10 DRITTE CHE DO AI MIEI MIGLIORI CLIENTI PER GUADAGNARE IN BORSA

Sono trascorsi circa 150.000 anni dai tempi in cui gli uomini dovevano combattere nella savana africana contro animali feroci solo per sopravvivere. Ci separa qualche secolo da quei tempi, ma secondo la finanza comportamentale quando si tratta di investire i nostri soldi siamo ancora un po’ dei cavernicoli. E’ che il nostro cervello proprio non ce la fa a essere completamente razionale quando si tratta di prendere decisioni d’investimento. Brutti ricordi, grandi rimpianti, eccessivi entusiasmi, paure, superbia e il malefico “senno del poi” sono sempre lì in agguato a sviarci dalla retta via per investire in Borsa. Ma quali sono gli errori più frequenti di cui è lastricata la via di ogni investitore? Principalmente 10. E io che da una quindicina d’anni svolgo la professione di consulente finanziario indipendente posso dire di averli visti tutti da vicino.

1) LO SNAKE BITE EFFECT

Quante volte ci siamo detti: “questo titolo non lo comprerò mai più” o “di fondi non ne voglio nemmeno sentir parlare” o “le gestioni? Per carità!” solo perché in passato abbiamo avuto delle esperienze negative?

Un esempio che dimostra come il cosiddetto “snake bite effect” negli investimenti ci può far perdere delle opportunità semplicemente perché anziché guardare con mente aperta ai vari strumenti di investimento ci facciamo condizionare dalle nostre esperienze passate, da contesti di mercato completamente differenti e da strumenti su cui in passato abbiamo perso (i fondi non sono tutti uguali, e il fatto di aver perso comprando un fondo non significa che tutti i fondi siano da buttare).

Essere succubi dello “snake bite effect” significa lasciare che i ricordi passati influenzino le nostre decisioni future.

2) PROJECTION BIAS

Quando la Borsa vorrebbero aumentare consistentemente il capitale investito in azioni? Quando la Borsa scende succede il contrario. Di azioni in portafoglio non ne vorrebbero avere nemmeno una.

La Borsa sale e scende da secoli, quindi modificare la propria propensione a rischiare in funzione del momentum è come pretendere che il futuro dei mercati somigli come una goccia d’acqua al presente. Se è un momento buono per le azioni si pensa che lo sarà per sempre, si proietta il presente all’infinito, se invece il mercato azionario scende non si vorrebbe possedere nemmeno un titolo.

In realtà la decisione di quanto del proprio capitale investire in Borsa è essenzialmente una decisione relativa a quanto rischio si vuole assumere. Perché pensare che i mercati vadano sempre su o sempre giù significa proiettare all’infinito il momento presente che si sta vivendo. Più corretto definire la soglia massima di esposizione all’azionario in base alla propria propensione al rischio e mantenerla nel tempo piuttosto che pensare di riuscire a predire i movimenti del mercato.

3) OPTIMISM BIAS

La maggior parte di coloro che investono in obbligazioni sono caratterizzati da un inguaribile ottimismo. L’emittente che hanno scelto non solo non fallirà mai, ma non ristrutturerà mai il proprio debito (allungando le scadenze) e continuerà a pagare le cedole, che arriveranno puntuali come le cambiali. Inoltre per tutta la durata del prestito obbligazionario che hanno sottoscritto escludono categoricamente di aver bisogno di quei soldi. “Se compro un’obbligazione so esattamente quanto mi rende” è una frase che si sente dire spesso. Queste persone pensano di aver annullato il rischio. Della volatilità del titolo non si curano tanto non avranno mai bisogno di quel denaro. Se il titolo da 100 va a 80 cosa cambia? Tanto mica sono costretti a vendere, quindi non se ne curano…e quanto al fallimento dell’emittente…ecco alcuni qualche dubbio sul fatto che questo non possa categoricamente accadere iniziano ad averlo.

Allora io direi che il loro capitale investito su un po’ di obbligazioni si potrebbe anche vedere così: hanno fatto un investimento che li blocca per tot anni e che gli da un rendimento dell’x per cento se 1) non vendono prima della scadenza e 2) se il loro debitore non ha nessun problema a rimborsare loro il capitale alla scadenza del prestito che hanno sottoscritto o a pagare regolarmente le cedole.

Sono due bei “se”. Che escludono i cigni neri, l’imprevisto, l’improbabile che purtroppo governa le nostre vite.

 

 

In questi anni abbiamo visto fallire stati sovrani appartenenti all’Unione Europea (la Grecia), ridurre in poltiglia le obbligazioni di banche della Ue (l’irlandese Bk Ireland) e veder passare delle obbligazioni subordinate di una banca olandese (un paese tripla A quindi con la massima affidabilità creditizia) da 77 a 0 dalla sera alla mattina. Per non parlare del fallimento di una delle più grandi banche d’affari americane (Lehman Brothers) o delle tante fantastiche imprese che hanno ridotto sul lastrico i propri obbligazionisti (Parmalat, Cirio, Enron, Worldcom…) O la sorte degli obbligazionisti delle banche recentemente risolte dal governo italiano (Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e Cassa di Risparmio di Ferrara).

L’optimism bias è quel fenomeno per cui tendiamo a sovrastimare le probabilità di successo e sottostimare i rischi. Di solito tendiamo a farlo con ciò che essendoci familiare ci sembra più controllabile e meno imprevedibile. Purtroppo è solo un’illusione ottica. S’investe sempre in condizioni d’incertezza ma a ciò che conosciamo, non attribuiamo mai questa incertezza e questo rischio di subire delle perdite.

4) HOME BIAS

Siamo portati a sottostimare spesso i rischi di ciò che conosciamo (le aziende di cui sentiamo parlare o leggiamo sui giornali) perché lo sentiamo familiare (sui titoli di stato del nostro paese hanno investito anche i nostri genitori) o perché lo consiglia qualcuno che conosciamo (l’amico promotore, il direttore della banca). Grazie a questo inghippo mentale in cui cadono moltissimi investitori agli sportelli bancari milioni di italiani si fanno rifilare le obbligazioni del proprio istituto: spesso illiquide e con rendimenti inferiori rispetto a quello che avrebbero potuto ottenere acquistando direttamente i titoli sul mercato come dimostra uno studio della Consob sull’argomento. La banca, la loro banca, non può fallire.

In generale tutte le società che svolgono business che entrano nelle case della gente (le cosiddette utilities, luce gas telefono energia) non fanno molta fatica a collocare presso il pubblico le loro emissioni obbligazionarie. Sono realtà che gli investitori considerano meno rischiose perché sono aziende con cui hanno a che fare tutti i giorni. Ho un amico di mio padre che ha le azioni Telecom da almeno vent’anni. Ogni anno ci ha chiesto se era il caso di venderle. Non ci ha mai dato retta. Le ha ancora lì.

Tutto quello che è familiare, che usiamo nella vita di tutti i giorni, ci sembra meno rischioso solo per il fatto che ci è noto.

5) OVERCONFIDENCE

Se fosse un peccato la potremmo chiamare superbia perché è l’eccessiva confidenza e quindi l’esasperata fiducia in sé stessi. I meriti sono sempre i nostri gli errori sempre quelli degli altri. Spesso si basa sul senno di poi. Quando sale si vede. Quando scende anche. Ovviamente mai che lo si dica prima che l’evento si verifichi. Sempre ex post.

Peccare di overconfidence significa essere convinti che la direzione del mercato fosse evidente. Ovviamente sempre col senno del poi. Prima chissà come mai è sempre incerta.

Allo stesso modo possiamo intestardirci di aver trovato una strategia d’investimento perfetta, e anche quando il mercato gira e la strategia perfetta inizia a mostrare le corde aggrapparci tenacemente alle nostre convinzioni pur di non mettere in discussione il nostro ego. Che ci ha tirato un brutto scherzo.

 

 

6) EFFETTO GREGGE

Siamo sempre grandemente influenzati da quello che fanno le persone che ci circondano. Se tutti sono ottimisti tendiamo a esserlo anche noi, se invece gli altri vedono nero tendiamo a uniformarci a questo pensiero negativo. Se continuiamo a sentire parlare male o bene di un investimento ci chiediamo perché mai lo abbiamo ancora (o non lo abbiamo più) in portafoglio. E’ un difetto di costruzione del nostro cervello che i venditori sanno sfruttare molto bene facendoci vedere le mirabolanti performance ottenute da uno dei 5000 prodotti che commercializzano (degli altri 4900 meglio non parlare visto che sono andati malissimo). Abbiamo perso un treno sembrano dirci…ma non potevano avvisarci quando stava partendo e non dopo quando è arrivato a destinazione, se sono così bravi a fare previsioni di Borsa?

7) EFFETTO DISPOSIZIONE

Quello che abbiamo noi vale sempre di più che se non lo avessimo. Pensate alla seconda casa che abbiamo comprato in Grecia. Non ci andiamo mai. Ci tocca prendere l’aereo o la nave per andare sull’isola. E la Liguria o la Costa Azzurra sono decisamente più a portata di mano. La nostra casa l’abbiamo pagata 300 milioni di euro 10 anni fa. Oggi non la vuole nessuno anche perché in Grecia non se la passano benissimo. E gli stranieri come voi hanno magari il mare più a portata di macchina senza dover prendere l’aereo. Ma siccome quattro anni dei russi erano venuti a vedere la vostra casa in Grecia e sembravano interessati voi a meno del prezzo che l’avete pagata non la venderete mai. Si chiama effetto disposizione. Questa trappola mentale è un meccanismo che ci porta ad assegnare un valore anche emotivo ad un bene nel momento in cui è diventato nostro. Per il solo fatto che ce lo abbiamo questo bene per noi vale di più. E’ come se di colpo diventassimo meno razionali: e non accade solo con le abitazioni. Ma anche in Borsa. Un titolo non vale quello che vale ma vale di più se è nel nostro portafoglio. Infatti molti dicono quando sono in perdita “finchè non torna al prezzo di carico non lo vendo”. Mentre il ragionamento corretto da fare è “realisticamente il titolo può tornare al prezzo di carico o meglio puntare su qualcosa d’altro?

8) LE PERDITE PESANO PIU’ DEI GUADAGNI

Spesso consideriamo le operazioni chiuse delle perdite effettivamente realizzate, mentre sulle operazioni aperte ragioniamo in questi termini “sono in guadagno ma solo in teoria visto che non ho ancora venduto”. I guadagni e le perdite sulle posizioni aperte sono solo “teorici”. Mentre i profitti e le perdite sulle operazioni chiuse sono “reali”. E’ un ragionamento corretto solo in parte. Proviamo a pensare così: preferiremmo avere un portafoglio pieno di operazioni aperte in perdita ma con tutte operazioni chiuse in guadagno, o un portafoglio con operazioni chiuse in perdita e operazioni aperte in guadagno? La risposta corretta è: dipende da quale portafoglio complessivamente sta guadagnando di più considerando sia le operazioni aperte sia quelle chiuse.

Le perdite e in guadagni sia sulle posizioni aperte sia su quelle chiuse dovrebbero pesare allo stesso modo se no si segue la strategia più sicura per impoverire il proprio patrimonio: tagliare i profitti, vendendo i titoli su cui si è in guadagno, e far correre le perdite, tenendosi i titoli su cui si è in rosso. Se vendiamo i titoli su cui siamo in guadagno e teniamo quelli su cui siamo in perdita progressivamente il nostro portafoglio perderà valore.

9) AVVERSIONE ALLE PERDITE

Capita quando si fa una gestione attiva come facciamo noi di fare alcune operazioni consecutive negative. Non pesantemente negative, ma comunque chiuse con il segno meno davanti in tempi brevi e successive (non una ma tre o quattro operazioni chiuse in perdita). Alcuni si scocciano “non mi sono piaciute le ultime operazioni che abbiamo fatto”.

Purtroppo fanno parte del gioco. Un sistema come quello che seguiamo contempla questa possibilità ma ha evitato finora di subire grosse perdite nelle fasi di ribasso dei mercati. In alcuni momenti da la sensazione di girare un po’ a vuoto. Bisogna essere pazienti e non avere fretta di avere ragione. Il sistema funziona. E’ solo che in quel particolare momento di mercato non ci sono grandi trend e quindi si avviluppa su se stesso: cerca ma non trova. Ovviamente che in quel momento non ci sono grandi trend non si sa prima. Lo si saprà dopo per questo questi falsi segnali non sono evitabili. Noi non investiamo con il senno di poi.

Ci sono delle soft skills che un investitore di successo deve avere: pazienza, umiltà e flessibilità ovvero essere pronti a rivedere le proprie scelte d’investimento quando il mercato va in direzione ostinata e contraria rispetto a quella attesa.

10) ASIMMETRIA GUADAGNI PERDITE

Tendiamo a prendere decisioni poco razionali poiché siamo molto più sensibili e scottati dalle perdite di quanto non ci entusiasmiamo per i guadagni. Se un titolo che abbiamo in portafoglio è salito troppo, abbiamo paura di perdere il guadagno e vorremmo vendere subito perché improvvisamente siamo avversi al rischio. Così se il titolo scende pur di non subire una perdita siamo disposti a tenere il titolo in portafoglio per un periodo molto più lungo diventando molto più propensi al rischio. Poniamo di avere un titolo X che si è apprezzato del 10% e un titolo Y che si è deprezzato del 10%. Sulla prima posizione vorremmo vendere (ci accontentiamo perché secondo noi stiamo già rischiando troppo) mentre sulla seconda tergiversiamo e la nostra tolleranza è pari non a un decremento del 10% ma siamo disposti ad arrivare anche a tollerare una perdita del 25% pur di non chiudere, perché le perdite pesano per noi due volte e mezzo i guadagni.

E’ quest’ultima distorsione del nostro cervello e’ nella mia esperienza la più pericolosa.

ECCO I RIMEDI PER COMBATTERE IL PROPRIO EGO FINANZIARIO “SBALLATO”

Come uscire da questo labirinto del cervello dove la razionalità dell’investitore è relegata in un angolino? Tutti gli esperti del campo concordano che non è facile acquisire la necessaria consapevolezza finanziaria perché non è solo questione di conoscenza. Il cervello ci gioca contro e compie processi automatici che spesso ci fanno prendere delle solenni cantonate. E basta un momento di paura o panico a mandare a monte anche la migliore delle strategie d’investimento. Un esempio? Negli Stati Uniti uno degli studi più citati sul comportamento degli investitori è quello dell’istituto di ricerca Dalbar. Lo studio più recente rileva che nell’ultimo ventennio l’indice della Borsa americana, lo Standard & Poor 500 ha avuto un tasso composto del 7,8% di rendimento. Nello stesso periodo i gestori dei fondi d’investimento hanno avuto un rendimento medio di quasi 2 punti percentuali inferiore ma l’investitore medio in Usa in fondi comuni di investimento azionari ha guadagnato solo il 3,5%. Oltre il 4% in meno rispetto all’andamento del mercato. Le ragioni? La maggior parte degli investitori (e in misura minore anche dei gestori) entra ed esce dal mercato nei momenti sbagliati (per il noto effetto gregge) tendendo a sovrainvestire poco prima dei crolli dopo che la Borsa è molto salita e a liquidare le posizioni poco prima dei grandi rialzi. Insomma si opera senza una strategia, assecondando il cuore più che il cervello come insegna la finanza comportamentale.

Rimedi per non cadere nelle trappole della nostra mente “bacata” finanziaria? “Chi conosce molte cose è sapiente, chi conosce se stesso è il più saggio degli uomini” diceva Socrate e sapere (anche di non sapere) è già un primo passo. La via verso la serenità mentale finanziaria è fatta di conoscenza e consapevolezza.

Contro l’eccessiva overconfidence, l’eccesso di fiducia in se stessi – suggerisce il Professor Paolo Legrenzi Coordinatore del Laboratorio di Economia Sperimentale Swiss & Global dell’Università Ca’ Foscari di Venezia– la strada corretta per porvi rimedio sarebbe quella di fare una corretta auto-analisi. Da soli o con il proprio consulente finanziario. Ed esaminare non solo i propri casi di successo finanziario ma anche quelli d’insuccesso. Ovvero analizzare con oggettività quando gli investimenti sono andati per il verso sbagliato nonostante la nostra sicurezza di partenza. Purtroppo non tutti gli investitori sanno compiere questo processo perché da umani preferiamo trovare un accordo con le ipotesi che ci danno ragione, accantonando o sminuendo quelle che ci sono contrarie”.

C’è certo un’ulteriore possibilità di diventare meno “baldanzosi”: l’età. “Le persone anziane sono mediamente meno overconfidence – spiega Paolo Legrenzi – L’esperienza è importante e si acquisisce con gli anni e con gli errori. Ma la strada maestra resta sempre quella di saper analizzare oggettivamente quando vi è stata un’eccessiva overconfidence propria o del mercato (si pensi al boom della New Economy) e vedere le cose in una prospettiva più lunga”.

Non è certo facile rimanere lucidi nei momenti di forte volatilità e stress emotivo (sia al rialzo sia al ribasso) ma il grande toccasana secondo lo psicologo cognitivista è proprio quello di cercare di vedere le cose nella giusta prospettiva storica.

Vedere le cose in termini più oggettivi è importante. Per esempio se un mercato normalmente è stato valutato 15 volte gli utili e ora ne vale meno della metà è ragionevole pensare che questo momento di fuggi fuggi dal mercato (e paura) possa rendere possibile un momento di svolta positivo. E questo ragionamento vale al contrario anche nei momenti di massima euforia che rappresentano spesso l’anticamera di forti cali”.

Avere una strategia (possibilmente stabilita a priori e non condizionata quindi dall’emotività) è perciò importante e questo spiega il successo crescente nel mondo degli investimenti dei trading system ovvero software che in base all’andamento dei prezzi o di altre variabili segnalano le condizioni più opportune per acquistare o vendere.

Ma il cervello dell’investitore non cade solo vittima dell’euforia o della depressione ma anche dell’immobilismo. Soprattutto quando l’investimento riguarda grandi cifre (sia in assoluto sia in relazione al patrimonio personale). Come rimanere in questi casi razionali e non farsi giocare brutti scherzi dal cervello?

Secondo il professor Legrenzi è importante in questi casi farsi aiutare da un esperto. Che è colui che ti sa far vedere le cose con occhi anche differenti. “Il cervello tira brutti scherzi e i peggiori vengono dal proprio. Certo a forza di prendere ‘bidonate’ si può imparare ma una scorciatoia può essere quella di chiedere aiuto a chi ha più esperienza nell’aiutarci a decidere per il meglio per il nostro patrimonio”.

Ma chi investe talvolta s’incaponisce in decisioni sempre più sbagliate magari anche per paura del giudizio altrui. Come quando si lascia correre un’operazione in perdita perché non si vuole ammettere di aver sbagliato o magari si ha timore del giudizio altrui (i propri parenti, amici…).

Quale comportamento adottare in questi casi per risolvere questo blocco/problema?

Occorre sapere di ammettere il torto e questo non è mai una cosa facile – osserva Legrenzi – Sarebbe meglio non vantarsi mai davanti agli altri dei propri risultati positivi perché prima o poi arrivano anche quelli negativi e si rischia di cadere in trappola. La saggezza si raggiunge con l’esame di se stessi. E nel mondo degli investimenti la persona troppo sicura di sé è rovinata. Bisogna invece sapersi sdoppiare ed essere oggettivi ma non è mai facile per molti investitori compiere spietati esami di coscienza. Si è spesso molto indulgenti con se stessi quando si parla di denaro, un argomento ancora tabù”.

Insomma il cammino per diventare un investitore non vittima di se stesso non è facile. Occorre saper accettare e comprendere i propri errori e avere sguardo verso il futuro. Applicare “par condicio” nel trattare i guadagni come le perdite. Avere mente aperta e flessibile unita a modestia e disciplina, strategia a perseveranza.

Per vincere il nemico che c’è dentro di noi quando si parla di investimenti occorre raggiungere quasi la saggezza di un guerriero zen. Oppure come alternativa fidarsi totalmente di un consulente finanziario capace nel curare i vostri interessi.

E’ tutto questo che ci insegna la finanza comportamentale, bellezza!

 

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