PRIVATE EQUITY, IL NUOVO (VECCHIO) SOGNO A CARO PREZZO DA VENDERE AI RISPARMIATORI DALL’INDUSTRIA DEL RISPARMIO GESTITO

Nella settimana passata una nota rete ha lanciato il proprio fondo di “private equity”, che dà l’idea di una cosa esclusiva e riservata a pochi, in versione “democratica”, per renderlo sottoscrivibile se non proprio da tutti diciamo da molti. Azimut, una delle regine dell’asset management italiano, ha annunciato la volontà di aprire anche agli investitori privati la possibilità di investire in private equity, venture capital e private debt. Lo strumento per far ciò è Demos (nome omen), “il primo fondo chiuso di private equity retail al mondo”, con un importo minimo di sottoscrizione pari a soli 5.000 euro, e il “merito” di proporre un investimento alternativo a una platea potenzialmente molto ampia. Così almeno scrivono giornali e siti finanziari replicando all’infinito il comunicato della società.

Pietro Giuliani, presidente di Azimut, ha spiegato che il nome Demos è stato scelto perché questo fondo è in grado di “democratizzare il mercato”, proponendo ai risparmiatori la possibilità di accedere a rendimenti e a opportunità che fino ad oggi erano riservati esclusivamente agli investitori istituzionali o ai family office (cui si rivolgono investitori a sei zeri). E con questi investimenti alternativi il principale gruppo indipendente italiano del risparmio gestito quotato alla Borsa di Milano conta di raccogliere in 5 anni almeno 10 miliardi di euro da investire nella cosiddetta economia reale.

“Nei prossimi cinque anni intendiamo fare crescere i mercati privati e alternativi dall’attuale 1% dei 56 miliardi di euro di masse gestite per fare nel 2024 oltre il 15% del totale delle masse” ha chiosato il presidente di Azimut per far capire come la società punta forte sul private equity collocato ai risparmiatori.

Private equity, venture capital, private debt hanno generato ritorni annuali in media del 12% circa negli ultimi 10 anni secondo una rielaborazione dati AIFI-KPMG diffusa da Azimut contro una media del 7.5% delle attività quotate. E Azimut dice che sarà in grado di offrire ai clienti rendimenti potenzialmente superiori del 1.5-2% annuo in uno scenario di tassi a zero.

Il nuovo storytelling sui fondi di private equity

E non è certo solo il gruppo Azimut che sta puntando sui fondi specializzati sul private equity ma sempre più banche e reti. Alcuni mesi fa avevamo analizzato nel nostro blog un carissimo prodotto collocato da Intesa Sanpaolo (non che quello di Azimut sia a buon mercato) e anche Mediobanca ha annunciato in questi giorni una propria proposta per proporre attraverso la divisione “private banking” un fondo dedicato per investire in strumenti illiquidi. Sempre più banche e reti puntano sugli illiquidi e vista dal loro punto di vista la cosa non fa una grinza e vi spieghiamo il perché, mettendovi in guardia però da alcune cosette.

Circolano sempre più studi che dicono che in Italia la quota di investimenti “illiquidi” nei patrimoni dei risparmiatori italiani rispetto a quella di altri Paesi è troppo bassa. Secondo questo storytelling è quindi cosa buona e giusta, per modernizzare i Paperoni e Paperini italiani, consigliare prodotti finanziari dove il sottostante non sono banali strumenti quotati sui mercati (come azioni e obbligazioni e come accade con Fondi e ETF) ma titoli non quotati.

Abbiamo qualche dubbio su diversi punti di questo storytelling compreso la storia che questa è una “novità mondiale” e partiamo con lo spiegare cosa è un fondo che investe in private equity.

Cosa banche e reti non dicono ai Paperoni e Paperini italiani a cui propongono i fondi di private equity

Fino a poco tempo fa si diceva che i fondi di private equity sono per loro natura del tutto inadatti ai piccoli risparmiatori e in realtà da alcuni anni a questa parte risultano sempre meno attraenti anche per i grandi investitori, soprattutto per gli altissimi costi che prevedono.

Sul sito stesso di Assogestioni, l’associazione italiana dei fondi comuni di investimento, c’è scritto che il private equity è destinato a investitori in possesso di patrimoni ingenti ed è caratterizzato da un elevato rischio di liquidità.

Per private equity (traducibile in italiano con investimenti privati, patrimonio privato) si intende un’attività finanziaria mediante la quale un soggetto (di solito un investitore istituzionale) rileva delle quote di società non quotate oppure sottoscrivendo azioni di nuova emissione.

I fondi di private equity hanno una durata predefinita. In questo arco di tempo il fondo compie alcuni investimenti in aziende target, sulla base di principi di diversificazione e di contenimento del rischio. Per la precisione, la vita del fondo è suddivisa in un periodo iniziale “di investimento” e in un periodo di “disinvestimento” nel quale occorre limitarsi a gestire e sviluppare le società partecipate riuscendo ad aumentare il loro valore.

 

 

Lo stesso sito di Assogestioni chiarisce che “private equity è un termine generale che si riferisce a qualsiasi tipo di investimento azionario in titoli che non sono liberamente scambiati in un mercato regolamentato. Questi investimenti sono comunque riservati a chi dispone di capitali ingenti e sono accessibili solo attraverso la sottoscrizione di fondi di private equity – chiarisce il sito di Assogestioni – Questi ultimi, generalmente organizzati come general partner, raccolgono gli impegni di investitori qualificati a conferire un determinato ammontare. Questi investitori sono limited partner del fondo. Il fondo ha generalmente durata limitata (ma superiore ai dieci anni) ed esegue un numero limitato di investimenti in società non quotate, evitando che ciascuno di questi superi il 10 per cento del totale delle risorse del fondo.

I fondi di private equity sono fondi chiusi: il sottoscrittore ha diritto di liquidare, parzialmente o totalmente, le proprie quote solo a scadenze predeterminate. Questo espone tale investimento a un elevato rischio di liquidità (fonte: sito Assogestioni)

Oltre al rischio di liquidità, i fondi di private equity espongono l’investitore a una forte aleatorietà del rendimento, che dipende in larga misura dalla bontà delle scelte di investimento effettuate dal general partner e dalla sua capacità di influenzare correttamente la gestione delle società oggetto di investimento” conclude il sito di Assogestioni.

Fondi di private equity: per i rendimenti, un po’ testa un po’ croce

Dovrebbe essere chiaro quindi che investire sul “private equity” non è proprio una passeggiata e rappresenta un investimento ad alto rischio perché il sottostante non è quotato e liquidabile e non vi è alcuna certezza quindi sui rendimenti futuri. E prendere come riferimento gli ultimi 10 anni sui mercati è un po’ una forzatura perché gli ultimi 10 anni passeranno alla storia come quelli collegati a uno dei più lunghi cicli espansivi finanziari e borsistici degli ultimi due secoli grazie anche al forte intervento delle banche centrali che hanno inondato i mercati di liquidità!

Prendendo a riferimento il decennio precedente per dire, i rendimenti di questi fondi negli Stati Uniti sono tutt’altro che una certezza ma la dispersione dei rendimenti è la regola!

Giova forse ricordare che nel 2008/2009 nel private equity si è assistito dopo il crollo di Lehman Brothers e dei mercati a un crollo della raccolta e del capitale investito e molte iniziative (e soprattutto quelle destinate come vedremo al pubblico “retail” o del “private banking”) sono state chiuse con bilanci non proprio così esaltanti anche perché la leva finanziaria spesso eccessiva ha portato alla luce molti problemi.

Il rischio di liquidità aumenta peraltro enormemente nei fondi di private equity a causa della non esistenza di un mercato secondario regolamentato, che impedisce una rapida cessione del proprio investimento ed analogamente, investendo in società non quotate o società di piccole dimensioni, aumenta il rischio di non riuscire a disinvestire le proprie posizioni entro il termine di vita del fondo.

Fondi private equity: un doppio affare per il risparmio gestito

Queste considerazioni non vanno mai dimenticate quando si parla di investimenti “illiquidi” e forse vale la pena ricordare che in Italia già negli anni passati sono stati quotati diversi fondi chiusi anche se curiosamente nessuno sembra però ricordarli.

Numerosi risparmiatori italiani a partire soprattutto dal 2000 si sono visti proporre anche in forma “democratica” l’acquisto di quote di fondi d’investimento destinate a investimenti sul private equity e con la particolarità di poter vedere quotati anche questi fondi su un mercato secondario (riservato ai fondi chiusi) gestito dalla Borsa Italiana. E per questo ci ricordiamo di diverse queste società promosse anche allora da banche, reti e società finanziarie che non sempre hanno mantenuto le promesse vendute. Tutt’altro.

Le performance sono state infatti in molti casi deludenti e si sono rivelate anche delle vere e proprie batoste per i sottoscrittori ma non certo per i proponenti visto il forte volume di commissioni generate su questo tipo di fondi. Commissioni complessive che sono ben superiori a quelle dei tradizionali fondi d’investimento e hanno il grande vantaggio di poter essere incassate per periodi ben più lunghi di tempo….(nel settore si parla fra i venditori leccandosi i baffi di “elevata retention” ovvero il cliente lo si blocca per un bel po’ di anni e si possono così incassare commissioni elevate in forma stabile, il top) visto che si parla di strumenti che vengono proposti come da tenere in portafoglio tipicamente per almeno un decennio.

E questo forse a essere malfidenti ne può anche spiegare il nuovo ritorno in auge visto che oggi molte società di gestione del risparmio devono far fronte a un mercato concorrente come quello degli ETF che si basa su commissioni annuali spesso dell’80% inferiori a quelle applicate sui fondi (e con performance migliori) e su un quadro regolatorio relativamente (scriviamo “relativamente” perchè le norme che dovrebbero essere stringenti molte banche e reti come è noto cercano di annacquarle e ci riescono facilmente) più trasparente per effetto della Mifid2 dove i risparmiatori sono messi teoricamente in condizione di capire quanti costi pagano veramente su “quello che non costa nulla” e anche in presenza di normative che limitano fortemente la possibilità di applicare commissioni di performance o incentivo calcolate in modo fantasioso o subdolo o chiaramente scorretto nei confronti dei risparmiatori. Cosa che molte hanno fatto per anni. Anche su fondi che hanno perso il 50% del proprio valore.

 

Fondi di private equity made in Italy: do you remember?

Tornando ai fondi di private equity degli anni 2000 noi come consulenti indipendenti di SoldiExpert SCF ci ricordiamo che si caratterizzarono per i risultati tempestosi e già prima del profilarsi della Grande Crisi 2007-2008. Costi elevati, minusvalenze sulle cessioni delle società partecipate e poi cedute, svalutazione e minusvalenze sulle cessioni non sempre compensate da plusvalenze.

 

Nomi fondi di private equity collocati a fine anni 90

 

Magari qualcuno fra i risparmiatori con la memoria si ricorderà di alcuni di questi fondi chiusi collocati ai risparmiatori: Arca Impresa, Ducato Venture, Obiettivo Impresa, Opportunità Italia, Securfondo, Sella Banking Investment, Sofipa Equity Fund ma anche Interbanca Investimenti e Fidia Prudentia.

 

Questa è la storia …di uno di …loro: Fidia Prudentia

Tutti fondi di private equity collocati ai risparmiatori italiani fra fine anni ’90 e inizio 2000 e che mediamente non hanno regalato nessun rendimento a 2 cifre come oggi si racconta del “private equity” versione retail ma spesso invece cocenti delusioni.

Fidia Prudentia, aveva lanciato la campagna di sottoscrizioni nel 1996 da una società di gestione partecipata in egual misura da Comit, Credit, Banca Roma e Mediobanca. Il top dell’epoca.

Obiettivo raggiungere i 500 miliardi per investirne un massimo del 70% in acquisizione di partecipazioni in capitale di rischio di società non quotate per un investimento di una durata di 10 anni prorogabile di altri 5. Società collocatrici che erano anche socie paritetiche della Sgr insieme a Mediobanca. Il taglio di ognuna delle 5.000 quote era piuttosto alto, pari a 100 milioni di lire (51.646 euro).

Il fondo è inciampato su una serie di operazioni disastrose (Sapori, Telit, Lucchini, C.F. Gomma, Synergia, Bound Investment) o molto deludenti (Sinterama) come bene aveva già sintetizzato in un’analisi di qualche anno fa su Youfinance Marco Liera, ex responsabile di Plus 24 e giornalista finanziario di lungo corso.

 

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Il bilancio per gli investitori su 100 milioni di lire investiti (ovvero 51.646 euro) fu ottenere 6 rimborsi (a partire dal 2005) per un totale di 45.000 euro. Più circa altri 4.000 euro per quota, ma di questi circa 1.300 euro in forma in realtà di risparmio di imposta ovvero recuperabile per i quattro anni successivi alla liquidazione della quota in capo al singolo sottoscrittore (ovviamente solo in presenza di successive plusvalenze da trading). In pratica dopo 16 anni (gli ultimi rimborsi sono stati nel 2012 mentre il fondo era stato collocato nel 1996) chi ha investito in questo fondo ha incassato meno di quanto versato in un periodo dove i mercati avevano fatto anche faville e dove nel frattempo l’erosione monetaria fu pari al 27%. Mentre gli oneri di gestione pagati dai quotisti furono di circa 40 milioni di euro pagati ai gestori sotto forma di commissioni.

Fra gli investimenti in perdita da ricordare il caso della partecipazione nella Lucchini che ai sottoscrittori del fondo costò quasi 15 milioni di euro. Nel mese di maggio 2005 il fondo cedette al gruppo siderurgico russo Severstal, la partecipazione nell’azienda per lungo tempo di Luigi Lucchini, tra l’altro ex membro del consiglio di amministrazione di Mediobanca, insieme a Intesa, Capitalia e Unicredito, azionista della stessa Fidia. Guarda le coincidenze quando banche e società di gestione si trovano ad avere come azionisti o clienti imprese di un certo tipo e possono offrire il “servizio completo”…

Gli 11 milioni di euro che Prudentia incassò da Severstal furono meno della metà di quanto pagato dal fondo chiuso al momento dell’acquisto iniziale della partecipazione in Lucchini: 25,822 milioni di euro.

Ci furono alcuni casi positivi come Interbanca Investimenti, Bnl Investire Impresa e Obiettivo Impresa ma numerose delusioni compreso un altro pioniere del settore del private equty italiano “retail” come Arca Impresa.

Anche perché quando i fondi di private equity arrivano alla fine possono certo procastinare la data di chiusura per qualche altro anno ma se il mercato gira contro e non c’è domanda o le società in portafoglio sono giudicate non attraenti, c’è il rischio di doverle svendere. Sempre che invece non si verifichi il caso di “gioielli” in portafoglio che vengano ceduti a prezzi amichevoli ad amici e amici degli amici (ed è successo anche questo nel mondo del private equity soprattutto quando i padroni sono “tutti e nessuno”).

Investire nel “private equity” non è quindi sinonimo come qualcuno vorrebbe far credere di rendimenti a 2 cifre e la storia di questa asset class in Italia quando è arrivato a essere offerta al grande pubblico ha presentato non sempre storie irresistibili.

Esistono certo grandi finanzieri capaci anche in Italia di fare private equity e Giovanni Tamburi ne è un esempio, essendo riuscito in questi anni a realizzare un numero impressionante di deal positivi in società quotate e non (e la sua società, Tamburi Investment Partners, è quotata a Piazza Affari) ma abbiamo anche assistito in questi anni a numerose piccole e grande delusioni. Con diverse società quotate (ricordiamo Mittel per esempio) impegnate in fondi di private equity che non hanno assolutamente generato per i loro azionisti alcun plusvalore nel tempo.

Fra i casi curiosi da ricordare in negativo una società quotata nel 2007, Cape Live, che si proponeva come nuova stella del settore del private equity italiano grazie al suo dinamico fondatore, Simone Cimino, presentato all’epoca come un “mago del settore” e che si proponeva di effettuare investimenti in fondi chiusi attraverso l’acquisto di decine di partecipazioni in società non quotate e che vantava soci importanti e capitali anche della solita Regione Siciliana.

Una storia imprenditoriale non proprio esaltante perché nel 2011 Cimino fu perfino arrestato per manipolazione sul mercato con riferimento a un bond convertibile lanciato dalla società Cape Live nel 2009 e la società non seppe reggere alla situazione finendo in concordato preventivo.

Qualche anno fa si parlò per esempio del divieto per le banche negli Stati Uniti di proporre fondi hedge e di private equity ai propri clienti per evitare potenziali ma fortissimi conflitti d’interesse ma i politici e legislatori in tutto il mondo quando si parla di regolare il settore bancario hanno una memoria molto corta e una pigrizia fortissima.

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