Inchiesta di Salvatore Gaziano
Volti, voci e reputazioni di consulenti, economisti e imprenditori vengono trasformati in strumenti per alimentare truffe finanziarie. Non è più necessario falsificare l’investimento: basta falsificare chi lo consiglia. Nell’inchiesta ricostruiamo il percorso dai falsi annunci ai gruppi privati di trading, attraverso il caso di un risparmiatore e i meccanismi di una criminalità organizzata come un’azienda.
Questa inchiesta nasce anche dall’utilizzo fraudolento del mio nome (Salvatore Gaziano), volto e voce in annunci finanziari sui social. Pubblicata a puntate su Citywire Italia, viene proposta qui ai lettori della Lettera Settimanale e di Money Report per aiutarli a comprendere come funzionano queste truffe e perché possono colpire anche risparmiatori esperti.
Scorri Facebook o Instagram e compare un video. A parlare di investimenti è un professionista che conosci: ne riconosci il volto, la voce, magari ne segui da tempo le analisi. Ti invita a entrare in un gruppo dove ricevere gratuitamente consigli di Borsa. Non ti chiede subito denaro. Perché non dare un’occhiata?
Il problema è che quella persona potrebbe non avere mai registrato il video, pronunciato quelle parole o aperto quel gruppo. Il nome è autentico. Il volto e la voce sono stati riprodotti o manipolati con l’intelligenza artificiale. Ci sono oramai programmi anche gratuiti che consentono a tutti prendendo un frammento di una conversazione scaricata magari da YoTube di riprodurre la voce di qualsiasi persona. E la fiducia che riponi in quel professionista diventa lo strumento con cui qualcun altro cerca di mettere le mani sui tuoi risparmi.
È questo il pericolo delle campagne pubblicitarie costruite con i deepfake: video, immagini o voci falsificati per far apparire autentico ciò che non lo è. Non serve essere completamente inesperti di investimenti per cadere nella trappola. Anche una persona abituata a operare in Borsa può essere ingannata sull’identità di chi le sta dando un consiglio.
Volti, nomi e voci di economisti, imprenditori, giornalisti, consulenti e personalità pubbliche vengono copiati attraverso strumenti di intelligenza artificiale generativa e inseriti in video o falsi articoli per accreditare investimenti inesistenti, piattaforme abusive o gruppi privati di trading. In Italia sono stati utilizzati fraudolentemente persino i volti di Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti e Fabio Panetta. O Milena Gabanelli fra le giornaliste italiane più famose e rispettate.
La novità rispetto alle vecchie truffe finanziarie non è soltanto tecnologica. L’intelligenza artificiale consente ai criminali di industrializzare l’autorevolezza: non occorre più convincere la vittima che lo sconosciuto dall’altra parte dello schermo sia affidabile. È sufficiente prendere in prestito il volto e la voce di qualcuno di cui il risparmiatore già si fida.
Il danno è duplice: economico per chi perde denaro, reputazionale per il professionista impersonato, costretto a spiegare a clienti e sconosciuti di non avere mai registrato quei video, aperto quei gruppi WhatsApp o consigliato quegli investimenti.
La truffa non è una: il deepfake è la porta d’ingresso
Uno dei punti essenziali per comprendere il fenomeno è evitare di confondere il mezzo con il fine. Il deepfake non è necessariamente la truffa. È spesso l’esca con cui viene attirata la vittima.
La sequenza tipica parte da un’inserzione sponsorizzata su Facebook o Instagram. Nel video un volto conosciuto invita a partecipare a un gruppo riservato, ricevere gratuitamente analisi di Borsa o conoscere una nuova opportunità d’investimento.
Dopo il clic, la relazione abbandona quasi immediatamente il social network pubblico e si sposta su gruppi WhatsApp o Telegram gestiti dai truffatori: veri e propri “scannatoi” digitali nei quali possono aprirsi percorsi diversi.
È quanto sta accadendo anche a me: nelle ultime settimane il mio volto, nome e voce sono stati utilizzati in numerose inserzioni pubblicitarie false. SoldiExpert non gestisce gruppi privati WhatsApp o Telegram nei quali fornisce segnali di trading, non organizza webinar riservati attraverso inserzioni social e non contatta sconosciuti promettendo guadagni facili.
Eppure gli annunci continuano a circolare e si moltiplicano.
Come arrivano i truffatori a guadagnare? Dalle ricostruzioni di schemi analoghi emergono almeno due modelli.
Il primo conduce a finte piattaforme di trading o broker abusivi. La vittima versa inizialmente poche centinaia di euro e vede apparire su un’interfaccia apparentemente professionale profitti molto elevati. Quei rendimenti servono a convincerla a versare somme maggiori. Quando chiede di prelevare iniziano le richieste di ulteriori pagamenti, presunte tasse o commissioni di sblocco, oppure l’interlocutore scompare.
Il secondo utilizza invece titoli reali, spesso azioni americane a ridotta capitalizzazione e liquidità. La vittima acquista attraverso il proprio conto titoli, senza trasferire denaro a un presunto consulente. Il gruppo costruisce la fiducia degli iscritti e, al momento opportuno, impartisce un ordine coordinato di acquisto su una micro-cap, una società di piccolissime dimensioni in termini di valore di Borsa. Gli acquisti possono spingere il prezzo verso l’alto, consentendo a chi possiede già le azioni di venderle agli ultimi arrivati: la struttura classica del pump and dump o di varianti definite anche ramp and dump.
Ma il vero prodotto iniziale della rete criminale è un altro: il contatto qualificato di una persona disposta a investire. Ottenuto quello, può essere monetizzato attraverso broker abusivi, criptovalute fasulle, piattaforme inesistenti, micro-cap manipolate o altre frodi.
Il caso CCTG: oltre 50.000 euro investiti, meno di 1.500 rimasti
Un caso seguito direttamente mostra perché queste truffe possano diventare difficili da riconoscere.
Lo chiameremo Roberto, nome di fantasia.
Roberto, 52 anni, commerciante, entra in un gruppo WhatsApp dopo avere visto sui social un annuncio di questo tipo che promette indicazioni gratuite di Borsa attribuite a un noto professionista.
Per alcuni giorni osserva quella che sembra una comunità di investitori: commenti sui mercati, suggerimenti su titoli conosciuti, schermate di profitti e messaggi di ringraziamento agli amministratori.
Soprattutto, nessuno gli chiede inizialmente di trasferire il patrimonio a uno sconosciuto.
Poi arriva il titolo “imperdibile”: CCSC Technology International Holdings Limited, ticker CCTG, società reale quotata sul Nasdaq Capital Market.
Secondo la ricostruzione della vittima, l’amministratore del gruppo indica CCTG come un’operazione dalla quale aspettarsi un rialzo eccezionale. Roberto ci crede perché si fida di quelli che ritiene autentici consulenti: non sa che in realtà sono truffatori. Mobilita così oltre 50.000 euro, acquistando le azioni attraverso il proprio intermediario italiano.
Il titolo inizialmente sale. Poi crolla rovinosamente.
Nella fase peggiore, dei circa 50.000 euro investiti rimane una posizione valutata meno di 1.500 euro. E quando Roberto cerca spiegazioni, gli interlocutori che lo avevano guidato nell’operazione non sono più disponibili.
Questo dettaglio è decisivo: Roberto non aveva acquistato una criptovaluta o un’azione inesistente e non aveva trasferito 50.000 euro a un broker fasullo. Aveva comprato una vera azione Nasdaq attraverso il proprio conto titoli.
Il mercato era autentico. Era stata costruita artificialmente la relazione di fiducia che aveva determinato l’ordine.
E il caso permette di comprendere il salto di qualità dello scam: non occorre più falsificare l’investimento. È sufficiente falsificare la persona alla quale attribuire il consiglio di acquistarlo.
Prima il volto noto, poi il gruppo. I meccanismi
Gli annunci pubblicati su Facebook, Instagram o TikTok con promesse di guadagni mirabolanti, rubando identità e reputazione altrui, sono un ponte verso chat e gruppi privati. Una volta trasferita la vittima fuori dalla piattaforma pubblica comincia infatti una seconda fase, molto meno tecnologica e molto più psicologica.
Il falso consulente non chiede necessariamente denaro subito. Dispensa analisi apparentemente sensate e commenta inizialmente titoli conosciuti. Intorno a lui altri profili mostrano investimenti riusciti, ringraziano per i consigli e pubblicano schermate di guadagni.
La vittima non sa se quelle persone siano vere, complici, account controllati dalla stessa organizzazione o bot.
La tecnica combina autorità, prova sociale, gradualità, scarsità e FOMO, la paura di perdere un’opportunità. Ci si fida di chi sembra competente, ci si rassicura vedendo gli apparenti successi degli altri e si viene spinti a decidere prima che l’occasione svanisca. Anche la richiesta di inviare uno screenshot dell’ordine può servire a misurare quanto capitale la persona possa mobilitare e quanto sia disposta a seguire le istruzioni.
Le vittime, inoltre, non corrispondono necessariamente allo stereotipo del risparmiatore inesperto. Nei primi otto mesi del 2025, secondo dati della Polizia Postale, le truffe informatiche trattate in Italia erano circa 12.000, per 143 milioni di euro sottratti; il falso trading, pur rappresentando il 29% dei casi, avrebbe concentrato circa 116 milioni di perdite.
Il motivo è semplice: le frodi migliori non sembrano frodi.
Una criminalità organizzata come un’azienda
Dietro molte campagne non sembrano esserci hacker solitari, ma strutture specializzate nei diversi segmenti della catena: produzione dei contenuti pubblicitari, acquisizione dei contatti, gestione delle boiler room — strutture di vendita telefonica ad alta pressione —, pagamenti, riciclaggio e creazione continua di nuovi account.
Nel 2025 un’inchiesta internazionale basata su dati provenienti da call center georgiani e condivisi con OCCRP, The Guardian e l’emittente svedese SVT ha documentato una rete basata a Tbilisi che avrebbe sottratto circa 35 milioni di dollari a migliaia di vittime in Europa e Canada. Nelle campagne venivano utilizzati falsi notiziari e immagini di personalità come Martin Lewis, noto esperto britannico di finanza personale e difensore dei consumatori.
Le Monde ha descritto anche il ruolo degli specialisti di marketing: nella prima fase gli annunci servono soprattutto a raccogliere numeri telefonici, trasferiti poi alle strutture incaricate di trasformare quei contatti in depositi.
È un modello industriale, lontano dall’immagine del vecchio phishing come singolo messaggio scritto male da uno sconosciuto.
Per Massimo Scolari, presidente di Ascofind, questa evoluzione richiede un cambio di metodo:
«Le truffe, nelle loro diverse forme, stanno crescendo notevolmente. È un’emergenza. In primo luogo bisognerebbe studiare il fenomeno, raccogliere i dati e classificare le diverse tipologie — phishing, furto d’identità, abusivismo finanziario, truffe attraverso i social — in modo da monitorarne approfonditamente l’evoluzione».
E soprattutto non basta inseguire ciò che appare in superficie: «Non basta chiudere i siti pirata: ne aprono uno nuovo in cinque minuti. Serve una vera e propria strategia di intelligence, da realizzare anche attraverso la collaborazione con la Polizia Postale. Bisogna seguire i soggetti coinvolti, quando possibile fingere adesione, scoprire i legami, ricostruire i mezzi informatici utilizzati e le utenze telefoniche».
L’obiettivo, nelle parole di Scolari, è «arrivare alla testa del serpente». Ma proprio qui le indagini incontrano reti transnazionali, giurisdizioni differenti e la necessità della collaborazione di piattaforme e autorità. Quando questa collaborazione manca o è insufficiente, i criminali finanziari e i loro complici possono continuare a guadagnare cifre ingenti da queste truffe.
AGGIORNAMENTO [11/09/2026]: Pubblicata la seconda Parte dell’inchiesta sui retroscena della truffa Meta e l’inerzia delle piattaforme.
GAZIANO E ROSCIANI: QUANDO IL DEEPFAKE DIVENTA UNA BATTAGLIA QUOTIDIANA
Gaziano racconta di avere censito, insieme alla propria società, oltre 200 inserzioni con oltre 1.000 varianti su Facebook e Instagram nel solo agosto 2026. Gli annunci utilizzavano abusivamente il suo volto e il suo nome; nelle successive conversazioni private con le vittime, i truffatori sfruttavano anche la reputazione di SoldiExpert SCF.
Negli annunci si invitano i risparmiatori a partecipare a “circoli degli investimenti” per ricevere consigli mirabolanti e promesse di rendimenti anche del 400%.
Si tratta di gruppi d’investimento fraudolenti, descritti anche dall’FBI in un avviso sugli “investment club” promossi attraverso social e applicazioni di messaggistica. In alcuni si promette addirittura il rimborso nel caso di eventuali perdite. E mentre scriviamo i falsi continuano a circolare. I truffatori costruiscono annunci nei quali si appropriano dell’identità di professionisti reali: nel caso documentato, i controlli della piattaforma non hanno impedito né la pubblicazione né la ricomparsa moltiplicata delle inserzioni. Le segnalazioni non hanno ottenuto la rimozione sistematica degli annunci né impedito le ripubblicazioni.
«Il problema non è soltanto vedere la propria faccia dentro un video che non hai mai registrato», spiega Gaziano. «Riceviamo telefonate ed email di persone convinte di avere parlato con noi. Anche professionisti del settore.
Alcune hanno investito o stanno per farlo. Segnali un annuncio, magari riesci a farlo rimuovere e poco dopo ne compare un altro quasi identico. O magari dieci o venti! Oppure il gruppo Meta ti risponde che l’annuncio in cui ci sono la mia faccia, il mio nome e il mio cognome associati a promesse truffaldine ‘non viola gli standard della community’. E anche se riesci a parlare con qualcuno di Meta non arrivi a nulla. Far rimuovere i contenuti deepfake diventa molto difficile, se non impossibile.
Di fronte a questi risultati, viene da pensare a una “cecità volontaria strutturale”: è un’espressione critica di origine inglese per descrivere la mia esperienza, non un accertamento delle intenzioni di Meta.
Non conosco le decisioni interne della piattaforma. Posso però documentare che, anche dopo segnalazioni circostanziate e interlocuzioni con il personale, l’abuso della mia identità continua. Ed è questo che trovo inaccettabile».
Sulla straordinaria facilità con cui le tecnologie di intelligenza artificiale hanno amplificato questo fenomeno interviene Germano Milite, giornalista d’inchiesta, fact-checker e fondatore di Fufflix:
«L’esplosione dell’I.A. generativa ha reso questo tipo di truffe scalabili al 100% su livello globale. Fino a qualche anno fa, chi tentava una frode dall’estero si tradiva subito con un italiano incerto o traduzioni sgrammaticate.
Oggi le traduzioni automatiche e i software di sintesi vocale e video producono contenuti incredibilmente realistici.
Più la leva di persuasione è semplice, più funziona: si usa la leva del trust prendendo in prestito volti noti del giornalismo e della finanza o personaggi famosi, autorità ‘orizzontali’ o ‘verticali’ per abbattere le barriere difensive dell’utente.»
La falsificazione può diventare tanto efficace da ribaltare perfino la prova dell’identità.
«Mi è capitato – racconta Gaziano – di spiegare a un risparmiatore che stava chattando con dei truffatori, mettendolo in guardia e spiegando che quella persona con cui credeva di interagire non ero io.” Mi ha risposto quasi infastidito: “Ma chi mi assicura che quello vero sia lei?”. Siamo oltre l’assurdo».
SoldiExpert SCF e Salvatore Gaziano hanno presentato denuncia alla Polizia Postale di La Spezia, inviato segnalazioni alla Commissione europea nell’ambito del Digital Services Act, al Garante Privacy, all’AGCOM, all’AGCM e all’OCF e diffide a Meta. Ma il gioco al massacro nei confronti dei risparmiatori continua, mentre altri professionisti possono diventare il prossimo bersaglio.
È la dinamica descritta in diversi Paesi come whack-a-mole, il gioco della talpa: eliminato un account ne appare un altro; bloccata una creatività ne viene prodotta una variante.
Una situazione analoga ha coinvolto Debora Rosciani, giornalista e conduttrice di Radio 24. «Ero a Trento per il Festival dell’Economia, nel maggio 2025, quando mia nipote, che aveva 15 anni, mi scrisse per segnalarmi una richiesta di collegamento su Instagram proveniente da un falso profilo a mio nome che proponeva raccomandazioni di investimento. Bloccò immediatamente il contatto e fece le opportune segnalazioni».
Poi i falsi si sono moltiplicati. «Quando hanno cominciato a replicare il mio account e quello di “Due di denari”, la trasmissione su Radio 24 che conduco con Mauro Meazza, tantissimi ci sono cascati. Anche colleghi giornalisti e professionisti hanno creduto che avessimo realmente creato un gruppo riservato nel quale far circolare proposte di investimento».
Rosciani è netta sulla risposta delle piattaforme:
«Sono sconcertata dall’inerzia e dal disinteresse dell’universo Meta. Non vedo una protezione adeguata né per gli account clonati né per le persone che finiscono nelle reti di truffatori sempre più professionali».
AGGIORNAMENTO [18/09/2026]: Pubblicata la terza parte dell’inchiesta sui casi “scuola”
Da Martin Lewis a Martin Wolf: sette anni di misure anti truffe annunciate, ma le truffe continuano
La domanda diventa allora inevitabile: da quanto tempo le piattaforme conoscono il problema? È stato fatto qualcosa per evitare il diffondersi del problema che negli ultimi mesi, complice anche l’irrompere dell’intelligenza artificiale, consente ai truffatori di estendere il campo di azione e la percentuale di vittime?
Nel caso di Facebook, da parecchio.
Nell’aprile 2018 Martin Lewis, paladino dei risparmiatori britannici (fondatore del sito MoneySavingExpert.com) il cui nome e volto erano stati utilizzati in annunci che promuovevano investimenti fraudolenti, avviò un procedimento per diffamazione contro Facebook dopo che oltre mille inserzioni avevano utilizzato abusivamente il suo nome o la sua immagine.
Nel gennaio 2019 le parti raggiunsero un accordo: Facebook, senza arrivare a una decisione giudiziale sul merito e senza ammettere responsabilità, si impegnò a destinare all’associazione Citizens Advice 3 milioni di sterline, di cui 2,5 milioni in denaro e 500.000 in crediti pubblicitari, per un servizio contro le truffe e a introdurre nel Regno Unito uno strumento specifico di segnalazione degli scam ads con un team dedicato.
Nel 2022 Meta annunciò inoltre che nel Regno Unito i fornitori regolamentati di servizi finanziari avrebbero dovuto risultare autorizzati dalla Financial Conduct Authority prima di pubblicizzare i propri servizi. Ma qualcosa non ha funzionato e ancora oggi anche in Gran Bretagna le truffe di questo tipo continuano a circolare.
Nel marzo 2025, dietro le contestazioni di molte associazioni dei consumatori, arrivò un’altra misura annunciata da Meta: l’impiego in Europa e Regno Unito del riconoscimento facciale per identificare il cosiddetto celeb bait. Le Monde osservò però che Meta, pur parlando di risultati incoraggianti, non aveva fornito numeri che consentissero di misurarne l’efficacia. Nonostante le misure annunciate da Meta per limitare il fenomeno e controllare le inserzioni a monte, i casi raccolti in questa inchiesta documentano che, ancora nel settembre 2026, annunci fraudolenti continuano a circolare e a ricomparire dopo le segnalazioni.
Fra le persone impersonate dai truffatori c’è anche Martin Wolf, chief economics commentator del Financial Times.
Una campagna deepfake lo utilizzò per attirare utenti verso un falso gruppo d’investimento WhatsApp. Nel racconto pubblicato sul Financial Times il 25 aprile 2025, Wolf descrisse la continua ricomparsa dei falsi e riferì che, secondo i dati della Meta Ad Library, oltre 1.700 annunci avevano raggiunto quasi un milione di utenti nella sola Unione europea.
Il Financial Times ha posto quindi una questione molto concreta: se chi fornisce un servizio finanziario deve essere autorizzato, perché la piattaforma che vende lo spazio pubblicitario non dovrebbe verificare preventivamente l’autorizzazione di chi lo acquista?
Non significa controllare preventivamente tutto Internet. Significa applicare una forma di Know Your Customer (KYC) a chi paga per pubblicizzare servizi finanziari.
È un principio condiviso anche da Agostino Ghiglia, componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali e autore del libro “Educazione civica digitale” (Apogeo Editore), interpellato per questa inchiesta:
«Io partirei da un principio molto semplice: quando parliamo di pubblicità finanziaria, prevenire conta molto più che rimuovere dopo.
Se una piattaforma guadagna dalla vendita di quegli spazi, credo debba anche sapere con ragionevole certezza chi li sta comprando. E i controlli dovrebbero diventare ancora più rigorosi quando vengono utilizzati il volto, la voce, il nome o il marchio di qualcun altro.
La segnalazione serve, naturalmente. Ma quando arriva, spesso la truffa ha già cominciato a circolare e qualcuno può averci già rimesso dei soldi».
AGGIORNAMENTO [25/09/2026]: Pubblicata la quarta parte dell’inchiesta: Follow the money.
IL PARADOSSO ECONOMICO: QUANTO VALGONO GLI ANNUNCI SOSPETTI PER META
Follow the money… Il ruolo delle piattaforme Meta nell’economia delle frodi online è stato oggetto anche di inchieste giornalistiche basate su documenti interni e testimonianze. Un’inchiesta del Wall Street Journal del maggio 2025, firmata da Jeff Horwitz e Angel Au-Yeung, ha ricostruito il crescente peso delle piattaforme del gruppo nella diffusione delle frodi, attraverso informazioni raccolte presso autorità di regolamentazione e banche e l’esame di documenti interni.
E tutto questo all’interno di un modello in cui la piattaforma incassa ingenti budget pubblicitari dai criminali mentre gli algoritmi respingono le segnalazioni dei risparmiatori.
A confermare questa dinamica sono i numeri: nel novembre 2025 Reuters ha pubblicato un’ulteriore inchiesta basata su documenti interni di Meta.
Secondo un documento del dicembre 2024 citato dall’agenzia, gli utenti delle piattaforme Meta sarebbero stati esposti ogni giorno a circa 15 miliardi di esposizioni a inserzioni classificate internamente come “higher risk” scam ads: un conteggio aggregato delle visualizzazioni, non di annunci unici o di persone distinte.
Un altro documento stimava in circa 7 miliardi di dollari l’anno il ricavo annualizzato collegato a quella categoria di annunci ad alto rischio.
Una stima interna più ampia avrebbe invece proiettato per il 2024 circa 16 miliardi di dollari, equivalenti a circa il 10% dei ricavi complessivi del gruppo, provenienti dall’insieme di pubblicità riferibili a truffe e beni vietati.
Meta ha contestato l’interpretazione di Reuters, definendo la stima del 10% eccessivamente inclusiva e sostenendo che i documenti restituiscono un quadro parziale dei suoi sistemi antifrode. In un successivo aggiornamento del marzo 2026, l’azienda ha inoltre dichiarato di avere rimosso globalmente oltre 159 milioni di scam ads nel 2025 e di investire in intelligenza artificiale, verifica degli inserzionisti, collaborazioni con banche e forze dell’ordine e tecnologie contro il cloaking.
La questione, quindi, non è sostenere che Meta voglia le truffe sulle proprie piattaforme.
È capire se gli incentivi economici, le soglie di controllo e il modello di responsabilità esistente producano abbastanza pressione da impedire che quegli annunci raggiungano centinaia di migliaia di persone.
Ed è proprio su questo terreno che in Europa la Polonia sta combattendo una battaglia destinata potenzialmente ad andare molto oltre i confini nazionali.
AGGIORNAMENTO [2/10/2026]: Pubblicata la quinta parte dell’inchiesta
POLONIA: LA DIFESA DELL’“HOST PASSIVO” SI INCRINA?
A guidare la lotta contro Meta e i deepfake c’è un imprenditore polacco. Si chiama Rafał Brzoska, fondatore di InPost, e insieme alla moglie Omenaa Mensah, attrice, produttrice, giornalista sono stati bersaglio di centinaia di campagne su Facebook che utilizzavano abusivamente i loro dati e le loro immagini per pubblicizzare inesistenti opportunità di investimento o vere e proprie fake news.
Nell’agosto 2024 l’autorità polacca per la protezione dei dati, UODO (l’equivalente del Garante per la Privacy italiano), ordinò per tre mesi la sospensione in Polonia di falsi annunci che utilizzavano i loro dati. Meta impugnò i provvedimenti e nel marzo 2025 ritirò i ricorsi.
Sul fronte civile, secondo quanto riferito il 26 giugno 2026 dallo studio legale Ślusarek & Partners, che assiste Omenaa Mensah e Rafał Brzoska, la Corte d’Appello di Varsavia ha confermato la tutela cautelare concessa nel caso Mensah, ritenendo sufficientemente probabile che il ruolo di Meta nella diffusione degli annunci non fosse limitato a quello di un host puramente passivo.
Ed è qui che bisogna comprendere il nodo giuridico e perché piattaforme come Meta possano invocare, a determinate condizioni, le limitazioni di responsabilità riconosciute agli intermediari digitali.
Perché conta tanto essere considerati un “host passivo”
Per decenni le piattaforme hanno operato all’interno di un regime costruito sul principio che un intermediario tecnico non debba rispondere automaticamente di ogni contenuto caricato da terzi.
Il principio nasce nella Direttiva europea sul commercio elettronico del 2000 ed è oggi disciplinato dal Digital Services Act. L’articolo 6 del DSA mantiene, a determinate condizioni (non in tutte), un’esenzione dalla responsabilità per i servizi di hosting; l’articolo 8 esclude inoltre l’imposizione di un obbligo generale di sorveglianza su tutto ciò che viene pubblicato dagli utenti.
È una distinzione decisiva.
Un quotidiano o una testata giornalistica opera secondo un regime differente: nell’ordinamento italiano, per esempio, l’articolo 57 del codice penale attribuisce al direttore responsabile un dovere di controllo finalizzato a impedire che attraverso la pubblicazione vengano commessi reati, nei limiti e alle condizioni previste dalla norma.
Le piattaforme hanno invece potuto storicamente invocare il proprio ruolo di intermediari.
Ma la pubblicità pone un problema diverso dal semplice contenuto pubblicato spontaneamente da un utente. La piattaforma incassa il pagamento dell’inserzionista, mette a disposizione strumenti di targeting, decide a quale pubblico mostrare l’annuncio e dispone di informazioni sull’acquirente dello spazio pubblicitario.
Ed è proprio questo il punto valorizzato dalla Corte d’Appello di Varsavia: controllo degli annunci, remunerazione e targeting possono rendere più difficile qualificare automaticamente la piattaforma come un intermediario puramente passivo.
La decisione polacca resta una misura maturata in una fase cautelare: non è una sentenza definitiva della Corte di giustizia europea e non riscrive da sola il regime di responsabilità delle piattaforme.
Ma può aprire una breccia.
«Non esiste un’impunità assoluta delle piattaforme, né in Europa né negli Stati Uniti, e i processi che si stanno celebrando in tutto il mondo lo dimostrano», osserva Marisa Marraffino, avvocata penalista esperta di reati informatici e tutela della privacy. «È vero, però, che ogni Stato legifera autonomamente e in modo diverso. E questo non aiuta l’armonizzazione delle norme».
Sul dibattito regolatorio pesa anche la capacità di pressione politica dell’industria tecnologica. Secondo un’analisi di Corporate Europe Observatory e LobbyControl basata sul Registro europeo per la trasparenza, nel 2025 il settore digitale dichiarava circa 151 milioni di euro l’anno di spesa per lobbying nell’Unione europea, oltre il 50% in più rispetto a quattro anni prima. E Meta risultava il gruppo con la maggiore spesa dichiarata.
Il dato, naturalmente, non dimostra alcun rapporto causale tra lobbying e singole decisioni legislative. Indica però la quantità di risorse mobilitate dalle piattaforme digitali proprio mentre Bruxelles ridefinisce le regole del mercato digitale.
CERT POLSKA: 106 SEGNALAZIONI RESPINTE SU 122. E IL MERCATO OMBRA DELLE “SCAM FACTORY”
A rendere il caso polacco ancora più significativo è un test di CERT Polska, il team nazionale di risposta agli incidenti informatici che opera all’interno di NASK, istituto nazionale di ricerca polacco attivo nella cybersicurezza.
Tra gennaio e novembre 2024 CERT Polska segnalò attraverso un normale account Facebook 122 annunci classificati come fraudolenti.
Solo dieci risultarono rimossi. In 106 casi, pari all’86,8%, la procedura si concluse indicando che l’annuncio non sarebbe stato eliminato; in altri sei casi non arrivò risposta.
Sui meccanismi tecnici che consentono alle inserzioni abusive di eludere i filtri automatici, Germano Milite di Fufflix.it fra i più noti e autorevoli esperti in Italia di scam e truffe digitali illustra la complessa architettura usata dai truffatori:
«Dietro la proliferazione di queste campagne non ci sono singoli utenti improvvisati, ma vere e proprie ‘scam factory’ geolocalizzate all’estero, in Paesi come Bangladesh, Vietnam, Belize o Pakistan. Si tratta di basi operative situate in mercati dove le risorse di moderazione e i sistemi di controllo automatizzato delle piattaforme sono ridotti al minimo o totalmente assenti. Inoltre, queste strutture operano spesso compravendendo o utilizzando account aziendali cosiddetti ‘whitelistati’, ovvero profili privilegiati ritenuti ‘sicuri’ dagli algoritmi e per questo esenti dai normali filtri preventivi. Unito all’uso di sofisticate tecniche di cloaking — che mostrano ai sistemi di controllo una pagina legittima e agli utenti reali il link della truffa — il meccanismo diventa quasi imbattibile per i filtri automatici. Le Big Tech incassano budget imponenti da queste inserzioni ma rifiutano di impiegare un numero sufficiente di moderatori umani: un algoritmo si può facilmente raggirare, mentre un occhio umano bloccherebbe immediatamente la truffa.»
Va evidenziato che dietro a simili operazioni di “stangate finanziarie” il cervello criminale non è fatto da piccoli truffatori. Un’inchiesta di Bloomberg del gennaio 2026, di cui Securities Docket riproduce un estratto, riferisce che circa un quarto delle oltre 250 società approdate dal 2023 al segmento più piccolo del Nasdaq era stato promosso in gruppi WhatsApp, per poi crollare oppure subire una sospensione della SEC per timori di possibili manipolazioni. Il dato riguarda naturalmente quel preciso insieme di nuove quotazioni: non significa che un quarto delle società del Nasdaq sia una truffa,
Nel rapporto annuale 2024, a pagina 39 dell’edizione inglese, CERT Polska ha documentato anche tecniche di cloaking: ai sistemi di controllo sulle inserzioni truffa può essere mostrato un contenuto diverso da quello effettivamente presentato agli utenti, rendendo più difficile la moderazione.
ANNUNCI FRAUDOLENTI: LA POLONIA CHIEDE ALL’UE UNA SANZIONE DA 250 MILIONI CONTRO META
Il 27 agosto 2026 il vicepremier e ministro della Digitalizzazione polacco Krzysztof Gawkowski ha annunciato di avere inviato alla Commissione europea una richiesta formale, datata 26 agosto, per sollecitare un intervento contro Meta e una sanzione di 250 milioni di euro, contestando l’inefficacia del contrasto agli annunci fraudolenti. Si tratta della richiesta avanzata dal governo polacco, riportata dalla stampa polacca, non di una sanzione già irrogata dalla Commissione.
L’imprenditore polacco che ha aperto questo caso, Rafał Brzoska, ha parallelamente promosso l’iniziativa “150%”: una proposta secondo cui chi trae ricavi dalla diffusione di pubblicità riconosciute come fraudolente dovrebbe versare il 150% di quei ricavi a un fondo per le vittime.
Meta ha contestato l’immagine di una società incentivata economicamente a tollerare gli scam. Nel comunicato pubblicato in Polonia il 28 agosto 2026, l’azienda ha dichiarato che fra luglio 2024 e giugno 2026 l’indicatore delle segnalazioni di scam ads nel Paese sarebbe diminuito dell’83% e che, tra luglio 2025 e giugno 2026, avrebbe rimosso 137 mila annunci fraudolenti, oltre l’88% prima della segnalazione degli utenti. Sono dati comunicati dall’azienda: la diminuzione delle segnalazioni, da sola, non misura una corrispondente riduzione delle truffe.
Nello stesso comunicato ha annunciato l’estensione della verifica dell’identità al 100% degli inserzionisti di servizi finanziari che vogliono indirizzare pubblicità agli utenti polacchi, con completamento previsto nelle settimane successive. Questa verifica dell’identità va distinta dal controllo dell’autorizzazione a offrire servizi finanziari.
Ed è proprio questo annuncio a porre un’altra domanda: se Meta annuncia di poter estendere la verifica dell’identità a tutti gli inserzionisti finanziari diretti alla Polonia, perché non adottare lo stesso criterio su scala europea?
Venerdì prossimo verrà pubblicata la sesta parte dell’inchiesta: BRUXELLES CON GRANDE RITARDO VA VERSO IL “KNOW YOUR ADVERTISER” FINANZIARIO?
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