Mamma li turchi! Che botte per i sottoscrittori dei bond di Erdogan!

Si parla molto di Italia e di Btp e spread in questi giorni (abbiamo ampiamente commentato qui la situazione) ma in queste settimane un altro tema ha tenuto banco fra i titolari di obbligazioni (fra cui molti risparmiatori italiani) ed è quanto sta succedendo in Turchia con il crollo della lira turca.
Il risultato? Chi aveva acquistato bond turchi sta subendo perdite che in confronto quanto sta accadendo in Italia è poca cosa e la doppia beffa è che magari si detengono titoli di emittenti con rating AAA e dalle cedole apparentemente ghiotte come il 10% all’anno. Ecco cosa sta accadendo e perchè anche se non si detengono bond turchi questa situazione può essere molto interessante da conoscere per un investitore. 

“Discover the potential” recita lo slogan della massiccia campagna pubblicitaria promossa da alcuni anni dal ministro dell’Economia turca insieme all’ Assemblea Turca d’Esportatori per favorire investimenti economici, finanziari e localizzazione di imprese e turismo oltre il Bosforo.

Aziende multinazionali e volti famosi hanno collaborato con il governo turco come testimonial di questa campagna con nomi come Vodafone, Toyota, Samsung, Ford, Unilever, Novartis, i giocatori di calcio Eto’o e Sneijder, il top manager Sergio Marchionne o la sempre affascinante Nicole Kidman (l’ho vista dal vivo un po’ di anni fa e posso assicurare).

Un’economia, quella turca, vista da diversi anni da molti esperti fra quelle con maggiori possibilità di espansione e dalle grandi opportunità per il Pil in crescita (nel 2017 del +7,4%), un debito pubblico rispetto al Pil inconcepibile per noi italiani (28,3% e qui abbiamo pubblicato il mappamondo del debito pubblico mondiale) e una popolazione con un’età media molto giovane (31,7 anni) in confronto a quella italiana che ha oltrepassato quota 45. E una posizione di rilevanza geostrategica di primaria importanza fra Europa, Asia e Medio Oriente.

Chi ha investito nella “mezzaluna” in quello che appariva il più promettente mercato d’Europa sta scoprendo però a proprie spese che la realtà può essere infida e traditrice.

Prendiamo per esempio coloro che hanno sottoscritto un’obbligazione (codice Isin XS1574041999) emessa in lire turche dalle BEI (Banca Europea degli Investimenti) a fine febbraio 2017 con una cedola del 10% annuale.

Un’emissione molto pubblicizzata che è piaciuta molto ai risparmiatori italiani per il taglio basso (a partire da 250 euro circa) e la solidità dell’emittente (rating AAA ovvero la massima affidabilità). E pazienza se nell’anno precedente la lira turca si era già deprezzata del 30% circa nei confronti dell’euro per gli effetti indesiderati dell’instabilità politica successiva al tentato colpo di Stato del luglio 2016 e degli episodi di terrorismo che avevano allontanato gli investitori dalla Turchia.

Successivamente era stato imposto uno stato di emergenza che è rimasto sostanzialmente in vigore. Ed è stata applicata dopo il fallimento del colpo di Stato secondo l’Onu una repressione di massa che stima in 160.000 le persone arrestate. Secondo il ministero dell’Interno turco solo nell’ultima settimana 768 persone sono finite in manette in tutto il Paese con l’accusa di terrorismo.

I governanti turchi avevano rassicurato gli investitori sostenendo di poter monitorare costantemente l’andamento dei cambi e di avere a disposizione ogni mezzo per difendere la loro moneta mentre le agenzie di rating come Standard & Poor’s un anno e mezzo fa abbozzavano che lo scenario peggiore era già stato ampiamente scontato dal mercato, rivedendo l’outlook sul rating del Paese da stabile a positivo.

Non può essere buio per sempre e dopo la notte arriva l’alba.

-26% di perdita sulle obbligazioni che dovevano rendere il 10% collocate poco più di un anno fa

A guardare l’andamento della lira turca in questi giorni le cose non sono andate esattamente in questo modo e i sottoscrittori dell’obbligazione prima citata, se è vero che si sono portati a casa una cedolona del 10% annuale, oggi si ritrovano con un capitale sceso complessivamente (pur tenendo conto quindi degli interessi maturati) di oltre il 26%.

Il bond della Bei vale oggi 85 (contro poco meno di 100 del valore di emissione) e soprattutto il cambio Euro/Lira Turca è precipitato da 3,85 a 5,25 dopo essere arrivato negli scorsi giorni fino a 5,75.

In un anno e mezzo scarso l’investimento in lire turche si è deprezzato sul fronte valutario di quasi il 30%. Un ulteriore 30% rispetto all’anno precedente per la serie “mai provare ad afferrare il coltello che cade”.

Cosa spiega il crollo della lira turca sui mercati valutari è, infatti, una lunga storia che non arriva quindi come un fulmine a ciel sereno.

E dovrebbe insegnare ai risparmiatori di non farsi abbagliare dalle alte cedole e diffidare di chi (anche in banca) promuove emissioni ad alto rendimento se non si ha un patrimonio molto elevato tale da consentire una diversificazione omeopatica oppure non si ha il profilo di rischio di un trader in opzioni sulle criptovalute o di Mandrake,  il mitico scommettitore di cavalli incallito interpretato Gigi Proietti nel film «Febbre da cavallo»

Su molte valute deboli e di paesi emergenti (la Turchia è inclusa fra queste) da qualche mese si sta assistendo a un forte indebolimento in coincidenza con l’aumento dei tassi d’interesse delle obbligazioni Usa.

L’aumento dei tassi sulle obbligazioni statunitensi sta provocando forti ripercussioni sui mercati, in particolare sulle valute dei mercati emergenti. E insieme ad Argentina, Angola e Venezuela, la performance della lira turca è tra le peggiori tra le valute mondiali da inizio 2018.

E le agenzie di rating che talvolta vanno dove le porta il vento ora hanno declassato la Turchia con Moody’s che ha ridotto il rating sovrano a livello di junk (spazzatura) e anche S&P a seguire.

La Turchia ha indubbiamente diversi problemi interni che stanno creando da tempo un crescente fuggi fuggi valutario dal Paese come l’elevato indebitamento estero (le aziende non finanziarie turche hanno debiti in valuta estera per 222 miliardi di dollari) e la reticenza della banca centrale di Ankara ad alzare i tassi d’interesse per contenere il crollo (una settimana fa di fronte alla pressione sulla lira turca diventata insostenibile la Banca Centrale Turca ha ottenuto il disco verde da Erdogan e ha alzato del 3% i tassi in una riunione di emergenza, portando i tassi al 16,5%)! .

L’andamento della lira turca nei confronti delle principali valute è impressionante ma in negativo. Nell’ aprile 2001 fra lira turca ed euro c’era la parità ovvero il rapporto di cambio era pari a 1. Oggi ci vogliono 5,3 lire turche per acquistare un euro.

In simili situazioni di mercato (per fermare l’emorragia di capitali e il circolo vizioso di imprese che per minimizzare i rischi acquistano valuta estera (alimentando ulteriormente la caduta della lira turca) i responsabili della politica monetaria alzano i tassi d’interesse ma il presidente turco presidente Recep Tayyip Erdogan non ci sta e anzi vorrebbe un’ulteriore riduzione dei tassi per rilanciare l’economia, aumentando la preoccupazione degli investitori per la forte pressione politica sulla Banca centrale.

E come se non bastasse il 24 giugno in Turchia ci sono le elezioni anticipate e i turchi dovranno decidere in unico election day in una botta sola, chi siederà nel nuovo parlamento e soprattutto chi sarà il nuovo presidente di una repubblica che assomiglia sempre di più a una monarchia quasi assoluta. E fra gli investitori c’è chi è preoccupato che ci possa essere un ulteriore giro di vite del regime di Erdogan dopo le elezioni.

Per la Turchia non è un bel momento perché è un Paese importatore di petrolio e l’inflazione è arrivata al 10% mentre il deficit delle partite correnti continua ad accumularsi. E i turchi sono grandi consumatori (quasi 80 milioni gli abitanti) ma pessimi risparmiatori e da qualche tempo le banche sono in difficoltà a concedere credito in queste condizioni visto che il numero di insoluti anche sul fronte commerciale e imprenditoriale è in forte aumento.

Un numero crescente di imprese non paga o non viene pagato da settimane e il potere di acquisto dei salari scende sempre più per l’effetto valutario in un’economia dove si importa moltissimo.

La situazione turca è incandescente e offre diversi spunti interessanti di analisi sia sul fronte della finanza pubblica che di quella personale.

Il potenziale della Turchia da “scoprire” come suggerisce la campagna ““Discover the potential” sarà immenso e la Turchia è un Paese bellissimo e affascinante. Ma investire sulle azioni e sulle obbligazioni turche (come quelle di Paesi con caratteristiche simili) o lasciarsi incantare dalle cedole a doppia cifra rischia sempre di essere una strategia troppo rischiosa.

I mercati finanziari nel breve si possono muovere in modo anche apparentemente assurdo o speculativo (visto che possono essere condizionati) ma nel medio lungo periodo restituiscono risultati non proprio casuali dove la realtà prevale rispetto a qualsiasi annuncio, proclama o previsione. E restano un termometro piuttosto efficace che misura nel tempo il progresso di un’economia o di una nazione.

E nessuno regala nulla. Nemmeno i turchi.

Un’anticipazione di questo articolo è stato pubblicata su ItForum il 25 maggio 2018 

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