Deepfake e scam finanziari: chi protegge davvero risparmiatori e professionisti?

Un volto conosciuto, un consiglio di Borsa e un gruppo WhatsApp: così può iniziare una truffa finanziaria. Nella prima parte dell’inchiesta, Salvatore Gaziano ricostruisce i meccanismi dell’inganno e racconta il caso di un risparmiatore che ha perso oltre 50.000 euro seguendo questi gruppi

Inchiesta di Salvatore Gaziano · Prima parte

Volti, voci e reputazioni di consulenti, economisti e imprenditori vengono trasformati in strumenti per alimentare truffe finanziarie. Non è più necessario falsificare l’investimento: basta falsificare chi lo consiglia. Nella prima parte dell’inchiesta ricostruiamo il percorso dai falsi annunci ai gruppi privati di trading, attraverso il caso di un risparmiatore e i meccanismi di una criminalità organizzata come un’azienda.

Questa inchiesta nasce anche dall’utilizzo fraudolento del mio nome (Salvatore Gaziano), volto e voce in annunci finanziari sui social. Pubblicata a puntate su Citywire Italia, viene proposta qui ai lettori della Lettera Settimanale e di Money Report per aiutarli a comprendere come funzionano queste truffe e perché possono colpire anche risparmiatori esperti.

 

Scorri Facebook o Instagram e compare un video. A parlare di investimenti è un professionista che conosci: ne riconosci il volto, la voce, magari ne segui da tempo le analisi. Ti invita a entrare in un gruppo dove ricevere gratuitamente consigli di Borsa. Non ti chiede subito denaro. Perché non dare un’occhiata?

Il problema è che quella persona potrebbe non avere mai registrato il video, pronunciato quelle parole o aperto quel gruppo. Il nome è autentico. Il volto e la voce sono stati riprodotti o manipolati con l’intelligenza artificiale. Ci sono oramai programmi anche gratuiti che consentono a tutti prendendo un frammento di una conversazione scaricata magari da YoTube di riprodurre la voce di qualsiasi persona. E la fiducia che riponi in quel professionista diventa lo strumento con cui qualcun altro cerca di mettere le mani sui tuoi risparmi.

È questo il pericolo delle campagne pubblicitarie costruite con i deepfake: video, immagini o voci falsificati per far apparire autentico ciò che non lo è. Non serve essere completamente inesperti di investimenti per cadere nella trappola. Anche una persona abituata a operare in Borsa può essere ingannata sull’identità di chi le sta dando un consiglio.

Volti, nomi e voci di economisti, imprenditori, giornalisti, consulenti e personalità pubbliche vengono copiati attraverso strumenti di intelligenza artificiale generativa e inseriti in video o falsi articoli per accreditare investimenti inesistenti, piattaforme abusive o gruppi privati di trading. In Italia sono stati utilizzati fraudolentemente persino i volti di Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti e Fabio Panetta.

La novità rispetto alle vecchie truffe finanziarie non è soltanto tecnologica. L’intelligenza artificiale consente ai criminali di industrializzare l’autorevolezza: non occorre più convincere la vittima che lo sconosciuto dall’altra parte dello schermo sia affidabile. È sufficiente prendere in prestito il volto e la voce di qualcuno di cui il risparmiatore già si fida.

Il danno è duplice: economico per chi perde denaro, reputazionale per il professionista impersonato, costretto a spiegare a clienti e sconosciuti di non avere mai registrato quei video, aperto quei gruppi WhatsApp o consigliato quegli investimenti.

 

 

La truffa non è una: il deepfake è la porta d’ingresso

 

Uno dei punti essenziali per comprendere il fenomeno è evitare di confondere il mezzo con il fine. Il deepfake non è necessariamente la truffa. È spesso l’esca con cui viene attirata la vittima.

La sequenza tipica parte da un’inserzione sponsorizzata su Facebook o Instagram. Nel video un volto conosciuto invita a partecipare a un gruppo riservato, ricevere gratuitamente analisi di Borsa o conoscere una nuova opportunità d’investimento.

Dopo il clic, la relazione abbandona quasi immediatamente il social network pubblico e si sposta su gruppi WhatsApp o Telegram gestiti dai truffatori: veri e propri “scannatoi” digitali nei quali possono aprirsi percorsi diversi.

È quanto sta accadendo anche a me: nelle ultime settimane il mio volto, nome e voce sono stati utilizzati in numerose inserzioni pubblicitarie false. SoldiExpert non gestisce gruppi privati WhatsApp o Telegram nei quali fornisce segnali di trading, non organizza webinar riservati attraverso inserzioni social e non contatta sconosciuti promettendo guadagni facili.

Eppure gli annunci continuano a circolare e si moltiplicano.

Come arrivano i truffatori a guadagnare? Dalle ricostruzioni di schemi analoghi emergono almeno due modelli.

Il primo conduce a finte piattaforme di trading o broker abusivi. La vittima versa inizialmente poche centinaia di euro e vede apparire su un’interfaccia apparentemente professionale profitti molto elevati. Quei rendimenti servono a convincerla a versare somme maggiori. Quando chiede di prelevare iniziano le richieste di ulteriori pagamenti, presunte tasse o commissioni di sblocco, oppure l’interlocutore scompare.

Il secondo utilizza invece titoli reali, spesso azioni americane a ridotta capitalizzazione e liquidità. La vittima acquista attraverso il proprio conto titoli, senza trasferire denaro a un presunto consulente. Il gruppo costruisce la fiducia degli iscritti e, al momento opportuno, impartisce un ordine coordinato di acquisto su una micro-cap, una società di piccolissime dimensioni in termini di valore di Borsa. Gli acquisti possono spingere il prezzo verso l’alto, consentendo a chi possiede già le azioni di venderle agli ultimi arrivati: la struttura classica del pump and dump o di varianti definite anche ramp and dump.

Ma il vero prodotto iniziale della rete criminale è un altro: il contatto qualificato di una persona disposta a investire. Ottenuto quello, può essere monetizzato attraverso broker abusivi, criptovalute fasulle, piattaforme inesistenti, micro-cap manipolate o altre frodi.

 

 

Il caso CCTG: oltre 50.000 euro investiti, meno di 1.500 rimasti

 

Un caso seguito direttamente mostra perché queste truffe possano diventare difficili da riconoscere.

Lo chiameremo Roberto, nome di fantasia.

Roberto, 52 anni, commerciante, entra in un gruppo WhatsApp dopo avere visto sui social un annuncio di questo tipo che promette indicazioni gratuite di Borsa attribuite a un noto professionista.

Per alcuni giorni osserva quella che sembra una comunità di investitori: commenti sui mercati, suggerimenti su titoli conosciuti, schermate di profitti e messaggi di ringraziamento agli amministratori.

Soprattutto, nessuno gli chiede inizialmente di trasferire il patrimonio a uno sconosciuto.

Poi arriva il titolo “imperdibile”: CCSC Technology International Holdings Limited, ticker CCTG, società reale quotata sul Nasdaq Capital Market.

Secondo la ricostruzione della vittima, l’amministratore del gruppo indica CCTG come un’operazione dalla quale aspettarsi un rialzo eccezionale. Roberto ci crede perché si fida di quelli che ritiene autentici consulenti: non sa che in realtà sono truffatori. Mobilita così oltre 50.000 euro, acquistando le azioni attraverso il proprio intermediario italiano.

Il titolo inizialmente sale. Poi crolla rovinosamente.

Nella fase peggiore, dei circa 50.000 euro investiti rimane una posizione valutata meno di 1.500 euro. E quando Roberto cerca spiegazioni, gli interlocutori che lo avevano guidato nell’operazione non sono più disponibili.

Questo dettaglio è decisivo: Roberto non aveva acquistato una criptovaluta o un’azione inesistente e non aveva trasferito 50.000 euro a un broker fasullo. Aveva comprato una vera azione Nasdaq attraverso il proprio conto titoli. 

Il mercato era autentico. Era stata costruita artificialmente la relazione di fiducia che aveva determinato l’ordine.

E il caso permette di comprendere il salto di qualità dello scam: non occorre più falsificare l’investimento. È sufficiente falsificare la persona alla quale attribuire il consiglio di acquistarlo.

 

 

Prima il volto noto, poi il gruppo. I meccanismi

 

Gli annunci pubblicati su Facebook, Instagram o TikTok con promesse di guadagni mirabolanti, rubando identità e reputazione altrui, sono un ponte verso chat e gruppi privati. Una volta trasferita la vittima fuori dalla piattaforma pubblica comincia infatti una seconda fase, molto meno tecnologica e molto più psicologica.

Il falso consulente non chiede necessariamente denaro subito. Dispensa analisi apparentemente sensate e commenta inizialmente titoli conosciuti. Intorno a lui altri profili mostrano investimenti riusciti, ringraziano per i consigli e pubblicano schermate di guadagni.

La vittima non sa se quelle persone siano vere, complici, account controllati dalla stessa organizzazione o bot.

La tecnica combina autorità, prova sociale, gradualità, scarsità e FOMO, la paura di perdere un’opportunità. Ci si fida di chi sembra competente, ci si rassicura vedendo gli apparenti successi degli altri e si viene spinti a decidere prima che l’occasione svanisca. Anche la richiesta di inviare uno screenshot dell’ordine può servire a misurare quanto capitale la persona possa mobilitare e quanto sia disposta a seguire le istruzioni.

Le vittime, inoltre, non corrispondono necessariamente allo stereotipo del risparmiatore inesperto. Nei primi otto mesi del 2025, secondo dati della Polizia Postale, le truffe informatiche trattate in Italia erano circa 12.000, per 143 milioni di euro sottratti; il falso trading, pur rappresentando il 29% dei casi, avrebbe concentrato circa 116 milioni di perdite.

Il motivo è semplice: le frodi migliori non sembrano frodi.

 

 

Una criminalità organizzata come un’azienda

 

Dietro molte campagne non sembrano esserci hacker solitari, ma strutture specializzate nei diversi segmenti della catena: produzione dei contenuti pubblicitari, acquisizione dei contatti, gestione delle boiler room — strutture di vendita telefonica ad alta pressione —, pagamenti, riciclaggio e creazione continua di nuovi account.

Nel 2025 un’inchiesta internazionale basata su dati provenienti da call center georgiani e condivisi con OCCRP, The Guardian e l’emittente svedese SVT ha documentato una rete basata a Tbilisi che avrebbe sottratto circa 35 milioni di dollari a migliaia di vittime in Europa e Canada. Nelle campagne venivano utilizzati falsi notiziari e immagini di personalità come Martin Lewis, noto esperto britannico di finanza personale e difensore dei consumatori.

Le Monde ha descritto anche il ruolo degli specialisti di marketing: nella prima fase gli annunci servono soprattutto a raccogliere numeri telefonici, trasferiti poi alle strutture incaricate di trasformare quei contatti in depositi.

È un modello industriale, lontano dall’immagine del vecchio phishing come singolo messaggio scritto male da uno sconosciuto.

Per Massimo Scolari, presidente di Ascofind, questa evoluzione richiede un cambio di metodo: «Le truffe, nelle loro diverse forme, stanno crescendo notevolmente. È un’emergenza. In primo luogo bisognerebbe studiare il fenomeno, raccogliere i dati e classificare le diverse tipologie — phishing, furto d’identità, abusivismo finanziario, truffe attraverso i social — in modo da monitorarne approfonditamente l’evoluzione».

E soprattutto non basta inseguire ciò che appare in superficie: «Non basta chiudere i siti pirata: ne aprono uno nuovo in cinque minuti. Serve una vera e propria strategia di intelligence, da realizzare anche attraverso la collaborazione con la Polizia Postale. Bisogna seguire i soggetti coinvolti, quando possibile fingere adesione, scoprire i legami, ricostruire i mezzi informatici utilizzati e le utenze telefoniche».

L’obiettivo, nelle parole di Scolari, è «arrivare alla testa del serpente». Ma proprio qui le indagini incontrano reti transnazionali, giurisdizioni differenti e la necessità della collaborazione di piattaforme e autorità. Quando questa collaborazione manca o è insufficiente, i criminali finanziari e i loro complici possono continuare a guadagnare cifre ingenti da queste truffe.

 

La seconda parte, in uscita venerdì 11 settembre 2026, entra nel nodo più scomodo dell’inchiesta: perché questi annunci continuano a circolare, chi può fermarli e quali possibilità di tutela esistono davvero. Documenti, testimonianze e risposte raccolte per capire quanto siamo protetti — e quanto resta ancora da fare. Un appuntamento da non perdere per chi investe e per chi, suo malgrado, potrebbe ritrovarsi a consigliare investimenti mai consigliati. 

Salvatore Gaziano

Responsabile Strategie di Investimento di SoldiExpert SCF

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