L’omino con i baffi della Bialetti precipita in Borsa e ci racconta una storia

Al MOMA di New York, ovvero il Museum Of Modern Arts di New York, è possibile vedere da tempo la geniale caffettiera Moka Bialetti nella collezione permanente come sintesi tra innovazione tecnologica, eleganza del design e rigorosa funzionalità applicate a un oggetto d’uso quotidiano.

Moka Express è entrata nelle case di milioni di italiani e non solo, divenendo sinonimo universale di caffettiera.

Ma a Piazza Affari in questi giorni il titolo Bialetti Industrie non se la passa bene e non compare certo nella “Hall of Fame” dei titoli migliori. Anzi…

Ieri il titolo è stato sospeso al ribasso poiché la società di revisione, KPMG, ha espresso dubbi sulla continuità aziendale, dichiarando l’impossibilita’ di esprimere un giudizio.

Un’impossibilità legata alle incertezze sulla continuità aziendale del gruppo, seppure il management della società a parole mostri fiducia nel futuro, una volta risolta la “grana” con le banche riguardo la negoziazione del debito e la partenza del nuovo piano industriale.

Un esame, seppure rapido, dei conti mostra che la società celebre per l’omino coi baffi, protagonista del primo cartone animato del Carosello, lo spot che pubblicizzava la celebre Moka, non se la passa molto bene. E soprattutto dal punto vista finanziario visto che l’indebitamento è di circa 77 milioni di euro a fronte di un patrimonio netto arrivato a 8,8 milioni di euro.

Nel 2017 la società ha avuto un giro di vendite di 176,8 milioni di euro (-1,7%), ma la redditività è stata negativa con una perdita di 5 milioni di euro. La montagna non partorisce nemmeno un topolino.

Il caso Bialetti 

E’ una storia interessante quella di Bialetti e dimostra come sia difficile per molte aziende competere in mercati sempre più globali e competitivi. Le caffettiere Moka si vendono sempre in tutto il mondo (oggi 5 milioni all’anno ma molto meno degli anni passati), ma la concorrenza è serrata. Ci sono i concorrenti in tutto il mondo che copiano da anni il prodotto e ne forniscono una versione più low cost anche al 50% e più di prezzo in meno per lo stesso tipo di caffettiera. E poi ci sono le preferenze dei consumatori che si stanno spostando sempre più verso il caffè in cialde.

La stessa Bialetti ha negli anni modificato il suo posizionamento (la famiglia del fondatore Alfonso Bialetti ha ceduto a metà degli anni ’80 la società alla famiglia Ranzoni, ex Girmi) ed ha iniziato a offrire macchine e caffè in cialde e per competere di più sul pricing ha spostato la produzione all’estero in paesi come Romania. Ed ha puntato su una distribuzione a 360° dall’ingrosso al consumatore con l’apertura di negozi specializzati dentro i centri commerciali in Italia come in Europa. Un’operazione costosa che non sta dando al momento (e soprattutto fuori dall’Italia) i risultati sperati e che necessita di molto capitale circolante. Ovvero soldi.

E poi Bialetti non è solo caffè, ma anche pentole e accessori per la cucina con i marchi Aeternum e Rondine (o in Turchia Cem) da dove proviene poco meno del 50% del fatturato.

Il mercato turco è stato una spina al fianco come l’effetto cambi e con le banche finanziatrici nelle prossime settimane si è tornati a trattare con il nuovo piano industriale 2018-2020 in mano.

Il titolo Bialetti Industrie è arrivato a Piazza Affari nel luglio 2007 a un prezzo di 2,5 euro e una capitalizzazione di 187,5 milioni di euro. E fu un collocamento non proprio esemplare dal punto di vista della comunicazione (le richieste del pubblico dei risparmiatori furono 10 volte l’offerta), perché si scoprì a collocamento in corso che nel prospetto informativo (UniCredit Markets & Investment Banking – era coordinatore dell’offerta, responsabile del collocamento per l’offerta pubblica e sponsor) era stato fatto un grave errore indicando un rapporto prezzo/utile completamente sballato, ovvero di quattro volte superiore alla realtà.

Oggi il titolo quota 0,45 euro e la società capitalizza 48 milioni di euro, ovvero meno di un quarto del prezzo di oltre 10 anni, considerando che nel 2015 fu varato un aumento di capitale da 14 milioni di euro per affrontare la crisi e uscire dalle secche.

Si è ritornati oggi di nuovo allo stesso punto (il prezzo dell’aumento di capitale per azione è lo stesso di quello segnato ora a Piazza Affari) e ora il pallino è ritornato ancora alle banche.

Corsi e ricorsi storici. Che raccontano come sia difficile per le imprese competere anche se possiedono marchi e prodotti eccezionali e come per i risparmiatori sia difficile selezionare i loro investimenti, quando fanno affidamento soprattutto sulla forza dei “brand” familiari (sui rischi dell’home bias ne avevamo parlato qui qualche anno fa ed è una lezione sempre valida).

Ed è la ragione per cui nei nostri portafogli di azioni consigliati (vedi qui) cerchiamo di valutare le società con differenti criteri (fondamentali e quantitativi) non basandoci solo sul fiuto e sulle emozioni.

Questo l’argomento al centro del consueto intervento del martedì di Salvatore Gaziano, responsabile strategie d’investimento di SoldiExpert SCF, in collegamento con Class CNBC (canale Sky 507)  nella trasmissione Caffé Affari condotta da Carlo Cerutti.

Clicca sull’immagine sotto per vedere il video di oggi.

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