Opa su La Doria, azioni verso il delisting alla faccia dei piccoli azionisti

Entrati nel mirino di Bonomi, sughi e pomodori de La Doria potrebbero essere portati fuori da Piazza Affari se l’offerta andasse in porto. Ma il prezzo proposto di 16,5 euro è un capestro

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A fine marzo è è stato dato il disco verde all’Offerta Pubblica di Acquisto (Opa) su La Doria Spa annunciata a metà settembre dell’anno scorso a Piazza Affari. In merito a questo tema ho risposto ad un risparmiatore particolarmente seccato per questa ennesima Opa al ribasso. Che in sostanza si lamentava del fatto che con l’Opa su La Doria, azioni verso il delisting alla faccia dei piccoli azionisti.

Questa, infatti, l’e-mail ricevuta che ho trovato meritevole di attenzione:

“Sono un piccolo risparmiatore per l’ennesima volta deluso da Piazza Affari, perché un’altra volta una società quotata è stata oggetto di offerta pubblica di acquisto a un prezzo che ritengo non corretto, beffando i piccoli azionisti. Parlo questa volta de La Doria, azioni della società italiana leader nei sughi di pomodoro, legumi in scatola e succhi di frutta. Su cui il gruppo Investindustrial di Andrea Bonomi ha lanciato un’offerta pubblica d’acquisto a un prezzo di 16,5 euro per azione. Un prezzo molto a sconto rispetto ai competitor e molto al di sotto al prezzo pre-Opa. Opa La Doria, azioni in svendita?

Non è la prima volta che da piccolo azionista mi ritrovo in questa situazione a Piazza Affari. In cui cioè viene offerto un prezzo poco corretto agli azionisti di minoranza. Con il messaggio implicito che o consegni le azioni al prezzo che decide il compratore oppure sei incastrato in una società non quotata. Pensa che sia esagerato quello che sostengo? Trova che quest’Opa sulle azioni La Doria sia corretta? Perché sempre più aziende quotate levano le tende dalla Borsa italiana invece che metterle? F.”

Insomma: La Doria Spa è giusto che sia valutata così al ribasso?

 

Delisting azioni, Piazza Affari si è sgonfiata

 

Questa la mia risposta: “La sua lettera che tocca il tema delle quotazioni a Piazza Affari (con riferimento al fatto che con il delisting azioni e società fanno le valigie invece di restare) mi ha ricordato quando avevo ancora i capelli e Bettino Craxi, all’epoca presidente del Consiglio, visitò nel 1985 la Borsa di Milano.

Quell’anno  Piazza Affari saliva come nessuna al mondo – e mai più ripeté quell’exploit che la portò a raddoppiare di valore – e il segretario del Psi predisse che avremmo avuto nel giro di pochi anni almeno mille società quotate a Piazza Affari. Colto dall’entusiasmo di quello che il giornalista Giuseppe Turani chiamava allora «il secondo miracolo economico italiano». Perché, secondo lui, «la modernizzazione del Paese è un processo in cammino, un processo che io giudico irreversibile».

Il listino superò per la prima volta le 200 società quotate nel 1986, finendo a 235 nel 1989. Ma con il crescere del fenomeno del delisting, azioni quotate se ne sono viste sempre meno. Oggi a Piazza Affari nel listino principale sono quotate persino meno società di quel periodo. Per una capitalizzazione complessiva di 725 milioni di euro circa. Come dire che con il delisting azioni, Piazza Affari si è sgonfiata. Da sola Google, ovvero Alphabet, società nata nel 1997 da due dottorandi alla Università di Stanford, in California ha un valore circa doppio. Ma Piazza Affari, dopo l’era del delisting, azioni ne ha riconquistate?

 

 

Opa La Doria e delisting azioni, cosa succede a Piazza Affari?

 

Qualcosa deve essere andato storto e il capitalismo italiano è evidentemente reversibile. Tanto da far pensare a molti: delisting azioni, cosa succede a Piazza Affari? L’Opa La Doria sarà l’ultima di una lunga serie che l’hanno preceduta?

Poche settimane fa è stata pubblicata una ricerca della casa d’investimenti Intermonte realizzata in collaborazione con la School of management del Politecnico di Milano, che spiega con il delisting azioni cosa succede e i motivi per cui da alcuni decenni in Borsa gli abbandoni sono di poco inferiori alle nuove quotazioni (Ipo per dirla all’americana, ovvero Initial Public Offering). Tanto che i delisting hanno causato un’importante perdita di capitalizzazione di Piazza Affari, superiore negli ultimi cinque anni a 55 miliardi di euro. Una cifra enorme. Quindi: delisting azioni, cosa succede? Niente di buono, evidentemente.

 

 

Ma le “piccole” assaltano l’ex AIM Italia

 

La Doria, azioni addio al mercato, quindi? Forse, ma il dato negativo delle fuoriuscite dai listini non sembra riguardare, l’ex AIM Italia. AIM Italia cos’è? È il mercato dedicato alle small cap, che oggi si chiama Euronext Growth Market.

L’Opa La Doria è uno degli ultimi casi, ma qualche settimana fa l’ex Banca Intermobiliare ha sancito l’exit e la scorsa settimana anche la banca dei Nattino, Finnat, ha annunciato il “buonanotte suonatori”.

Secondo questo studio, intitolato “Sliding Doors: il flusso di listing e delisting sul mercato azionario di Borsa Italiana”, solo negli ultimi vent’anni le società che hanno lasciato Piazza Affari sono state 336 (107 negli ultimi cinque anni) a fronte di 448 nuovi collocamenti. Numeri che portano apparentemente a un saldo positivo di 112 unità. Tuttavia, se si spacchetta il dato tra il listino principale e quello del listino delle “piccoline” (il già citato ex AIM Italia) si evidenzia che nel primo caso il bilancio tra entrate e uscite è di meno 83, mentre nel secondo è positivo per 195. Il “vecchio” AIM Italia gode quindi di ottima salute.

 

 

Small cap Italia, le quotate a Piazza Affari sono sempre di più

 

È evidente quindi (e questo accade soprattutto in Italia) un trend di costante arretramento del numero di società quotate dal listino principale, a fronte di una forte crescita del segmento meno regolamentato della small cap Italia. Piazza Affari perde appeal soprattutto tra le aziende di una certa dimensione (il listino ex MTA) e dove il modello di business è avviato, mentre, invece, diventa una carta che si giocano soprattutto le aziende più piccole e, sulla carta, innovative.

Per quanto riguarda le small cap Italia, le quotate a Piazza Affari sono sempre di più. Perché evidentemente per le small cap Borsa Italiana è un ottima partita da giocare. Tentano la “fortuna” sull’Euronext Growth Market per avere più visibilità e perché è più facile in questo modo raccogliere capitali magari a multipli generosi. Ma perché le società quotate di medie e grandi dimensioni spariscono? Qual è il morbo che gira a Piazza Affari? Forse si chiama small cap Italia?

 

 

Opa La Doria e delisting azioni, quattro categorie di quotate

 

Per quanto riguarda il cosiddetto delisting azioni, lo studio di Intermonte e del Politecnico di Milano suddivide correttamente le delistate in quattro categorie. Le “sconfitte” (il 29 per cento del totale) ovvero le società fallite o alle prese con un dissesto finanziario o escluse per mancanza dei requisiti. Le “ristrutturande” (14 per cento), aziende che vengono fuse in altre dello stesso gruppo, a loro volta quotate.

Le “pentite” (27 per cento dei delisting) che hanno ritenuto non più conveniente restare quotate e hanno approfittato del prezzo basso a Piazza Affari per riportarsi in casa il controllo. E infine le “prede”, ovvero le società acquisite da soggetti esterni (magari proprio “private equity”) con il conseguente ritiro delle azioni dal mercato. Per La Doria, azioni in fase di Opa e di probabile delisting, in quale categoria andrebbero inserite?

 

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A eccezione delle prede, stando alla ricerca, in tutti gli altri casi di delisting azioni, il bilancio per gli investitori che avevano aderito alle Ipo è abbastanza deludente. Il premio offerto nelle Opa volontarie molto spesso è nei fatti uno sconto a scapito di investitori e mercato.

Lo studio evidenzia come rispetto al prezzo dei tre mesi precedenti, quello offerto ai piccoli azionisti sia in media più generoso per le prede (+28,9 per cento) rispetto alle pentite (+16,5 per cento). Con il delisting, azioni sempre premiate quindi? In realtà, il caso La Doria si discosta da questa media.

 

 

Investindustrial-La Doria, cosa farà Bonomi?

 

La Doria si può inserire nel girone delle società “preda” ed è infatti in procinto di passare sotto il controllo di un’importante società di private equity. Si tratta di Investindustrial, guidata da Andrea Bonomi, figlio e nipote d’arte, il cui impero spazia su tre continenti (Europa, Usa, Asia) con partecipazioni in quasi ogni settore. Dai prodotti per l’infanzia – Artsana, Chicco – ai tappi di Guala Closures, dalle vasche Jacuzzi ai parchi di divertimento – PortAventura a Barcellona –, dal lusso di Ermenegildo Zegna alla formazione universitaria, come Campus Training. Nell’operazione Investindustrial-La Doria, cosa farà Bonomi?

L’offerta su La Doria, una bellissima storia di impresa e non solo del meridione, è giudicata in effetti da molti analisti finanziari indipendenti particolarmente avara. Nel possibile matrimonio Investindustrial-La Doria, lo sposo sembra insomma avere il braccino un po’ troppo corto.  

 

 

La Doria Opa: ok il prezzo è giusto. A 21 euro

 

Secondo Maurizio Mazziero (ma non è il solo a pensarla così), analista finanziario indipendente e fondatore del sito Mazziero Research, il titolo vale molto di più. Tanto che nei mesi precedenti, all’annuncio dell’Opa La Doria, diverse valutazioni di case d’investimento indicavano in oltre 21 euro il corretto valore: «Ancora una volta il capitalismo italiano mostra di non essere all’altezza delle best practices del mondo della finanza. Anche nel caso La Doria i piccoli investitori vengono considerati parco buoi bistrattati da gruppi industriali dalle tasche strette che vogliono ottenere ingiusti vantaggi a spese di altri”. Nell’affaire La Doria, Opa a prezzi superiori sarebbe più rispettosa degli interessi dei piccoli azionisti.

 

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“Stupisce inoltre che una proprietà accorta come quella dei fratelli Ferraioli si abbassi a svendere un loro gioiello familiare creato con sudore e sacrifici in tanti anni, dietro la promessa di un coinvolgimento di alcuni dei soci venditori nella gestione del gruppo La Doria post-operazione.

Gli azionisti di minoranza rischiano a questi prezzi di vedersi patrimonialmente espropriati a prezzi chiaramente non adeguati, e per il 2021, a fronte di un utile netto di 46,72 milioni di euro, la beffa ulteriore è stata la comunicazione da parte della società che dopo undici anni di distribuzione ininterrotta tutto il profitto realizzato verrà incamerato senza nessun vantaggio per i piccoli azionisti». Quindi al livello di prezzo proposto, per La Doria, Opa da valutare con scettiscismo.

 

 

Consob: ormai l’Opa serve soPRATTUTTO al delisting

 

Anche in uno studio di poco più di un anno fa della Consob, si dimostrava che la disciplina dell’Opa nata per accrescere la contendibilità delle aziende si è trasformata, invece, nella realtà in uno strumento sempre più utilizzato dalle società quotate alla Borsa di Milano per il delisting.

Un modo per le imprese quotate per creare valore, togliendosi di torno a un prezzo accettabile (complice anche i ribassi di Borsa che hanno caratterizzato Piazza Affari in questi lustri) gli azionisti di minoranza. La dimostrazione secondo l’economista e senatore Filippo Cavazzuti (ex commissario Consob) scomparso nel luglio 2021 di un capitalismo mercantile (ovvero non moderno e aperto veramente al mercato vero) italiano molto radicato. Per chi intende acquisire La Doria, azioni in saldo sono quindi un buon affare. Ma per i piccoli azionisti forse no.

 

 

Con Antonio Ferraioli e famiglia, La Doria è diventata un caso da manuale

 

Va detto che la società La Doria è stata gestita sul fronte reddituale in maniera molto positiva in questi anni. Con la famiglia Ferraioli, La Doria, società con sede ad Angri, in provincia di Salerno, è arrivata a diventare un caso di scuola in tutta Europa. In particolare, grazie al lavoro dei fratelli Antonio Ferraioli e Andrea Ferraioli. In un settore non facile (anche perché la filiera del pomodoro non gode certo di un’eccellente reputazione) e anche in Borsa.

Con Antonio Ferraioli e famiglia, La Doria è diventata un caso da manuale. Dal 2003 il titolo è più che decuplicato (un ritorno annuo di oltre il 13 per cento), mentre Piazza Affari in termini nominali raddoppiava solo di valore (2,65 di rendimento all’anno). Antonio Ferraioli & C. possono quindi vantarsi di aver messo in piedi un’azienda solida.

 

 

OPA LA DORIA E Delisting, una Spoon river tutta italiana

 

C’è da augurarsi che il prezzo dell’Opa venga ritoccato nelle prossime settimane (l’Opa dovrebbe chiudersi a metà aprile) a beneficio di tutti gli azionisti di minoranza. Ma sembra purtroppo una pagina già scritta e l’ennesima sportellata in faccia agli azionisti di minoranza. Perché la lista di delisting a prezzi da saldo, ovvero “o mangi la minestra o salti dalla finestra” è quasi infinita. Che tradotto signiica che se non si consegnano le azioni si rischia, dopo il delisting, di non poter più liquidare i titoli. Una Spoon River del piccolo azionista italiano di cui spesso abbiamo parlato. E fra queste solo per ricordarne alcune ASTM, Retelit, Massimo Zanetti, Cattolica Assicurazioni, Poligrafica San Faustino, Cad It…