Private banking in Italia: numeri in crescita, ma è la soluzione giusta per gli investitori?

Un’analisi aggiornata del private banking in Italia che mette a confronto i numeri record del settore con la realtà dei costi, dei portafogli e dei servizi offerti ai clienti

Nel private banking italiano i numeri sono da record, ma la qualità dei portafogli e i costi sostenuti dai clienti raccontano una storia più complessa.
Secondo i dati più recenti dell’Associazione Italiana Private Banking (AIPB), al 30 settembre 2025 le masse gestite hanno superato i 1.370 miliardi di euro, con una crescita superiore alle attese e una quota di mercato ormai prossima al 36% del risparmio finanziario italiano. Numeri imponenti, che certificano il successo commerciale del settore. Ma raccontano davvero anche un miglior servizio per i clienti?

Da questa domanda nasce un’analisi aggiornata del private banking “made in Italy”, che mette a confronto la narrazione ufficiale con la realtà dei portafogli, dei costi e delle soluzioni proposte ai risparmiatori più patrimonializzati.

 

Private banking: cos’è oggi secondo la definizione ufficiale

 

Secondo la definizione fornita dall’Associazione Italiana Private Banking, il private banking è un modello di servizio rivolto a famiglie e individui con patrimoni significativi ed esigenze complesse, a cui vengono offerte competenze qualificate e soluzioni personalizzate di investimento, protezione e pianificazione patrimoniale.

In teoria, il private banking si distingue dal retail banking per un approccio più sartoriale, meno standardizzato e maggiormente orientato alla consulenza. In pratica, come vedremo, il confine è diventato negli anni sempre più sfumato.

 

La soglia patrimoniale: teoria e pratica del private banking

 

Nella comunicazione istituzionale il private banking viene tradizionalmente associato a patrimoni elevati. Anche l’AIPB, nelle proprie analisi sul mercato servito, fa riferimento a una clientela con disponibilità finanziarie rilevanti.

Tuttavia, nella realtà operativa italiana, molte strutture di private banking hanno progressivamente abbassato la soglia di accesso al servizio. Oggi non è raro che il “bollino private” venga assegnato anche a patrimoni molto inferiori rispetto a quelli che, in passato, avrebbero giustificato un servizio finanziario realmente personalizzato.

Il risultato è un private banking sempre più esteso, ma non necessariamente più profondo in termini di valore aggiunto per il cliente.

 

Il private banking in Italia cresce (davvero): i numeri AIPB

 

I dati del Centro Studi AIPB mostrano una fotografia molto chiara del settore. Al terzo trimestre del 2025, le masse in gestione nel private banking italiano hanno raggiunto i 1.371 miliardi di euro, con una crescita del 10,8% su base annua. Si tratta del miglior risultato trimestrale dell’anno, sostenuto sia dall’effetto mercato sia da una raccolta netta positiva.

Secondo le stime aggiornate, il comparto dovrebbe chiudere l’anno intorno ai 1.398 miliardi di euro, consolidando ulteriormente il ruolo centrale del private banking nel sistema finanziario nazionale. Numeri che certificano la forza del modello distributivo, ma che non rispondono a una domanda fondamentale: come vengono investiti questi patrimoni?

 

Private banking: come vengono investiti davvero i soldi

 

Uno degli elementi più rivelatori del private banking italiano emerge osservando da vicino la composizione dei portafogli. I dati AIPB mostrano un asset mix che, nel tempo, si è mantenuto sorprendentemente stabile e fortemente orientato verso strumenti tradizionali, spesso più funzionali al modello distributivo che a una reale personalizzazione degli investimenti.

I fondi comuni continuano a rappresentare la quota più rilevante delle masse gestite, intorno al 23%. Seguono la liquidità (12,6%) e le gestioni patrimoniali (12,1%), mentre la componente assicurativa supera complessivamente il 19%, includendo polizze di Ramo I, Ramo III e soluzioni multi-ramo. Azioni e titoli di Stato si attestano ciascuno attorno all’11%. Una fotografia che aiuta a comprendere perché, dietro l’etichetta “private”, molti portafogli risultino in realtà costruiti secondo logiche piuttosto standardizzate.

Si è portati a immaginare un servizio su misura e di alto livello, mentre nella pratica la gestione del patrimonio è spesso basata su modelli predefiniti e comporta oneri che non sempre risultano immediatamente chiari. Un aspetto centrale è capire come funziona davvero una gestione patrimoniale, uno dei servizi più spesso proposti ai clienti del private banking, insieme a fondi comuni e prodotti assicurativi, comprese le polizze unit linked.

Strumenti che possono avere una loro utilità, ma che, nel contesto del private banking, tendono a concentrare una parte significativa dei costi complessivi del portafoglio, incidendo in modo rilevante sui rendimenti nel lungo periodo.

 

Private banking e costi: una questione ancora centrale

 

La crescente trasparenza introdotta dalla normativa europea ha aiutato molti risparmiatori a prendere coscienza dei costi effettivamente sostenuti nel tempo. Nonostante ciò, nel private banking italiano non è raro imbattersi in strutture commissionali che, sommate, possono superare il 3% annuo.

In un orizzonte di lungo periodo, questi livelli di costo producono un effetto estremamente penalizzante sui rendimenti. Su un patrimonio di 1 milione di euro, significa versare circa 30.000 euro l’anno tra costi di gestione, prodotti e consulenza.

 

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In dieci anni, a parità di mercati, questo si traduce in circa 300.000 euro trasferiti dal patrimonio dell’investitore alla filiera finanziaria, senza considerare l’effetto composto dei rendimenti mancati su quelle somme.

 

 

Il ruolo del private banker: consulenza o distribuzione?

 

Nel racconto ideale, il private banker è un professionista che affianca il cliente nelle scelte patrimoniali più delicate, costruendo soluzioni su misura. Nella realtà, il modello prevalente resta spesso legato alla distribuzione di prodotti e servizi interni alla banca o alla rete di appartenenza.

La relazione personale, il contatto frequente e l’apparente esclusività del servizio continuano a essere elementi centrali nel trattenere il cliente, talvolta indipendentemente dalla reale qualità delle soluzioni proposte.

 

Private banking: molte promesse, pochi veri casi di eccellenza

 

I numeri AIPB mostrano un settore in ottima salute dal punto di vista delle masse e della raccolta. Ma la crescita quantitativa non sempre coincide con una crescita qualitativa del servizio.

A parte rare eccezioni, il private banking italiano tende ancora a proporre portafogli costruiti attorno a strumenti costosi e modelli standardizzati, serviti in una cornice elegante e rassicurante. Per molti risparmiatori, soprattutto quelli più attenti ai costi e alla trasparenza, questo approccio sta progressivamente perdendo appeal.

Vale quindi la pena vedere l’intervista integrale – realizzata nel 2019 – in cui Salvatore Gaziano analizza senza filtri i limiti strutturali del private banking italiano e spiega perché sempre più investitori stanno cercando soluzioni realmente indipendenti.

Salvatore Gaziano

Responsabile Strategie di Investimento di SoldiExpert SCF

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Roberta Rossi Gaziano

Responsabile Consulenza Personalizzata di SoldiExpert SCF

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Francesco Pilotti

Responsabile Ufficio Studi di SoldiExpert SCF

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Esperto di pianificazione finanziaria e previdenziale

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