Banca MPS e l’accusa di un ispettore di Banca d’Italia: vertici sapevano dei diamanti a prezzi gonfiati

Il caso della vendita dei diamanti a prezzi gonfiati in cui era coinvolta banca MPS fa discutere. E l'accusa di un ispettore di Banca d'Italia ha provocato non poche reazioni. Ecco come è andata

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La vendita dei diamanti a prezzi gonfiati agli sportelli delle maggiori banche italiane ha fatto guadagnare tanta gente. Basti pensare – ha ricordato questa settimana Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente nella trasmissione Report – che una delle due società che vendeva i preziosi agli istituti di credito, la DPI, nel 2012 non superava il milione di euro di fatturato.

Poi il balzo da meno di un milione a 50 milioni che si espande in pochi anni fino a 286 milioni di euro. Grazie al canale bancario, utilizzato per vendere i diamanti. Ma di chi stiamo parlando? In particolare di Banca MPS e dell’accusa di un ispettore di Banca d’Italia: i vertici sapevano o no?

Vediamo quali sono stati i guadagni dalla vendita dei diamanti a prezzi gonfiati e il caso di Banca MPS.

 

 

Diamanti a prezzi gonfiati: quali sono stati i guadagni?

 

Riguardo alla vicenda non si può non domandarsi quali siano stati i guadagni derivanti dalla vendita dei diamanti a prezzi gonfiati. Le banche coinvolte (i maggiori istituti di credito del Paese) hanno piazzato diamanti a prezzi gonfiati per 1,3 miliardi di euro. Il prezzo a cui venivano venduti non era quello ufficiale, il cosiddetto listino Rapaport, ma quello pubblicato (a pagamento) sul Sole 24 Ore dalle due società che vendevano i diamanti attraverso il canale bancario.

I guadagni per gli istituti di credito erano altissimi. Banca MPS vendeva diamanti in collaborazione con la DPI (l’altra società che vendeva i diamanti alle banche era la IDB). Dal 2013 al 2017 quali sono stati i guadagni di Banca MPS? L’istituto senese ha piazzato ai suoi clienti 340 milioni di euro in diamanti incassando commissioni al 15 per cento pari a 42 milioni di euro.

Hanno guadagnato molto bene anche i dipendenti, per cui erano previsti anche ricchi premi e cotillon: per chi trovava 5 clienti un paio di orecchini con diamanti da 0.20 carati, per i dipendenti che piazzavano diamanti ad almeno 15 clienti un solitario con diamante da 0.40 carati. Chissà se valutato in base al listino ufficiale, il Rapaport, o quello taroccato dalle due società e pubblicato su Il Sole 24 Ore.

Ma oltre al problema di quali sono stati i guadagni derivanti dalla vendita di diamanti a prezzi gonfiati ci si chiede se davvero i vertici di Banca MPS non fossero al corrente della situazione.

 

 

L’accusa di un ispettore di Banca d’italia: i vertici sapevano?

 

I vertici di queste banche erano ignari di tutto questo come dicono? Oppure i vertici sapevano? E chi doveva vigilare dov’era? Grazie alla trasmissione Report su Rai3 dello scorso 13 dicembre (si può rivedere qui) e a un ispettore di Banca d’Italia, Carlo Bertini, che era a capo del team incaricato di investigare su banca MPS e la vendita di diamanti allo sportello, abbiamo qualche risposta a questa domanda.

Quali accuse muove l’ispettore di Banca d’Italia Bertini diventato uno scomodo testimone di questa vicenda? I vertici di banca MPS, allora Alessandro Profumo (oggi Ad di Finmeccanica) e il banchiere Fabrizio Viola, secondo l’accusa di un ispettore di Banca d’Italia, sapevano tutto, stando a quello che aveva raccolto quando era nel pieno del suo incarico.

L’ispettore Bertini nella sua attività di indagine come funzionario della Banca d’Italia trova delle carte che mostrano come il contest per i dipendenti di MPS in cui si attribuivano premi crescenti in funzione dei diamanti venduti ai clienti al doppio del loro valore di mercato era firmato da Viola. E che Alessandro Profumo fosse all’oscuro di tutto, dalle mail fatte vedere durante la trasmissione Report, non sembrerebbe proprio.

In seguito alla sua attività ispettiva su banca MPS, l’ispettore di Banca d’Italia Bertini riteneva che ci fossero diverse prove che i vertici sapevano i fatti e che quanto accadeva dentro la banca di poco edificante non era frutto dei responsabili retail, ovvero di chi era sul fronte allo sportello.

Secondo l’ispettore, l’intera banca è lecito pensare che fosse informata su tutto quanto accadeva intorno alla vendita dei diamanti a prezzi gonfiati agli sprovveduti risparmiatori. Banca d’Italia avrebbe potuto avviare un’attività sanzionatoria per la questione diamanti nei confronti della banca e dei vertici con una multa che poteva arrivare fino al 10 per cento del fatturato di Mps e presentare un dossier dove si evidenziava che i vertici della banca (presidente e ad) non erano ignari di quanto accadeva.

Non se ne è fatto niente. L’unico uscito distrutto da questa vicenda è lo stesso ispettore Carlo Bertini. Secondo quello che è stato mostrato durante la trasmissione, alcuni di quelli che stavano sopra Bertini, si sono palleggiati le carte, si sono fatti da parte, hanno detto che non era compito loro sanzionare la banca, ma doveva intervenire la magistratura e, tolti i nomi dei vertici, hanno preferito indicare che i responsabili della vendita dei diamanti erano manager intermedi di Mps.

Nel frattempo, tanto per dare un incentivo a Bertini per il suo operato, Banca d’Italia comunica all’ispettore che deve sottoporsi a visita psichiatrica al fine di accertare la sua idoneità a continuare a lavorare e che deve lasciare immediatamente sia il team che indagava banca MPS che la divisione di appartenenza.

Niente di particolarmente nuovo sotto il sole. In questi anni su RadioBorsa abbiamo intervistato tre whistleblower, persone che nel corso della loro attività lavorativa hanno denunciato illeciti. Hanno tutti perso il lavoro o sono stati incentivati a farlo: parliamo del giornalista Nicola Borzi (ex Sole 24 Ore a cui facciamo i complimenti per essere stato assunto a Il Fatto Quotidiano), Mauro Botta (ex PWC) e Bradley Birkenfeld (ex UBS).

La loro colpa? Non aver seguito il “consiglio” che ha dato in una intercettazione Alessandra Perrazzelli, membro del direttivo e vice direttrice della Banca d’Italia, all’ispettore Bertelli: “Tutte le grandi strutture, tutte le grandi organizzazioni si muovono in maniera militare… io nella mia vita professionale mi sono trovata di fronte a delle cose spaventose nei confronti delle quali mi veniva detto che io dovevo essere come una statua di marmo, quindi farmele scivolare addosso, no? Come l’acqua… E questa cosa qui mi ha aperto gli occhi sostanzialmente su come, in Italia e nel mondo, si fa carriera.”

Peraltro, in una sua comunicazione ai colleghi di Banca d’Italia, successivamente alla trasmissione, la stessa Perrazzelli precisa che “è stato fatto un uso artefatto e fuorviante delle mie parole, registrate a mia insaputa ed estrapolate da un colloquio più ampio che voleva essere di supporto al collega e ristabilire la certezza della correttezza dell’operato della nostra Istituzione”.

Chi ha guardato la trasmissione (ed ha visto cosa è successo in questi anni in molti casi di risparmio tradito che hanno avuto protagonista le banche) qualche idea se la può fare e questa vicenda (noi ne avevamo scritto nell’articolo “Come ti piazzo i diamanti allo sportello bancario”) capirà che qualcosa non quadra comunque sulla tutela del risparmio in Italia al di là della parole maiuscole.

Banca MPS e diamanti: LA POSIZIONE DELLA BANCA D’ITALIA

 

Sulla vicenda dei diamanti venduti agli sportelli bancari in un comunicato del 15 dicembre successivo alla trasmissione Report la Banca d’Italia si chiama fuori: non è un’attività finanziaria; pertanto, a essa non si applicano né le disposizioni né i controlli previsti dal testo unico bancario in materia di trasparenza e correttezza. Ribadisce inoltre che si è costituita parte civile nel relativo procedimento penale in cui l’Autorità Giudiziaria ha rinviato a giudizio per truffa, autoriciclaggio, ostacolo alle funzioni di vigilanza e corruzione fra privati anche MPS.

Il dottor Carlo Bertini, incaricato della supervisione della Banca d’Italia sul gruppo senese dal 2017 al 2019, è sottoposto a un procedimento disciplinare e gli viene erogato mensilmente un assegno alimentare pari alla metà del trattamento economico spettante.

La tutela del risparmio in Italia è un giallo a tinte forti e la vigilanza funziona benissimo soprattutto quando i buoi sono scappati secondo diversi osservatori.

 

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