in Gran Bretagna, che è un mercato finanziariamente molto più evoluto di quello italiano, molti risparmiatori ancora non hanno chiari alcuni concetti base sui costi e sugli strumenti finanziari, allora in Italia dobbiamo triplicare i nostri sforzi sull’educazione finanziaria (e come società di consulenza finanziaria indipendente SoldiExpert SCF è in prima fila e se sei iscritto al SoldiExpert Club riceverai in anteprima tutte le informazioni sulle iniziative che abbiamo messo a punto) se non vogliamo che il tesoro degli italiani (con un risparmio privato che è fra i più alti al mondo) venga tosato e assalito sempre più da un sistema bancario-finanziario (in forte difficoltà sulle fonti di profitto di un tempo e con costi di struttura elevati) sempre più assetato di commissioni. E quanto mai refrattario a consigliare ai propri clienti prodotti low cost e soprattutto più efficienti. Eppure, se il piatto è magro ed è già difficile mangiarci in uno, in due (e se poi uno ha una fame smodata) diventa proprio impossibile.

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